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giovedì 21 febbraio 2008

Perché le persone GLBT non devono votare il pd alle prossime elezioni politiche.

(Elfobruno) Ogni tanto leggo il blog di Andrea Benedino, un po' per masochismo, un po' perché non trasmettono più "Ai confini della realtà" in tv. Personaggio degli ex Democratici di Sinistra, ex Gayleft, fa parte della nuova schiera di "froci" - uso un linguaggio affine ai suoi nuovi compagni di partito - che militano nel piddì. Motivazione ufficiale: portare dentro il partito della Binetti tematiche come quelle dei diritti civili.

Infatti s'è visto.

Benedino e la gaya macchina da guerra che tanta voce in capitolo hanno avuto nello stilare il manifesto dei valori del partito, hanno scritto una dichiarazione (pare che non sappiano fare altro con risultati tutt'altro che incoraggianti). Nel documento si discute sull'opportunità da parte di noi persone GLBT di votare il partito democratico.

(Oddio, a dire il vero Benedino e i firmatari di quel documento parlano solo di gay e lesbiche. Evidentemente i transessuali e i bisessuali danno fastidio. Non è il caso di chi si riconosce nei valori portati avanti da questo blog. Ed è a tutti loro che io mi rivolgo.)

Una frase di quel documento mi ha colpito.

Nel Manifesto dei Valori dopo una lunga ed accesa discussione, la famiglia è stata declinata al plurale: si afferma, infatti, che «le famiglie, nella loro concreta condizione, sono destinatarie e protagoniste delle politiche sociali». Nello stesso documento si auspica che siano «riconosciuti e disciplinati per legge i diritti e doveri delle persone conviventi in unioni di fatto»

Penso: "cazzo! Due cose buone. Si parla di famiglie e di riconoscimenti delle coppie, togliendo il riferimento ai diritti individuali."
Ok, io sono per matrimonio e tutto il resto. Ma stiamo sempre parlando di un partito di destra che finge di stare nel centro-sinistra.

Poi vado a leggere il manifesto dei valori e ti trovo quanto segue:
La famiglia è il primo luogo relazionale, affettivo e formativo dove si sviluppano l’identità e l’inserimento sociale della persona. Le famiglie, nella loro concreta condizione, sono destinatarie e protagoniste delle politiche sociali e vanno incoraggiate con adeguati strumenti di sostegno pubblico, rivolte in modo particolare ai nuclei familiari con figli

e ancora:
L’estensione dei diritti di cittadinanza è parte costitutiva di una concezione moderna della crescita, oltre i soli parametri economici. Cittadinanza e inclusione sono la leva di un nuovo civismo e di nuove opportunità per i singoli, nelle scelte formative e professionali, come nella dimensione sociale e affettiva. In questo quadro vanno riconosciuti e disciplinati per legge i diritti e doveri delle persone conviventi in unioni di fatto

Traduco per i meno avvezzi ai tentativi di presa per il culo:
1. non si è mai parlato di nuove famiglie, ma si parte dal concetto tradizionale di famiglia, poi declinato al plurale

2. si è trovata una nuova formula per parlare di diritti individuali di persone che vivono nelle coppie di fatto.

Riassumento in quattro parole: una presa in giro.
Su questa i gay e le lesbiche, che hanno firmato quella dichiarazione, invitano a votare partito democratico. In modo truffaldino, mi viene da aggiungere, visto che non ci si è mossi dalla filosofia dei DiCo.

Questa gente firma un documento che risulta fuorviante e non veritiero sulla questione GLBT.
E va in contro tendenza rispetto a quanti richiesto dallo stesso movimento. che richiede piena parità giuridica e leggi efficaci contro la discriminazione.

Quel documento, al contrario, riabilita i DiCo che il movimento nella sua interezza ha già rimandato volentieri al mittente. I gay e le lesbiche del partito democratico invece lo ripropongono in modo non trasparente, quasi mendace.

Ci chiediamo, arrivati a questo punto, il perché. Forse sarebbe stato meglio, per tutti, che si fosse arrivati a scrivere che nonostante la presenza di una (mediocre?) pattuglia omosessuale all'interno di quel partito, non si è andati oltre al generico riconoscimento dei diritti individuali, per altro spariti dal programma di governo.

Per dare giusto lustro a questi eroi dei diritti civili, rammento i loro nomi:

Andrea Benedino, Anna Paola Concia, Cristiana Alicata, Carmen Antonino, Andrea Ambrogetti, Simone Acquino, Fabio Astrobello, Alessandro Bandoni, Simone Barbieri, Riccardo Camilleri, Alfredo Capuano, Maurizio Caserta, Matteo Cavalieri, Nicola Cicchitti, Enrico Fusco, Veniero Fusco, Daniele Garuti, Carlo Guarino, Nunzio Liso, Sergio Lo Giudice, Enrico Pizza, Carlo Santacroce, Ivan Scalfarotto, Ivan Scanavini, Ennio Trinelli, Carmine Urciuoli, Marco Volante.

Una ragione in più per non votare, noi persone GLBT, il partito democratico.

P.S.: questo post sposa quanto scritto ieri da Anelli di Fumo sulla stessa questione nel suo blog, a cui si rimanda.

Già, perché mai un gay dovrebbe votare per il PD?

(Vecchi froci) L’ambiente, le tasse, la spesa pubblica, la legalità (quella di Di Pietro o quella dello stato di diritto?), tante belle cose molto “economiciste”. Noi, nei 12 punti del PD non ci siamo. E infatti una quindicina di gay del PD, da Scalfarotto a Benedino, scrivono un pezzo sull’Unità che difende il loro lavoro nelle commissioni, chiede visibilità per i contenuti e spazio per senatori e deputati dichiaratamente omosessuali. Cioè testimoniano il loro impegno e ammettono la difficoltà della situazione attuale. Cercando di rispondere in positivo alla domanda “Perché un gay dovrebbe votare per il PD?”. Da Ivan si accende un dibattito.

Riassumerei così la questione: un gruppo di gente seria e onesta ci chiede di sostenerli in una battaglia disperata, senza riuscire a rispondere alla domanda che essi stessi ci pongono. Il voto cioè dovrebbe essere per loro, non per ciò che sono riusciti ad imporre. Ma, Ivan, non avevi tu stesso fatto ragionamenti interessanti sulla lobby gay estranea ai partiti ma capace di far pressione su tutti?

