(Il Giornale) Trombati? Sì ma con il portafoglio bello gonfio. Ora passa all'incasso tutta la schiera di ex parlamentari che, per essere entrati nel Palazzo, hanno diritto a pensioni e liquidazioni d'oro. Un'inchiesta di Panorama, oggi in edicola, fa le pulci ai prossimi ex membri della «casta»: deputati e senatori non rieletti che tuttavia hanno diritto a buonuscite di tutto rispetto. Tutta colpa di una vecchia norma degli anni Ottanta. Con 20 anni di contributi, a prescindere dall'età dell'onorevole, il Parlamento scuce. Per tutta la vita.
Basta essere stati eletti prima del 2001. Ed ecco cosa viene fuori: ci sono i baby pensionati, quelli cioè che all'anagrafe hanno 50 anni o meno ma ne hanno molti di contribuzione (chi non arriva a venti può sempre riscattare i contributi mancanti ndr). Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni, 5 legislature alle spalle, si porterà a casa 8.836 euro lordi al mese. Interpellato, ha ammesso che «sì, è un privilegio ma lo utilizzerò anche per sostenere il volontariato ambientale». Antonio Martusciello (Fi), di anni ne ha 46, di cui 14 passati in Parlamento.
Potrebbe riscattare i restanti per arrivare a 20 e portarsi a casa per tutta la vita 7.959 euro lordi al mese. Pietro Folena, Prc, di anni di contributi ne ha 25: per lui sono garantiti 8.836 euro al mese. E ancora, tutti sotto i 60 anni di età, avranno il vitalizio di 7.959 euro lordi al mese, tra gli altri, Enrico Boselli (Psi), Oliviero Diliberto (Pdci), Ramon Mantovani (Prc) Maurizio Ronconi (Udc), Enrico Nan (Forza Italia), Fulvia Bandoli (Sd). Un po' meno (6.203 euro) prenderanno Tana de Zulueta (verdi), Salvatore Buglio (Rnp), Gloria Buffo (Sd).
Poi ci sono quelli con la mega liquidazione, che hanno 30 anni di contributi versati e/o riscattabili. Per loro 9.363 euro lordi al mese. Si tratta di Ciriaco De Mita (Rosa bianca), Gerardo Bianco (ex Margherita), Paolo Cirino Pomicino (Dc), Sergio Mattarella (Pd), Vincenzo Visco (Pd), Luciano Violante (Pd) e Valdo Spini (Psi). Il Senato staccherà un assegno di 9.604 euro per Armando Cossutta (Pdci), Egidio Sterpa (Fi), Alfredo Biondi (Fi), Clemente Mastella (Udeur), Willer Bordon (Consumatori) e Edo Ronchi (Pd).
Ma non è finita qui. C'è infatti anche una sorta di trattamento di fine rapporto, che il Senato chiama «assegni di solidarietà». Il tfr di Palazzo Madama e Montecitorio è pari all'80% dello stipendio, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. Una bella sberla, quindi, liquidare Armando Cossutta (Pdci) che si porta a casa 345.744 euro, Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516 euro), Angelo Sanza (337.068), Luciano Violante (271.527), Sergio Mattarella e Vincenzo Visco (234.075).
Una montagna di denaro, insomma. Il Senato ha già messo da parte 8 milioni di euro per saldare gli onorevoli. Soldi loro, certo. Ma se in vent'anni un deputato sborsa 241.561 euro e l'aspettativa media di vita è di 78,6 anni, un neopensionato di 50 anni incasserà il vitalizio per 28 anni e mezzo. Gravando sulle casse dello Stato per oltre 2 miliardi di euro.
Cesare Salvi (Sd), alfiere della lotta contro i costi della politica, giura: «Mi sono battuto come un leone per modificare queste norme ma ho constatato un deficit culturale della sinistra su questi temi». E in effetti la riforma del 2007 annulla il riscatto dei contributi; il vitalizio si calcolerà sugli anni effettivi di mandato e le aliquote partiranno dal 20% per una legislatura al 60% per 15 anni e oltre.
giovedì 24 aprile 2008
Pecoraro Scanio, trombato in Parlameno porta a casa 9.000 euro al mese.
sabato 5 aprile 2008
25 condannati nelle liste del Pdl - 10 nel Pd - ma anche D'alema non scherza: ecco la fedina penale.
Nella foto da sinistra Giorgio Napolitano, Massimo D'Alema e Piero Fassino.
(Temis) "Se li conosci li eviti" è il nuovo libro di Peter Gomez e Marco Travaglio (ed Chiarelettere, 14,60 euro). Un "manuale di pronto soccorso" per aiutare gli elettori a scegliere il meglio, o il meno peggio, tra le liste dei candidati, anzi dei parlamentari nominati dai partiti grazie al Porcellum. Il sottotitolo parla da sé: "Raccomandati, riciclati, condannati, imputati, voltagabbana, fannulloni nel nuovo Parlamento". Gli "impresentabili" sono circa 150, di tutte le liste, scelti per categorie.
Quelli che hanno votato l'indulto. Quelli che hanno partecipato alla grande abbuffata della monnezza in Campania. Quelli che han comprato case nel centro di Roma a prezzi di box auto. E poi i voltagabbana, gli assenteisti cronici, i somari che ignorano persino la data della scoperta dell'America o della Rivoluzione francese. E poi quelli con la fedina penale sporca, o dubbia.
A farla da padrone è il Popolo delle libertà, che - se ha lasciato a casa i Pomicino, i Vito, i Biondi, gli Jannuzzi e i Mastella - ha rinnovato il repertorio con parecchie new entry per meriti penali. I condannati in primo o secondo o terzo del Pdl sono 25, più almeno altrettanti indagati o rinviati a giudizio, senza contare i miracolati dalla prescrizione.
L'Udc vanta almeno 5 condannati, fra provvisori e definitivi. La Destra 2 rinviati a giudizio, tra cui il suo leader Storace. L'Arcobaleno ha 2 condannati (Caruso e Farina), i Socialisti 1 (De Michelis). Anche il Pd, nonostante la promessa di Veltroni di non candidare nemmeno i condannati in primo grado, schiera due condannati definitivi, Enzo Carra e Antonino Papania (entrambi in Sicilia), un condannato in primo grado, uno in appello, cinque indagati (tutti fra la Calabria e la Basilicata), un rinviato a giudizio, tre salvati dalla prescrizione. Tra i quali Massimo D'Alema. Di cui pubblichiamo la scheda.
Anagrafe Nato a Roma il 20 aprile 1949.
Curriculum Diploma di maturità classica; giornalista; segretario regionale del Pci in Puglia; deputato dal 1987; vicesegretario del Pds, e poi segretario nel 1994; presidente della Bicamerale per la riforma della Costituzione nel 1997-98; presidente del Consiglio dal 1998 al 2000; vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri nel governo Prodi-2; 6 legislature (1987, 1992, 1994, 1996, 2001, 2006).
Soprannome Maxspezzaferro, Dalemòni (C. Rinaldi), Baffetto, Baffino, Baffo di Ferro, Dalemma (D. Luttazzi), Lìder Massimo, Volpe del Tavoliere, il Migliorino (E. Berselli), il Perdente.
Segni particolari Considerato il più intelligente e machiavellico dirigente della sinistra degli ultimi anni, non ha mai vinto una battaglia politica in vita sua. Nel gennaio 1996, mentre Prodi gira l'Italia con il pullmann dell'Ulivo, tenta di tagliargli la strada col primo inciucio con Berlusconi che dovrebbe rinviare sine die e spompare il Professore: il «governissimo» Maccanico per la Grande Riforma. Ma Fini e Prodi si mettono di traverso e si va alle elezioni, vinte da Prodi. Max non sopporta Romano, continua a ripetere che è stravagante questa premiership senza un partito alle spalle e va in visita a Mediaset («grande risorsa per il Paese»), per rassicurare Confalonieri e il Gabibbo che non hanno nulla da temere dai «comunisti».
Nel dicembre '96 s'inventa la Bicamerale, per riformare la Costituzione con Berlusconi. Pensa di «tenere per le palle» Berlusconi, racconta in giro che gli farà digerire il premierato e il doppio turno elettorale alla francese. Alla fine passa il presidenzialismo e il turno secco. In più c'è la magistratura sul piede di guerra per le bozze Boato. Berlusconi dopo due anni manda tutto all'aria, intanto l'Ulivo gliele ha date tutte vinte e il conflitto d'interessi non è stato risolto. Prodi cade nell'ottobre '98, D'Alema ha giurato fino al giorno prima che, se crolla al governo, si va alle elezioni.Invece accetta di prendere il posto del Professore, con i voti di Cossiga e Mastella ribaltonisti, in cambio dell'abiura ufficiale all'Ulivo. Pensa di inaugurare una Lunga Marcia dalemiana, invece fa appena in tempo a bombardare l'ex Jugoslavia con la Nato e contro l'Onu, e a consegnare la Telecom a una banda di avventurieri da lui promossi a «capitani coraggiosi» che la affogano nei debiti. Poi ci sono le elezioni regionali del 2000. Lui sbandiera sondaggi trionfali e investe nel voto tutto il prestigio del suo governo. Ma perde rovinosamente ed è costretto a dimettersi.