Per me, al momento, la risposta alla domanda resta: “per nessuna ragione”. Ci fosse la preferenza sulla scheda, l’idea sarebbe perfino considerabile, ma allo stato attuale si tratta di votare il pacco che comprende la Binetti, in migliore posizione, e poi voi. Non ho alternative pronte in tasca, ma scusate, perché, a meno di una sconfitta devastante, dovrebbero darvi domani lo spazio che vi negano oggi?

lunedì 18 febbraio 2008

Elezioni. Rutelli ha deciso: «Corro per Roma».

Il ministro scioglie la riserva: si candida al Campidoglio. «Dai cittadini giudizio positivo e incoraggiante».

(Il Corriere della Sera) Francesco Rutelli scioglie la riserva. E, dopo dieci giorni di «ascolto della città», annuncia che si ricandiderà a sindaco di Roma per il centrosinistra. «Dichiaro la mia disponibilità a candidarmi a sindaco di Roma, non nascondo la mia emozione» ha detto il vicepremier in un affollatissimo teatro Vittoria, nello storico quartiere di Testaccio, luogo che Rutelli scelse nel 1993 per presentare la propria candidatura alla guida del Campidoglio contro Gianfranco Fini, all'epoca segretario dell'Msi. L'annuncio dell'ex primo cittadino della Capitale è stato accolto con un fragoroso applauso dai presenti in sala, fra i quali molti assessori della giunta Veltroni e il ministro Paolo Gentiloni. Poco prima di entrare nel teatro, il vicepremier si era fermato a parlare con alcuni cittadini firmando diversi autografi. In sala è stato distribuito un resoconto del tour romano che il candidato sindaco ha effettuato tra l'8 e il 15 febbraio, firmato dal «Comitato per Rutelli sindaco di Roma».

LO SLOGAN: «ROMA MERITA ASCOLTO» - Rutelli dunque annuncia di ricandidarsi e lo fa dopo aver verificato che ancora esiste uno stretto «legame di fiducia» con i romani e dopo dieci giorni di tour della città, dal quale è emerso un giudizio «positivo e incoraggiante» nei confronti della sua candidatura. «Ho ascoltato molte voci- spiega Rutelli- ho girato la città senza preavviso e senza filtri, senza una organizzazione preventiva. Mi sono recato in diversi quartieri per raccogliere opinioni, ma francamente c'era anche una mia esigenza personale di verificare la capacità di riannodare un legame diretto di fiducia a distanza dalla mia esperienza di sindaco e dopo anni di impegno nella politica nazionale». Sul campo Rutelli conferma di aver poi verificato «non solo la condivisione» di quanto c'è ancora da fare per Roma, ma anche i risultati dei «brillanti sette anni della giunta Veltroni». Il primo slogan messo in campo è «Roma merita ascolto»: campeggia alle spalle di Rutelli mentre il candidato alla guida del Campidoglio parla dal palco del teatro Vittoria.

SFIDA CON FERRARA, STORACE E CIOCCHETTI - A questo punto i candidati certi della corsa al Campidoglio, che terminerà con l'election day del 12 e 13 aprile, sono tre: Rutelli per il Pd, Francesco Storace per La Destra e Luciano Ciocchetti per l'Udc. Ancora senza conferme invece la candidatura di Giuliano Ferrara, per il Pdl. «Fare il sindaco non sarebbe la mia aspirazione, ma siccome delle persone che mi stimano molto e con le quali mi apparenterò me lo chiedono, lo farò» ha detto il direttore del «Foglio» e leader di Pro life. Ma il sì definitivo alla candidatura a sindaco di Roma, ha spiegato Ferrara, arriverà solo in «caso di apparentamento tra la sua lista Pro life e il Pdl».
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Pd: più vicina intesa con radicali, Bettini media.

(Ansa) Un Pd in “rapida ripresa” nei sondaggi è deciso a portare a casa la ‘partita’ con i Radicali. Un interesse testimoniato dal fatto che il compito di mediare con Bonino e gli altri è stato affidato al braccio destro di Walter Veltroni, Goffredo Bettini. Da giorni il coordinatore del Pd tiene un ‘filo diretto’ con Marco Cappato e Rita Bernardini e questa sera si è tenuto un nuovo incontro con l’europarlamentare radicale. Una riunione che fonti del Pd definiscono interlocutoria ma positiva e che avrebbe determinato passi in avanti per la definizione di un’intesa. Il via libera all’accordo, quindi, potrebbe arrivare già domani, quando, dopo che il Pd l’avrà messa nero su bianco, i radicali saranno chiamati a dire un sì o un no alla proposta dei democratici. La riunione di questa sera tra Bettini e Cappato, arriva il giorno dopo l’appello di Veltroni ai Radicali dal palco dell’Assemblea Costituente del Pd. “So che il partito radicale e quella storia - li aveva blanditi ieri Veltroni - non intendono sciogliersi. E per questo ribadisco che la soluzione migliore è che liste del Partito Democratico si aprano ad Emma e ai dirigenti radicali. Così riusciremo a far convivere l’identità radicale e la presenza nelle istituzioni della Repubblica. Voglio rinnovare ancora una volta l’invito a Emma Bonino e al suo partito ad essere con noi per continuare la bellissima esperienza che lei ha fatto come ministro capace ed autorevole”. Dopo il nuovo incontro di questa sera, dunque, l’intesa parrebbe più vicina e potrebbe avere il via libera già domani. In effetti, la riunione Pd-Radicali si sarebbe chiusa con l’impegno da parte dei democratici di mettere per iscritto la piattaforma per l’accordo con l’indicazione del numero di radicali che verrebbero accolti nelle liste del Pd e alcune soluzioni per valorizzare la loro presenza nel loro futuro gruppo parlamentare. Nei giorni scorsi la proposta, resa esplicita oggi da Pannella, era quella di una drappello (quattro o cinque) di radicali in lista, di una posizione da capolista per Emma Bonino con l’assicurazione che, in caso di vittoria, resterà ministro. E di una valorizzazione in campagna elettorale di alcuni dei temi peculiari dei radicali, come le battaglie sui diritti civili. L’intesa che si prospetta, però, non comprenderebbe Marco Pannella che oggi invita comunque a “portare avanti il dialogo e concludere quello che si può concludere”. In effetti il leader radicale, sul quale - accusano Bernardini e gli altri - è stato posto una sorta di veto (anche attraverso le norme statutarie sui limiti di età nel Pd) sembra caldeggiare in qualche modo un’intesa che potrebbe comportare anche un suo sacrificio: “i margini sono da creare - è il suo invito - ma dobbiamo tentare fino alla fine, con questi bisogna negoziare”.

Sindaco a Roma. Ecco chi è Rutelli.

(Corvacci) Forse Rutelli si candida a ri-sindaco di Roma, la nostra legge lo consente, l’unico paese in cui si consente di superare due mandati, tanto per conservare i privilegi della Casta, visto che in Italia a 60 anni si è considerati giovani in politica. Altrimenti come fanno a mantenersi incollati alla poltrona fino a 90 anni?

Ma vediamo chi è RUTELLI:

figlio di agiati borghesi con lussuosa villa all’EUR, dove stanziano giorno e notte due poliziotti fissi, (ecco perchè la polizia non gira per strada, fa la guardia ai beni immobili dei politici), con padre architetto e nonno direttore dell’Accademia di Belle Arti. Niente di strano, gira con ben 2 macchine di scorta, non ne ha nessun bisogno (vi risulta che qualcuno abbia mai preso di mira un ministro? Mai, l’unico fu Aldo Moro, ma ci pensò la DC), però fa sentire tanto importanti. E’ risaputo, i politici che contano vanno in giro con la scorta e più ne hanno più contano.

Da giovane fu fervente cattolico, partecipò anche al concorso “Veritas”, indetto dal Vaticano, questo fino al 1976 quando cambiò idea entrando nei Radicali, e soprattutto conoscendo molto da vicino Marco Pannella, con cui “convisse” per parecchi anni. Un vero colpo di fulmine, un capovolgimento di idee e un improvviso anticlericalismo.

Infatti nel 1979 con lo scrittore Carlo Cassola fondò la rivista “L’Asino”, fortemente anti-papalina. Come pacifista ed ecologista finì in carcere per aver incitato i soldati alla disobbedienza contro il nucleare, durante una manifestazione per la chiusura della centrale di Latina.
Furono anni di fuoco, nel 1980 in Sicilia, a Giarre, scese in piazza a difendere i diritti dei gay, da cui nacque l’associazione “Arcigay Rutelli“. Niente di male, i gay hanno diritto come gli etero. Rutelli fece carriera, infatti nel 93, grazie alle sue capacità o grazie a Pannella, divenne capogruppo radicale.

Ma tutte le storie hanno un termine e nell’89 il giovane Rutelli abbandonò Pannella e si mise coi Verdi, stabilendo un’altra “calda amicizia” con Bettino Craxi. Bobo Craxi scrisse di lui: “Nel PSI nessuno adottò atteggiamenti servili verso Craxi e i suoi vice come quelli che Rutelli normalmente adottava”.

Grazie ai verdi, dopo quattro anni diventò Ministro dell’Ambiente ma tutte le storie hanno un termine, così ruppe anche l’amicizia con Craxi, ma non basta, doveva proprio avercela a morte perchè si dimise per protesta contro il Parlamento che aveva negato l’autorizzazione a procedere contro Craxi. Capperi, ci doveva aver litigato di brutto.

Rutelli aveva un non so che che lo spingeva sempre a cambiare, una strana irrequietezza, per cui mollò i Verdi e aderì al patto di Mario Segni. Chissà, forse una maturazione? Comunque durò poco perchè mollò pure Segni e si iscrisse al PDS, per guadagnarsi la poltrona a sindaco di Roma.

Ah ecco, mi sa che il pungolo che gli faceva cambiare vestito veloce come Fregoli era la carriera politica. Sembra che riuscisse a vincere la poltrona di Roma grazie all’appoggio televisivo di Maurizio Costanzo, cui promise e consegnò il posto di assessore alla giunta comunale di Roma, che poi che c’entrava Costanzo col comune non si capiva.

Ma si avvalse anche dell’aiuto della moglie Barbara Palombelli, sposata solo con rito civile nel 1982, giornalista de La Repubblica, che attraverso il giornale gli fece non poca pubblicità. E’ quella stessa Palombelli che oggi da giornalista di Repubblica è passata a giornalista di Mediaset, perchè Berlusconi, si a, paga di più; si sa, la carne è debole, e quella dei coniugi Rutelli è debolissima.

Anche nel sesso Rutelli è trasformista e va nelle due direzioni. Ma anche qui nulla di male, un bisessuale ha diritti come gli etero o come i gay o come i trans ecc.

L’anticlericalismo procede spedito e irruento, tanto è vero che, durante il primo mandato di Roma, issò la bandiera vaticana a Campidoglio per protesta, indicando che a Roma comandava lo strapotere del Papa. Bisogna capirlo, le pressioni della Chiesa sui politici non sono una cosuccia da niente.

Comunque fu riconfermato sindaco nel 1997, e qui avvenne il miracolo. Chissà: un sogno, una visione, un angelo, fattostà che improvvisamente Rutelli si convertì al Cattolicesimo.

Durante i due mandati si scontrò con il sovraintendente ai beni culturali Adriano La Regina, vero intenditore d’arte, quello stesso che ha stigmatizzato Veltroni per la truffa degli obelischi di Roma, mai restaurati ma avvolti per treanni nei tubi innocenti solo per guadagnarne la pubblicità che vi faceva appiccicare su.