Nel 2001 Berlusconi, e ci mancherebbe, torna in carrozza a Palazzo Chigi, mentre Massimo - i cui fedelissimi hanno appena fatto colare a picco «l'Unità» dopo 70 anni di onorato servizio - fatica a vincere nel suo collegio di Gallipoli contro l'An Alfredo Mantovano (si dice che gli dia una mano Forza Italia). Critico feroce dei girotondi, cioè dell'unica opposizione credibile al regime berlusconiano, nel 2004 se ne va al Parlamento europeo, perché «è lì che si gioca la grande politica», ma nessuno se ne accorge e nel 2006 rientra precipitosamente a Montecitorio.
Non prima di aver patrocinato la scalata dell'Unipol alla Bnl, ovviamente fallita in una rovinosa inchiesta giudiziaria che rischia di travolgere l'intero movimento cooperativo. Per rivincere, l'Unione è costretta a richiamare in servizio l'odiato Prodi. D'Alema punta alla presidenza della Camera, ma passa Bertinotti. «Non entrerò nel governo», proclama sdegnato. E guarda voglioso al Quirinale, mandando avanti i suoi ad arruffianarsi i berluscones, al punto da chiedere i voti del Cavaliere a Dell'Utri e a Ferrara e da dirsi lusingato per l'appoggio di Cossiga, Pomicino, Feltri, Confalonieri, Rossella, Guzzanti (Paolo), Baget-Bozzo, Veneziani, Renato Farina...
Naturalmente anche la scalata al Colle fallisce miseramente e passa Napolitano. Max fa lo sdegnato e ribadisce che non entrerà nel governo: infatti, qualche giorno dopo, è vicepremier e ministro degli Esteri. A quel punto non gli resta che studiare da leader del Pd. Ma, sul più bello, gli piovono sul capo le intercettazioni Unipol. E allora è costretto a bere la cicuta, andando il 18 giugno 2007 dal nemico di sempre, Walter Veltroni, per offrirgli il nuovo partito su un piatto d'argento.
1994).
Berlusconi è il compare di Craxi (24 giugno 1994 ).
Caro Cavaliere, lei è come Ceausescu: anche lui, in Romania, controllava
tutte le tv, ah, ah! (2 agosto 1994 ).
Berlusconi mi ricorda Kim Il Sung (13 luglio 1994 ).
Berlusconi è la versione plebiscitaria del craxismo. Crollato il vecchio
regime, vuole garantirsi i vantaggi che prima gli assicurava il Caf (26
marzo 1994 ).
Craxi è il puparo di Berlusconi (30 settembre 1995).
FEDINA PENALE La prescrizione, alla quale non ha rinunciato, ha salvato D'Alema a Bari da un'accusa di finanziamento illecito dal boss delle cliniche Francesco Cavallari, legato alla Sacra corona unita; a Reggio Emilia è stata archiviata un'indagine a suo carico su fondi neri incamerati dal Pci-Pds; archiviata a Roma anche l'inchiesta per finaziamento illecito nata a Venezia, in cui D'Alema era indagato con Achille Occhetto e con Bettino Craxi; a Parma invece, dove Calisto Tanzi sosteneva di averlo finanziato con inserzioni pubblicitarie sulla rivista della sua fondazione Italianieuropei, D'Alema è rimasto un semplice testimone; infine la Procura di Milano sta ancora vagliando la sua posizione nell'ambito delle indagini sulle scalate bancarie.
È questa la fotografia della posizione giudiziaria di Massimo D'Alema, un leader incensurato che però, al pari di molti altri superstiti della Prima Repubblica, ha sicuramente intascato un finanziamento illegale. Almeno uno. Fu nel 1985, o giù di lì. Ma chi glielo versò, Francesco Cavallari, il re delle cliniche baresi, lo confessò soltanto nel 1994, quando il reato era prescritto da un anno. A quel punto, anche il Lìder Massimo poté ammetterlo davanti al giudice, a rischio zero. Il finanziamento non era granché: 20 milioni, dice Cavallari; qualcuno in meno, dice D'Alema.