Qualcuno mormora che lo fece per scalare vertici più alti, ma le male lingue non mancano mai. Fattosta che si precipitò a sposarsi in chiesa nel 1995 in vista dell’Anno Santo del 2000. Fosse questa la spinta alla conversione? Eh già, avere nelle mani il business di un Giubileo farebbe gola a tanti. e Rutelli non fece eccezione. Da quel momento lo vediamo a braccetto coi cardinali, e per essere più convincente si defilò per la prima volta dal World Gay Pride del 2000, Gay Pride cui non aveva mai mancato e per cui si era battuto.
La comunità gay si risentì non poco del tradimento del compagno di battaglie e Pannella commentò “Stava con noi quando aveva i pantaloni corti e ora sta coi vescovi, ha fatto la comunione in tutte le parrocchie di Roma”.
Ma la via dell’Opus Dei era ormai imboccata. Per il Giubileo aprì alla mafia ben 700 cantieri, il suo mandato era agli sgoccioli e doveva racimolare il massimo. Roma divenne invivibile con cento strade bloccate dai lavori dove, come al solito, non si vedeva mai un operaio, perchè la mafia non si sporca le mani, ma subappalta a un’aziendina che si fa i lavori uno alla volta, con pochi operai altrimenti costa troppo.

Non pago dei cantieri fece un’altra prodezza: ordinò la smobilitazione del Complesso Di S. Maria della Pietà a Roma, un bellissimo parco con padiglioni fine ottocento che accoglievano i malati di mente nonchè sezioni staccate dell’Università La Sapienza dove si faceva ricerca.

Con la scusa della ricerca, un gruppo di medici, psichiatri, biologi e psicologi lavoravano in equipe per aiutare col solo ticket minimale (e spesso anche senza) una folla di malati mentali che non avrebbero mai avuto i soldi per curarsi. Ma l’ordine di Rutelli fu drastico: renderli tutti autonomi entro un anno e poi via tutti, perchè lui doveva costruire nel parco gli alberghi per i pellegrini del Giubileo, per cui tutto da demolire.

In più, nel comprensorio c’erno padiglioni che accoglievano psicotici non in grado di gestirsi, persone totalmente deliranti che vivevano lì da una vita, totalmente inebetiti e incapaci di gestirsi. Ma Rutelli assunse i cosiddetti assistenti sociali, psicologi in erba disoccupati, occupati a tempo e sottopagati, a cui ordinò di insegnare ai malati a gestirsi, fare la spesa, cucinare, pulire la casa, pagare le bollette ecc. In due anni doveva avvenire il miracolo, nonostante i malati (tutti dementi gravi che provenivano dal manicomio precedente tipo lager) avessero una paura fregata già ad uscire dal comprensorio, sia pure accompagnati.

Vi furono cartelloni, proteste, i malati andarono in TV a scongiurare il sindaco che non li gettasse in mezzo a una società che li terrorizzava, ma fu tutto inutile, Rutelli non rispose mai, e tutti furono gettati allo sbaraglio.

Ricordo una psicologa che mi riferì costernata: - La mia paziente aveva imparato a fare tutto, le avevamo preso un miniappartamento in affitto, arredato con beni di fortuna ma in fondo grazioso, il lunedì successivo doveva trasferirsi alla nuova casa, sembrava tranquilla, ma la domenica morì d’infarto. - Quei malati finirono per strada, come barboni, a morire di polmonite o di infarto, ma i padigioni furono liberati.

Da notare che quel complesso sorse a fine ottocento per un’opera di carità di una nobile che la cedette al comune per accogliere gli orfani.

Poi il Papa gli disse che era stato un lavoro inutile perchè l’accoglienza l’avrebbe fatta la Chiesa, i B&B l’avrebbero fatta le monache, quei soldi entravano al Vaticano, tutto guadagno senza tasse fin da allora, perchè pensionati e B&B figuravano come monasteri e nessuno osava confutare.

Ancora oggi si litiga sulla destinazione del comprensorio, perchè il suo valore fa gola a dx e sx. Un tempo sede manicomiale, con quei terribili luoghi di detenzione ove accadeva qualsiasi sopruso, giustamente chiuso per la legge Basaglia, poteva essere ristrutturato per organizzazioni sanitarie umane, ma dove non c’è business non ci si muove, e i bei padiglioni cadono a pezzi destinati al crollo.

Dal Messaggero di S. Antonio, perchè ormai Rutelli scrive sui giornali cattolici, sul giubileo disse che il suo era: - Un approccio di servizio. Il mio compito è di servire un avvenimento che entra a far parte della storia della mia città: senza gli anni santi, dal 1300 in poi, Roma non avrebbe il suo volto moderno di città civile, oltre che la sua impareggiabile funzione e autorità morale e religiosa. Personalmente sono cristiano, ho una formazione cattolica e una lunghissima militanza politica laica. Queste due storie della mia vicenda personale mi permettono di vivere in semplicità e con spirito di servizio, che è ancor più accresciuto con la mia nomina a commissario straordinario per il Giubileo per la città di Roma

Dichiarò che a Roma c’erano oltre 700 cantieri aperti, di cui 130 per il giubileo. Ce l’aveva fatta, si era aggiudicato il titolo che gli permetteva di maneggiare una montagna di soldi, ben 13000 miliardi delle vecchie lire (equivalente oggi a 26 miliardi di euro, una grossa finznziaria) con cui fece restaurare le chiese e trasformò i conventi in alberghi, cosicchè il Vaticano ci guadagnò tre volte: oltre ad aver ottenuto dallo stato i soldi per farlo, ha fatto pagare dai pellegrini pellegrini per farli dormire e non ha sborsato un euro di tasse.

E Rutelli che ci guadagnò? Ci fu la corsa folle al mangia mangia, tanto preso a speculare su quei soldi che lasciò all’Europa un contributo europeo per Roma di 750 milioni di lire che non riuscì a destinare alla capitale. Non ne ebbe il tempo, si scusò Rutelli, in effetti lui appozzava sui miliardi, che gli importava dei milioni? E soprattutto di Roma?

http://isole.ecn.org/uenne/archivio/archivio2000/un15/art1083.html

Solo a Roma, sono stati investiti 13.000 miliardi (2.800 dello stato, gli altri del comune di Roma, delle ferrovie pubbliche, degli altri enti locali ed una piccola parte dei privati). Soldi presi dalle tasche di tutti i cittadini, anche dagli atei come me, con le tasse, che, ovviamente, la chiesa non paga.
Visto che siamo in Italia, oltre a finanziare spudoratamente una manifestazione privata (tale è il giubileo cattolico) con soldi pubblici, non si sono neanche creati il problema di renderne trasparente la gestione, per cui si stanno perpetrando colossali ruberie ai danni di tutti i cittadini italiani, sempre con la scusa del giubileo e con la complicità interessata della chiesa.