Ma ciò che conta è la figura del finanziatore: D'Alema, allora segretario del Pci in Puglia e consigliere regionale, accettava inviti a cena e buste imbottite di denaro da un ras della sanità privata, titolare di una catena di cliniche con 4.000 dipendenti, poi arrestato nel '94 e condannato nel '96 con patteggiamento a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa, truffa e corruzione, per aver pagato politici di tutti i partiti (destra, centro e sinistra), giornalisti, sindacalisti e giudici, e soprattutto per i suoi rapporti con il clan Capriati (la cosca della Sacra corona unita che controllava militarmente e sanguinosamente Bari vecchia).
Ma, soprattutto, un personaggio dedito a pestaggi e spedizioni punitive contro sindacalisti della Cgil, «rei» di difendere i lavoratori dai soprusi della proprietà e di non arrendersi al «sindacato giallo» aziendale reclutato da elementi della criminalità organizzata.
Rivela Cavallari ai magistrati il 19 aprile 1994:
Non nascondo che in una circostanza particolare ho dato un contributo di 20 milioni al Partito comunista. D'Alema è venuto a cena a casa mia e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale del 1985, che volevo dare un contributo al Pci.
D'Alema non fu nemmeno sfiorato dall'idea di rispettare la legge sul finanziamento dei partiti, registrando il «contributo» sul bilancio del Pci. Intascò in nero.
.......
Non si conoscono ancora invece le sorti di D'Alema a Milano,
dove i pm stanno chiudendo una serie di indagini collegate al tentativo di scalata alla Banca Nazionale del Lavoro, nella primaveraestate del 2005, da parte dell'Unipol di Giovanni Consorte. Dopo che il Parlamento ha rispedito al gip Clementina Forleo le telefonate intercettate tra D'Alema e Consorte, sostenendo di non poter dare l'autorizzazione al loro utilizzo perché al momento delle chiacchierate D'Alema era parlamentare europeo e non italiano, la giudice ha deciso di non girare alla Ue le trascrizioni. L'Europarlamento infatti non prevede alcun tipo di autorizzazione sulle «intercettazioni indirette» (il parlamentare parla con qualcuno il cui telefono è sotto controllo). E così l'intero fascicolo è stato trasmesso alla Procura, dove i magistrati dovranno decidere se iscrivere o meno D'Alema (e il fedelissimo Nicola Latorre) sul registro degli indagatiIn altre parole: nell'estate del 2005 tutti i giornali scrivevano che le scalate venivano condotte violando le leggi. C'erano state delle denunce da parte dei concorrenti e i media avevano pure spiegato come la legge italiana preveda che chi scala una società, una volta raggiunto il 30 per cento del capitale, sia obbligato a lanciare un'Opa (offerta pubblica di acquisto). Le norme, insomma, vietano le scalate occulte. Non si possono rastrellare titoli o farli acquistare da altri, mettendosi d'accordo per incamerarli una volta lanciata l'Opa a tutto scapito dei piccoli risparmiatori.
Eppure, dalle telefonate intercettate, emerge chiaramente che Consorte rivelò a D'Alema e Latorre le alleanze occulte che stava stringendo.
Il 6 luglio, per esempio, il numero uno di Unipol spiega al braccio destro di D'Alema tutti i particolari del piano ideato per conquistare segretamente il 51 per cento della Bnl e poi lanciare l'Opa a colpo sicuro. Consorte confessa infatti che una serie di azionisti Bnl (Caltagirone, Coppola, Ricucci, Statuto, Bonsignore) venderanno le loro azioni non direttamente a Unipol (che non ha i soldi per acquistarle), ma a banche o società intermediarie. E Latorre offre il suo appoggio e quello del suo capo per intervenire su Francesco Gaetano Caltagirone, costruttore, editore nonché suocero di Casini, chiedendo se è necessario che D'Alema lo chiami.
Stefano Ricucci, uno degli azionisti di Bnl che cedette le proprie quote favorendo la scalata di Unipol, spiegherà ai magistrati che nei giorni della trattativa tutti i protagonisti riuniti negli uffici di Caltagirone erano in costante contatto con i rispettivi sponsor politici: Dotto', chi parlava con la Banca d'Italia con il governatore [Fazio, nda], chi con Francesco Frasca [capo della Vigilanza, nda], quell'altro parlava con Fassino, quell'altro ancora parlava... Era tutto un «ciao Piero», «ciao Massimo». Non è che per me non sia positivo. In fondo, quell'operazione è un vantaggio politico, una fusione politica: un concetto del genere l'accetto, è una cosa buona... Poi, scusi eh!, Consorte si compra Bnl con i suoi soldi. Ne aveva i mezzi, perché consideri che Unipol ha fatto un aumento di capitale di 2 miliardi e 6 di euro. Assolutamente sottoscritto, eh! (...). Che Unipol avesse avvertito prima e dopo e durante Fassino e D'Alema o quant'altro è pure giusto. Ma che, Caltagirone è il suocero di Casini e non l'avverte?
Scusa, eh! Parlavano al telefono sempre, lì davanti a me. Caltagirone parlava con il suo genero di assegni, era tutto pubblico, noi stavamo lì davanti a tutti...
ASSENZE 116 su 4875 (2,4%) missioni 4531 su 4875 (92,9%).
FRASE CELEBRE «Veltroni leader del Pd? Non finché io sono vivo...» (citato da Massimo Giannini, «la Repubblica», 27 giugno 2006 ).
lunedì 3 marzo 2008
Interviste/ Cesare Salvi: “Su diritti civili gay, hanno vinto i teodem”.
I socialisti hanno incentrato la loro campagna sui diritti dei gay. Qual è la posizione di Sinistra democratica sul tema delle unioni civili?
Mi sono personalmente molto impegnato, come presidente della Commissione giustizia del Senato e come relatore, per una legge sulle unioni civili, etero ed omosessuali: i Contratti di unione solidale, simili ai Pacs francesi. Nella prossima legislatura bisognerà impegnarsi per una legge di questo tipo: non sarà facile, perché nel programma del PD si è andati indietro anche rispetto ai Dico, ma è una battaglia di civiltà.
L’Italia, oggi, è pronta per le unioni civili? Lo sarà mai?
Per l’esperienza e il dibattito di questi mesi affermo con sicurezza che è una battaglia che si può e si deve portare avanti. Certo, senza cadere nella trappola dello scontro muro contro muro, ma costruendo in positivo una coscienza – che è ben presente anche nella nostra Costituzione – sulla necessità di assicurare a tutti i cittadini italiani pari diritti, soprattutto in materie delicate come la previdenza, la salute, anche l’eredità. Del resto, nella nuova Costituzione europea è scritto con chiarezza che il principio di eguaglianza vale non solo tra uomo e donna, ma anche con riferimento all’ “orientamento sessuale”.
Come giudica la candidatura della leader GayLeft - Paola Concia - nelle liste del Pd?
Credo che il Parlamento si possa solo arricchire dalla presenza di persone intelligenti, capaci di intervenire sui temi più diversi che un parlamentare deve studiare e affrontare.
Che opinione ha dei gay che votano a destra?
Nessuna.
Qual è secondo lei il politico italiano più omofobo?
Questa è una domanda divertente, è un po’ come il “gioco della torre”. Non saprei scegliere: c’è chi è omofobo per atavici convincimenti culturali, chi per paura di confrontarsi con la realtà o con se stesso.
C’è più omofobia nel Parlamento italiano o nel mondo del calcio ?
Una bella gara!
Chi la spunterà, sul tema dei diritti civili dei gay, tra i teodem del Pd e i radicali?
So chi l’ha spuntata: i teodem. Come ha rivendicato (giustamente, dal suo punto di vista) l’on. Carra, nel programma del PD si è dato un colpo di spugna anche sui DICO, e si parla solo di diritti individuali nei conviventi: cioè di qualcosa che in buona parte è già nelle leggi. In generale questa politica del “ma anche” (la Binetti “ma anche” la Bonino) che Veltroni sta portando avanti porterà in Parlamento più contraddizioni che soluzioni. Quando insieme a tanti altri compagni dei DS abbiamo scelto di non entrare nel Pd, ma di lavorare al progetto per unire la sinistra, avevamo chiaro il nostro obiettivo: un grande partito di sinistra con delle proposte chiare e concrete, per il lavoro, per i diritti civili, per la pace. Oggi è questo grande partito di sinistra che si presenta alle elezioni, con il simbolo “Sinistra arcobaleno”, che ha in sé tutti i colori ma proposte condivise e chiare.
Rutelli è il favorito nella corsa a sindaco di Roma, ma ha già detto che la questione delle unioni civili va affrontata in Parlamento. Un modo per evitare la grana?