La gestione dei fondi di questo Giubileo è quanto di più arbitrario si possa immaginare; la cosa paradossale è che potrebbe essere perfettamente legale anche l’assegnazione di tutti i fondi ad una singola persona senza la realizzazione di una sola opera pubblica.

I 6.000 miliardi stanziati per l’anno santo dallo stato sono gestiti dall’”Agenzia per il Giubileo” (gestita da Rutelli). Quest’agenzia non è un ente pubblico o un dipartimento ministeriale, ma una società per azioni (come la FIAT o la Telecom) che, senza alcun tipo di controllo (senza gare d’appalto, vincoli o altro) gestisce i soldi pubblici assegnategli. La cosa paradossale è che l’agenzia era nata con questa forma (tirandosi dietro gli strali dell’Unione Europea che vieta il finanziamento di un’azienda privata con fondi pubblici) con la scusa di fare in tempi rapidi e senza ostacoli burocratici una nuova linea di metropolitana a Roma.

Tutti sanno che, a Roma, basta scavare un buco in terra per trovare una statua romana; figuratevi con che credibilità pensavano di costruire, dal nulla, una linea di metropolitana in 5 anni attraverso il centro della città. Il risultato è che la metropolitana non si farà (e non si è fatta) ed i soldi verranno spesi senza alcun controllo…. Il libro più caro del mondo non è qualche testo miniato medioevale, o magari un codice leonardesco, ma un libretto di 54 pagine, scritto in pessimo italiano, assolutamente generico ed inutile (con affermazioni del tipo “Se il dollaro sale verranno più turisti americani, se il dollaro scende un po’ meno”) intitolato “Piano degli interventi per il giubileo“: è costato 95 miliardi. - (= 210 milioni di €, Rutelli è famoso in tal senso visto il famoso portale internet, di cui parleremo, che è costato 48 milioni di €). Insomma come mangia Rutelli pochi riescono, ma il genuflettersi al Vaticano varrà pur qualcosa!

Questo è Rutelli.
Nel 2001 si candidò per il centro-sinistra contro Berlusconi e perse. Lamentò che per risalire la china nell’Ulivo, dovette “mangiare pane e cicoria”, cioè ingoiare bocconi amari.

Cioè o raggiunge i vertici o si avvilisce, lo vada a raccontare alla gente che in Italia muore di fame, perchè quelli pane e cicoria se lo mangiano davvero, e senza metafora. Nonostante le amarezze nel 2001 divenne presidente nazionale della Margherita.

Ma non bastava ancora, la fame di Rutelli è insaziabile, così è diventato co-fondatore e co-presidente, insieme a Francois Bayrou, del Partito democratico Europeo (PDE). Altra carica, altro lauto stipendio, che naturalmente paghiamo noi.

Insomma la guida del comune di Roma si arricchì notevolmente, appoggiando come i suoi predecessori gli ex clienti e politici DC, le stesse losche aziende di ciclo dei rifiuti, nonché di holding edilizie dello stesso stampo. Infatti, secondo lo stile mafioso, a Roma si aprirono un’infinità di cantieri su cui non lavorava praticamente nessuno, con pochi extracomunitari arraffati dalle appaltanti mafiose che non fornirono loro alcuna sicurezza, tanto è vero che ci fu una morìa in quei cantieri.

Soprattutto senza che un solo giornale indagasse sull’operato, per quell’omertà fra destra e sinistra che copre gli inciuci mafiosi. In più consegnò alla moglie Palombelli, (nonchè alla moglie di Costanzo, per ringraziarlo per la pubblictà mediatica) la gestione degli autoparchi vigili per le auto rimosse, aumentandone a dismisura multe e costo del parcheggio, nonché la gestione degli autobus turistici romani e la gestione del transito di battelli turistici sul Tevere.

Ormai dimentico del suo ruolo di pacifista appoggiò la guerra in Iraq, nonché alla Conferenza Episcopale Italiana e in Vaticano, l’ostracismo ai gay, disapprovando le loro richieste di equiparazione di coppie di fatto alle coppie matrimoniali, sostenendo le campagne antigay di Ruini e di Papa Ratzinger.
Si oppose allo stesso modo, con la stessa faccia di bronzo, al referendum per l’abrogazione della legge papalina sulla fecondazione assistita, al diritto all’aborto, alla ricerca sulle cellule staminali, al riconoscimento delle coppie di fatto etero e gay, battendosi invece a favore del finanziamento delle scuole religiose private. Insomma a favore di tutto ciò che dava soldi alla Chiesa, sono queste le regole dell’Opus Dei, tu ci appoggi le leggi che ci assegnano soldini e noi ti diamo le cariche che ti portano soldini. Delle tesche degli italiani chissenefrega, che paghino e tacciano.

Ma la sua faccia tosta non ha limiti, perchè pur avendo tradito la comunità gay di cui faceva parte, nel 2001 si rivolse al sito Gay.it per avere il sostegno dei voti gay. Lo stesso sito che poi scrisse: - Ci andrebbe di sbanderargli la dichiarazione del novembre 2007 su Eva Tremila del porno attore etero Omar Galante: “Vorrei girare un film gay con Rutelli!”. -
In più, nell’ultimo governo in qualità di Ministro della Cultura, Rutelli si è mangiato 48 milioni di € per un portale on line che doveva diffondere l’immagine turistica dell’Italia nel mondo. Un sito da vergognarsi, brutto stilisticamente e privo di notizie. Il sito Italia.It dopo un anno ha chiuso perchè bruttissimo e non aggiustabile.
Ora Rutelli dice che no, che erano solo 7 milioni di €, ma non è vero, lo so per certo, se ne è beccati 48 milioni, a pagare 2000 € al mese un grafico, ci costava 48.000 € l’anno, e lo potevamo pagare per mille anni, oppure potevamo assumere duecento persone per 50 anni, cioè fino alla pensione.
Così i politici rubano i nostri soldi mentre tanta gente muore di fame e di freddo perchè non può pagarsi la casa.

E uno così lo facciamo di nuovo sindaco?

domenica 17 febbraio 2008

Inchiesta de "L'Espresso". Gli impresentabili che nessuno vuole.

(Francesco Bonazzi e Marco Damilano - L'Espresso) Non c'è primaria o gazebo della libertà che tenga. Con le famigerate liste bloccate del 'Porcellum', ancora una volta avranno l'elezione sicura quelli che non potrebbero mettere facilmente la propria faccia sui manifesti. Un pattuglione di assenteisti, trasformisti, dinosauri, pregiudicati, indagati o, più semplicemente, sputtanati. Ecco il catalogo dei nomi pronti a infilarsi alle spalle dei leader.

BOCCIATI
"Il dado è tratto: Rivoluzione Italiana confluisce nel Popolo delle libertà". Con queste parole, il 9 febbraio, il senatore Paolo Guzzanti ha annunciato ai seguaci del suo blog (Rivoluzione Italiana, 'http://www.paologuzzanti.it/') il fidanzamento con il movimento dell'altra rosso-crinuta Michela Brambilla. Un aggancio che imbarazza la super-nuovista Brambilla, preoccupata dall'effetto muffa dell'ex presidente della Commissione Mitrokhin, simbolo di una stagione tutta bufale e complotti-spazzatura.

La spazzatura vera, invece, è quella che ha distrutto la credibilità di Antonio Bassolino e Alfonso Pecoraro Scanio. Le immagini della maxi-pattumiera napoletana hanno fatto il giro del mondo, ma nessuno dei due politici campani è stato sfiorato dall'idea delle dimissioni. Così, tanto il presidente della Regione quanto l'ex ministro dell'Ambiente sono pronti a regalarsi un nuovo giro in Parlamento.

Stessa scelta per un altro eletto che ha fatto parlare di sé in tutto il globo, il mastelliano Tommaso Barbato. Il filmato della sua tentata aggressione al compagno di partito Nuccio Cusumano, 'colpevole' di non revocare la fiducia a Prodi, spopola ancora su Internet e il suo presunto sputo è un giallo insoluto. Il fotogramma in cui senatori e questori tentano di placcare Barbato è diventato l'ultima pubblicità di Ryanair, sotto lo slogan 'Calma! Calma! C'è posto per tutti'. Barbato compreso. Un comodo seggio senatoriale aspetta anche il sindaco azzurro di Catania Umberto Scapagnini.

L'ex medico di Berlusconi è ansioso di abbandonare la città prima che venga certificato lo stato d'insolvenza del Comune. Mentre il più fido scudiero di Massimo D'Alema, Nicola Latorre, non vede motivi per abbandonare il Palazzo, nonostante le sue telefonate pro-Unipol abbiano sconcertato migliaia di elettori del centrosinistra durante la folle estate delle scalate bancarie.

GIURASSICI
José Luis Rodríguez Zapatero non aveva compiuto tre anni, Barack Obama era nato da appena 20 mesi quando Luigi Ciriaco De Mita entrò per la prima volta alla Camera. Salvo una breve interruzione tra il 1994 e il 1996, non ha più trovato l'uscita. Classe 1928, la stessa di Ernesto Che Guevara, da 45 anni trascina giornalisti e colleghi deputati sottobraccio per il Transatlantico, manco fosse la Selva Lacandona.

Ma guai a fargli notare l'età: "Ieri, per la prima volta, mi sono sentito vecchio", ha confessato al compimento degli ottant'anni. E ora è in corsa per la dodicesima ricandidatura, questa volta nel Pd. Il segretario campano Tino Iannuzzi ha già annunciato di voler chiedere la deroga per il suo maestro politico. Lo stesso vuole fare il segretario provinciale di Avellino: Giuseppe De Mita, il nipote. Sembra un'anomalia, ma non lo è. Spera di rientrare, ancora una volta, il senatore Francesco D'Onofrio, capogruppo dell'Udc.

Una ex giovane promessa: a lanciarlo fu proprio De Mita, un quarto di secolo fa. C'è il neo-Udc Angelo Sanza (ex demitiano, ex cossighiano, ex buttiglioniano, ex berlusconiano), deputato dal 1972, lo stesso anno che vide l'esordio in Parlamento di Giuseppe Pisanu. C'è il forzista Alfredo Biondi, eletto la prima volta nel 1968.

C'è il socialista Valdo Spini, simpaticamente parlamentare da quasi trent'anni, come il verde ex Lotta Continua Marco Boato (salvo un'interruzione negli anni Ottanta) che tenta il ripescaggio nella Cosa rossa. Lì, nell'area della sinistra radicale, si gioca il futuro di un'autentica istituzione come Armando Cossutta e di un veterano delle aule come Cesare Salvi. In fondo, il candidato premier Fausto Bertinotti, imbalsamato nella carica di leader dal 1994, è ormai anche lui un monumento vivente. A se stesso.

LAVATIVI
Giuliano Amato ha già annunciato che non si ricandiderà, a Montecitorio non avvertiranno la differenza: nell'ultima legislatura non l'hanno praticamente mai visto. In 20 mesi e su 4.693 votazioni ha pigiato il pulsante solo 21 volte, lo 0,45 per cento del totale. Certo, da ministro dell'Interno aveva altro da fare e si è fatto mettere in missione nel 97 per cento dei casi.

Ma che dire di altri illustri assenti? Senza giustificazioni, per esempio, risulta il presidente della commissione Attività produttive Daniele Capezzone: infaticabile quando c'è da dichiarare al tg, un forzato dei talk-show televisivi, e dove trova il tempo di partecipare al lavoro legislativo? E infatti si è affacciato in aula per 119 volte, il 2,54 per cento delle votazioni, risultando assente senza scusanti nel 67 per cento dei casi.

Peggio di lui hanno fatto solo i ministri Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani e Alfonso Pecoraro Scanio, che però figurano quasi sempre in missione. A differenza dell'ex segretario Ds Piero Fassino, assente nell'89 per cento dei casi, presente in dieci votazioni su cento, stessa misera performance del collega di Rifondazione Franco Giordano. Deve essere il duro tran tran del capopartito.