Ho già chiesto pubblicamente che i cittadini di Roma si esprimano con un referendum: credo che la gente, il popolo, abbia meno retorica e più sensibilità dei politici.
domenica 17 febbraio 2008
Inchiesta de "L'Espresso". Gli impresentabili che nessuno vuole.
(Francesco Bonazzi e Marco Damilano - L'Espresso) Non c'è primaria o gazebo della libertà che tenga. Con le famigerate liste bloccate del 'Porcellum', ancora una volta avranno l'elezione sicura quelli che non potrebbero mettere facilmente la propria faccia sui manifesti. Un pattuglione di assenteisti, trasformisti, dinosauri, pregiudicati, indagati o, più semplicemente, sputtanati. Ecco il catalogo dei nomi pronti a infilarsi alle spalle dei leader.
BOCCIATI
"Il dado è tratto: Rivoluzione Italiana confluisce nel Popolo delle libertà". Con queste parole, il 9 febbraio, il senatore Paolo Guzzanti ha annunciato ai seguaci del suo blog (Rivoluzione Italiana, 'http://www.paologuzzanti.it/') il fidanzamento con il movimento dell'altra rosso-crinuta Michela Brambilla. Un aggancio che imbarazza la super-nuovista Brambilla, preoccupata dall'effetto muffa dell'ex presidente della Commissione Mitrokhin, simbolo di una stagione tutta bufale e complotti-spazzatura.
La spazzatura vera, invece, è quella che ha distrutto la credibilità di Antonio Bassolino e Alfonso Pecoraro Scanio. Le immagini della maxi-pattumiera napoletana hanno fatto il giro del mondo, ma nessuno dei due politici campani è stato sfiorato dall'idea delle dimissioni. Così, tanto il presidente della Regione quanto l'ex ministro dell'Ambiente sono pronti a regalarsi un nuovo giro in Parlamento.
Stessa scelta per un altro eletto che ha fatto parlare di sé in tutto il globo, il mastelliano Tommaso Barbato. Il filmato della sua tentata aggressione al compagno di partito Nuccio Cusumano, 'colpevole' di non revocare la fiducia a Prodi, spopola ancora su Internet e il suo presunto sputo è un giallo insoluto. Il fotogramma in cui senatori e questori tentano di placcare Barbato è diventato l'ultima pubblicità di Ryanair, sotto lo slogan 'Calma! Calma! C'è posto per tutti'. Barbato compreso. Un comodo seggio senatoriale aspetta anche il sindaco azzurro di Catania Umberto Scapagnini.
L'ex medico di Berlusconi è ansioso di abbandonare la città prima che venga certificato lo stato d'insolvenza del Comune. Mentre il più fido scudiero di Massimo D'Alema, Nicola Latorre, non vede motivi per abbandonare il Palazzo, nonostante le sue telefonate pro-Unipol abbiano sconcertato migliaia di elettori del centrosinistra durante la folle estate delle scalate bancarie.
GIURASSICI
José Luis Rodríguez Zapatero non aveva compiuto tre anni, Barack Obama era nato da appena 20 mesi quando Luigi Ciriaco De Mita entrò per la prima volta alla Camera. Salvo una breve interruzione tra il 1994 e il 1996, non ha più trovato l'uscita. Classe 1928, la stessa di Ernesto Che Guevara, da 45 anni trascina giornalisti e colleghi deputati sottobraccio per il Transatlantico, manco fosse la Selva Lacandona.
Ma guai a fargli notare l'età: "Ieri, per la prima volta, mi sono sentito vecchio", ha confessato al compimento degli ottant'anni. E ora è in corsa per la dodicesima ricandidatura, questa volta nel Pd. Il segretario campano Tino Iannuzzi ha già annunciato di voler chiedere la deroga per il suo maestro politico. Lo stesso vuole fare il segretario provinciale di Avellino: Giuseppe De Mita, il nipote. Sembra un'anomalia, ma non lo è. Spera di rientrare, ancora una volta, il senatore Francesco D'Onofrio, capogruppo dell'Udc.
Una ex giovane promessa: a lanciarlo fu proprio De Mita, un quarto di secolo fa. C'è il neo-Udc Angelo Sanza (ex demitiano, ex cossighiano, ex buttiglioniano, ex berlusconiano), deputato dal 1972, lo stesso anno che vide l'esordio in Parlamento di Giuseppe Pisanu. C'è il forzista Alfredo Biondi, eletto la prima volta nel 1968.