Tre big di Forza Italia, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto e Denis Verdini, non si sono quasi mai fatti vedere a Montecitorio. Bondi ha saltato l'87 per cento delle sedute, Cicchitto l'89. Il toscano Verdini, estenuato da 291 votazioni su 4.693 (il 6 per cento), ha trovato miracolosamente il tempo di mettere la firma su tre proposte di legge e su un'interrogazione: stipendio ben guadagnato. Ma è in ottima compagnia: il deputato Berlusconi Silvio ha mancato il 98,51 per cento delle votazioni. E nessuno lo rimprovererà per questo.

VOLTAGABBANA
"Si sentiva bene il discorso? Avevo la voce ben impostata?", ha chiesto appena finito di parlare. Si cambia schieramento per molte ragioni: per opportunismo, per convenienza, per calcolo. Il senatore-professore Domenico Fisichella l'ha fatto per ben due volte (da destra a sinistra e da sinistra a destra) per un ben più nobile motivo: la vanità.

Quando lasciò An per traslocare nella Margherita era inviperito per la mancata presidenza del Senato che, secondo lui, gli spettava come una laurea, honoris causa. Quando il 24 gennaio ha pugnalato il governo Prodi, provocando la fine della legislatura, ha tenuto a precisare, la voce ben impostata, ci mancherebbe, che lui non era "uno qualunque". Basta sfogliare la sua monumentale produzione bibliografica, 18 volumi, da 'Elogio della monarchia' a 'Le ragioni del torto', tradotti in inglese, francese, spagnolo, ungherese e rumeno.

Ora giura di voler tornare a studiare, ma è disponibile a candidarsi nel Pdl, "se il mio contributo è considerato utile". Lo stesso vale per Lamberto Dini: ma lui, più che utile, si ritiene indispensabile. Pronto a candidarsi con Berlusconi, dopo averlo mollato nel 1995 per fondare un partitino di transfughi dal berlusconismo, tra accuse di tradimento e insulti.

Lo stesso percorso di Clemente Mastella (in comune i due hanno anche una moglie in guai giudiziari): "Resterò nella posizione in cui mi troverò, lealmente, come sempre", garantisce l'ex guardasigilli. I suoi compagni di partito, conoscendone la lealtà, si sono affrettati a cercare posizioni in proprio.

Uno che una candidatura l'ha spuntata è l'ex ministro della Lega Giancarlo Pagliarini: nel '96 fu candidato premier di Umberto Bossi e predicava il secessionismo della Padania, oggi si ritrova con la destra tricolore di Francesco Storace, un bel salto tra gli arditi. Più modesto appare il valzer di Marco Follini, passato in 20 mesi dai pranzi di palazzo Grazioli alle merende nel loft del Pd: l'importante, per lui, è non imbattersi in Casini.

IN FUGA DALLA GIUSTIZIA
Eletto con l'Italia dei valori, passato all'opposizione con il movimento fai-da-te Italiani nel mondo e ora pronto all'ingresso nelle liste del Pdl, il senatore campano Sergio De Gregorio non è soltanto un politico che si muove veloce. È anche un uomo bisognoso di trovare un riparo sicuro da un'inchiesta della Procura antimafia di Napoli che lo vede indagato per riciclaggio e favoreggiamento della camorra.

Non vede l'ora di sbarcare in Senato anche l'udiccino Salvatore Cuffaro, che da presidente della Regione Sicilia si è appena beccato una condanna in primo grado a cinque anni di reclusione. Anche in Calabria andrà in scena il film 'Governatori in fuga', con Agazio Loiero che preferirebbe attendere il suo processo per gli appalti della sanità da uno scranno di Montecitorio. Bisognoso d'immunità varie anche il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa.

Già salvato dalla prescrizione ai tempi di Tangentopoli, quando ammise di aver preso soldi per appalti truccati, ora è indagato a Catanzaro per truffa all'Unione europea e associazione a delinquere. Non mollerà facilmente Palazzo Madama neppure il forzista Luigi Grillo, rinviato a giudizio per aggiotaggio nella vicenda delle scalate Rcs e Bnl. Seggio blindato anche per l'ex governatore pugliese Raffaele Fitto, che sotto Natale è diventato imputato per corruzione e finanziamento illecito.

Un altro ex presidente eccellente, Francesco Storace, dovrà difendersi nel processo Laziogate dall'accusa di 'cospirazione informatica' ai danni della rivale Alessandra Mussolini. L'ex comandante della Finanza, Roberto Speciale, attenderà in Parlamento sotto le bandiere del Pdl l'inchiesta della magistratura per l'uso 'privato' di aerei ed elicotteri delle Fiamme gialle.

Al fianco di Speciale troverà riparo anche la first lady di Ceppaloni Sandra Lonardo Mastella, indagata per tentata concussione. Mentre sotto i colori della Sinistra arcobaleno troveranno usbergo anche i 'disobbedienti' Francesco Caruso e Luca Casarini, per i quali la Procura di Genova ha appena chiesto sei anni al processo per il G8. Caruso ha già sulle spalle una condanna in primo grado a 40 mesi per la violenta 'spesa proletaria' all'Ipercoop di Afragola.

DEFINITIVI
Neppure nella prossima legislatura si assottiglierà il plotone dei condannati in via definitiva. Anzi, sono previsti grandi ritorni. Il leader morale di questi forzati del Parlamento è l'azzurro Marcello Dell'Utri, che ha una condanna passata in giudicato a due anni per frode fiscale e false fatture, mentre ha impugnato in appello una sentenza a nove anni per mafia. Intoccabile anche un altro eroe della prima Fininvest come Massimo Berruti, otto mesi definitivi per favoreggiamento nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza.

Riavranno il loro bravo posto in lista anche il democratico Enzo Carra (un anno e quattro mesi per false dichiarazioni al pm nel processo Enimont), l'azzurro Alfredo Vito (due anni patteggiati per corruzione), il berlusconiano Giorgio La Malfa (sei mesi per finanziamento illecito nella vicenda Enimont), il diessino Vincenzo Visco (abuso edilizio) l'azzurro Antonio Del Pennino (due mesi per Enimont, un anno e otto mesi per la metropolitana di Milano), l'eterno dc Paolo Cirino Pomicino (un anno e otto mesi per Enimont e e due mesi per i fondi neri Eni), i forzisti Gianpiero Cantoni (due anni per corruzione e bancarotta), Egidio Sterpa (sei mesi per Enimont) e Antonio Tomassini (tre anni per falso).