C'è il socialista Valdo Spini, simpaticamente parlamentare da quasi trent'anni, come il verde ex Lotta Continua Marco Boato (salvo un'interruzione negli anni Ottanta) che tenta il ripescaggio nella Cosa rossa. Lì, nell'area della sinistra radicale, si gioca il futuro di un'autentica istituzione come Armando Cossutta e di un veterano delle aule come Cesare Salvi. In fondo, il candidato premier Fausto Bertinotti, imbalsamato nella carica di leader dal 1994, è ormai anche lui un monumento vivente. A se stesso.
LAVATIVI
Giuliano Amato ha già annunciato che non si ricandiderà, a Montecitorio non avvertiranno la differenza: nell'ultima legislatura non l'hanno praticamente mai visto. In 20 mesi e su 4.693 votazioni ha pigiato il pulsante solo 21 volte, lo 0,45 per cento del totale. Certo, da ministro dell'Interno aveva altro da fare e si è fatto mettere in missione nel 97 per cento dei casi.
Ma che dire di altri illustri assenti? Senza giustificazioni, per esempio, risulta il presidente della commissione Attività produttive Daniele Capezzone: infaticabile quando c'è da dichiarare al tg, un forzato dei talk-show televisivi, e dove trova il tempo di partecipare al lavoro legislativo? E infatti si è affacciato in aula per 119 volte, il 2,54 per cento delle votazioni, risultando assente senza scusanti nel 67 per cento dei casi.
Peggio di lui hanno fatto solo i ministri Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani e Alfonso Pecoraro Scanio, che però figurano quasi sempre in missione. A differenza dell'ex segretario Ds Piero Fassino, assente nell'89 per cento dei casi, presente in dieci votazioni su cento, stessa misera performance del collega di Rifondazione Franco Giordano. Deve essere il duro tran tran del capopartito.
Tre big di Forza Italia, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto e Denis Verdini, non si sono quasi mai fatti vedere a Montecitorio. Bondi ha saltato l'87 per cento delle sedute, Cicchitto l'89. Il toscano Verdini, estenuato da 291 votazioni su 4.693 (il 6 per cento), ha trovato miracolosamente il tempo di mettere la firma su tre proposte di legge e su un'interrogazione: stipendio ben guadagnato. Ma è in ottima compagnia: il deputato Berlusconi Silvio ha mancato il 98,51 per cento delle votazioni. E nessuno lo rimprovererà per questo.
VOLTAGABBANA
"Si sentiva bene il discorso? Avevo la voce ben impostata?", ha chiesto appena finito di parlare. Si cambia schieramento per molte ragioni: per opportunismo, per convenienza, per calcolo. Il senatore-professore Domenico Fisichella l'ha fatto per ben due volte (da destra a sinistra e da sinistra a destra) per un ben più nobile motivo: la vanità.
Quando lasciò An per traslocare nella Margherita era inviperito per la mancata presidenza del Senato che, secondo lui, gli spettava come una laurea, honoris causa. Quando il 24 gennaio ha pugnalato il governo Prodi, provocando la fine della legislatura, ha tenuto a precisare, la voce ben impostata, ci mancherebbe, che lui non era "uno qualunque". Basta sfogliare la sua monumentale produzione bibliografica, 18 volumi, da 'Elogio della monarchia' a 'Le ragioni del torto', tradotti in inglese, francese, spagnolo, ungherese e rumeno.
Ora giura di voler tornare a studiare, ma è disponibile a candidarsi nel Pdl, "se il mio contributo è considerato utile". Lo stesso vale per Lamberto Dini: ma lui, più che utile, si ritiene indispensabile. Pronto a candidarsi con Berlusconi, dopo averlo mollato nel 1995 per fondare un partitino di transfughi dal berlusconismo, tra accuse di tradimento e insulti.
Lo stesso percorso di Clemente Mastella (in comune i due hanno anche una moglie in guai giudiziari): "Resterò nella posizione in cui mi troverò, lealmente, come sempre", garantisce l'ex guardasigilli. I suoi compagni di partito, conoscendone la lealtà, si sono affrettati a cercare posizioni in proprio.
Uno che una candidatura l'ha spuntata è l'ex ministro della Lega Giancarlo Pagliarini: nel '96 fu candidato premier di Umberto Bossi e predicava il secessionismo della Padania, oggi si ritrova con la destra tricolore di Francesco Storace, un bel salto tra gli arditi. Più modesto appare il valzer di Marco Follini, passato in 20 mesi dai pranzi di palazzo Grazioli alle merende nel loft del Pd: l'importante, per lui, è non imbattersi in Casini.
IN FUGA DALLA GIUSTIZIA
Eletto con l'Italia dei valori, passato all'opposizione con il movimento fai-da-te Italiani nel mondo e ora pronto all'ingresso nelle liste del Pdl, il senatore campano Sergio De Gregorio non è soltanto un politico che si muove veloce. È anche un uomo bisognoso di trovare un riparo sicuro da un'inchiesta della Procura antimafia di Napoli che lo vede indagato per riciclaggio e favoreggiamento della camorra.
Non vede l'ora di sbarcare in Senato anche l'udiccino Salvatore Cuffaro, che da presidente della Regione Sicilia si è appena beccato una condanna in primo grado a cinque anni di reclusione. Anche in Calabria andrà in scena il film 'Governatori in fuga', con Agazio Loiero che preferirebbe attendere il suo processo per gli appalti della sanità da uno scranno di Montecitorio. Bisognoso d'immunità varie anche il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa.
Già salvato dalla prescrizione ai tempi di Tangentopoli, quando ammise di aver preso soldi per appalti truccati, ora è indagato a Catanzaro per truffa all'Unione europea e associazione a delinquere. Non mollerà facilmente Palazzo Madama neppure il forzista Luigi Grillo, rinviato a giudizio per aggiotaggio nella vicenda delle scalate Rcs e Bnl. Seggio blindato anche per l'ex governatore pugliese Raffaele Fitto, che sotto Natale è diventato imputato per corruzione e finanziamento illecito.
Un altro ex presidente eccellente, Francesco Storace, dovrà difendersi nel processo Laziogate dall'accusa di 'cospirazione informatica' ai danni della rivale Alessandra Mussolini. L'ex comandante della Finanza, Roberto Speciale, attenderà in Parlamento sotto le bandiere del Pdl l'inchiesta della magistratura per l'uso 'privato' di aerei ed elicotteri delle Fiamme gialle.
Al fianco di Speciale troverà riparo anche la first lady di Ceppaloni Sandra Lonardo Mastella, indagata per tentata concussione. Mentre sotto i colori della Sinistra arcobaleno troveranno usbergo anche i 'disobbedienti' Francesco Caruso e Luca Casarini, per i quali la Procura di Genova ha appena chiesto sei anni al processo per il G8. Caruso ha già sulle spalle una condanna in primo grado a 40 mesi per la violenta 'spesa proletaria' all'Ipercoop di Afragola.
DEFINITIVI
Neppure nella prossima legislatura si assottiglierà il plotone dei condannati in via definitiva. Anzi, sono previsti grandi ritorni. Il leader morale di questi forzati del Parlamento è l'azzurro Marcello Dell'Utri, che ha una condanna passata in giudicato a due anni per frode fiscale e false fatture, mentre ha impugnato in appello una sentenza a nove anni per mafia. Intoccabile anche un altro eroe della prima Fininvest come Massimo Berruti, otto mesi definitivi per favoreggiamento nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza.
Riavranno il loro bravo posto in lista anche il democratico Enzo Carra (un anno e quattro mesi per false dichiarazioni al pm nel processo Enimont), l'azzurro Alfredo Vito (due anni patteggiati per corruzione), il berlusconiano Giorgio La Malfa (sei mesi per finanziamento illecito nella vicenda Enimont), il diessino Vincenzo Visco (abuso edilizio) l'azzurro Antonio Del Pennino (due mesi per Enimont, un anno e otto mesi per la metropolitana di Milano), l'eterno dc Paolo Cirino Pomicino (un anno e otto mesi per Enimont e e due mesi per i fondi neri Eni), i forzisti Gianpiero Cantoni (due anni per corruzione e bancarotta), Egidio Sterpa (sei mesi per Enimont) e Antonio Tomassini (tre anni per falso).
Continueranno a scontare con le noie parlamentari una gioventù troppo vivace il radicale Sergio D'Elia (25 anni per banda armata e concorso in omicidio) e i finiani Domenico Nania (condanna per lesioni volontarie) e Marcello De Angelis (cinque anni per banda armata). Mentre si preparano a tornare nel Palazzo, dopo essere stati fermi qualche giro, anche Umberto Bossi (otto mesi per Enimont), l'udiccino Vito Bonsignore (due anni per tentata corruzione) e il socialista Gianni De Michelis (due anni per corruzione e tangente Enimont). Tra sputatori ed ex picchiatori, non sfigureranno neppure loro.