Continueranno a scontare con le noie parlamentari una gioventù troppo vivace il radicale Sergio D'Elia (25 anni per banda armata e concorso in omicidio) e i finiani Domenico Nania (condanna per lesioni volontarie) e Marcello De Angelis (cinque anni per banda armata). Mentre si preparano a tornare nel Palazzo, dopo essere stati fermi qualche giro, anche Umberto Bossi (otto mesi per Enimont), l'udiccino Vito Bonsignore (due anni per tentata corruzione) e il socialista Gianni De Michelis (due anni per corruzione e tangente Enimont). Tra sputatori ed ex picchiatori, non sfigureranno neppure loro.

La Sinistra “censurata” dai media.

(Insieme a sinistra) La Sinistra l`Arcobaleno ha denunciato, in una lettera inviata ai direttori delle maggiori televisioni nazionali, la censura di fatto che in tv viene fatta alla nuova formazione politica che riunisce le forze della sinistra (Rifondazione, sd, Pdci e Verdi), e che negli spazi di informazione e di intrattenimento, si fa notare in un comunicato, “viene spesso sbrigativamente definita ’sinistra radicale’, ’sinistra massimalista’, e via elencando, evitando in questo modo di pubblicizzare presso i telespettatori la denominazione corretta di ‘La sinistra l`Arcobaleno’, che è quella che gli elettori troveranno sulla scheda elettorale”. Inoltre nella lettera si denuncia come in questi giorni i tg e i programmi televisivi stiano dando una immagine falsata della prossima competizione elettorale, limitando l`informazione ai due partiti principali e ai loro leader: com`è noto, invece, i candidati in campo sono per ora almeno tre, ed è probabile che diventino quattro nelle prossime ore.

Il capogruppo di Sinistra Democratica Cesare Salvi lancia l’allarme informazione.
“Sta passando quest’idea che i voti utili siano solo due: Veltroni o Berlusconi”. In questo senso e’ stata avviata anche “una campagna mediatica. Vanno solo loro due in televisione”.
D’altra parte, attacca salvi, esiste un problema di lottizzazione evidente: “Rai 1 e Rai 3 sono in mano al Pd. Basti pensare a ‘Ballaro’: hanno invitato Bertinotti, gli hanno messo li’ un sondaggio fasullo al 7%, queste sono tutte cose fatte a tavolino…”. Allora Rai 1 e Rai 3 al Pd, “la destra- aggiunge poi salvi- controlla invece Rai 2. Mediaset sappiamo tutti chi la controlla”.
Poi c’e’ la questione carta stampata: “I giornali appartengono ai grandi gruppi finanziari e puntano solo su questi due cavalli. D’altra parte- aggiunge l’esponente di sd- i programmi sono molto simili. Il polso della situazione l’abbiamo con le dichiarazioni di Montezemolo: un giorno dice bravo a Berlusconi, il giorno dopo dice bravo a Veltroni”. Tutto cio’, “comporta una deformazione fortissima nel diritto all’informazione. Basti pensare che la tv continua a dire la ‘cosiddetta Cosa rossa’ o la ’sinistra radicale’”. Evidentemente, conclude salvi, “c’e’ una campagna tra le tv lottizzate da Berlusconi e Veltroni e i giornali controllati dai grandi gruppi economici: e’ un problema serio”.

Bertinotti, per non cancellare una storia.

[Erezioni politiche] Anche il Fausto è sceso in campo. Lo ha fatto con il suo stile elegante, un pò invecchiato dal ruolo istituzionale che ha ricoperto in questi anni, ma sempre articolaro e arrotato, come la sua erre.
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Per la prima volta è candidato premier di una coalizione colorata, la sinistra arcobaleno, che comprende i rossi, i verdi, i biancorossi e i rossobianchi.

Per annunciare la sua scelta si presenta nel posto sbagliato, un bar di Roma che in pochi minuti si riempie, fino a non permettere neppure ad alcuni leader, come Pecoraro Scanio o Diliberto, di assistere alla prima del loro candidato premier.

Dimostrare al Pd che loro sono indispensabili, non far scomparire la sinistra, combattere l’americanizzazione della politica, questi i punti chiari del breve discorso di Bertinotti.

Ovviamente il suo target elettorale sono i giovani, i precari, gli operai, le classi povere, i pensionati, chi è in difficoltà e, perchè no, anche gli immigrati (che però non votano), gli omosessuali, gli ecologisti, i nostalgici del comunismo e i transfughi della mozione Mussi. Un mondo variopinto che, almeno in questa prima performace, sembra sempre meno convincente e comunicativo di Superwalter.

Non è tanto questione di anagrafica, o almeno non è soltanto quella. La verità è che Bertinotti e la sinistra hanno troppo sbandato in questi anni, confondendosi loro stessi le idee.

Quindici anni a costruire e distruggere un dialogo con il centro, per sconfiggere Berlusconi, ma poi, una volta raggiunto l’obiettivo, tentare nuovamente di affossarlo, scontrandosi, scendendo in piazza, lacerando importanti sindacati nazionali.

Nè ha fatto bene a Bertinotti l’aver ricoperto un importante ruolo istituzionale, che ha tolto alla sinistra un grande leader, e a Bertinotti stesso ha lo ha delegittimato, dimostrando che in politica tutto ha un prezzo, caro, ma quantificabile.

La sinistra così, rischia di essere cancellata, ma non dal porcellum e nemmeno dalla scelta moderata del Partito Democratico. Rischia di scomparire per colpa della sua classe politica, bravissima a fare un’opposizione incredibile, ma incapace di governare in maniera dignitosa.

Ritorno al «Porcellum», una legge fatta in tre.

Camera, senato e italiani all'estero. A ciascuno il suo modello. Tra liste bloccate e candidature plurime, i cittadini non possono scelgliere chi li rappresenta ma solo il simbolo. E così il parlamento è nominato direttamente dai partiti

(Matteo Bartocci - Il Manifesto) Alla fine si voterà con il tanto vituperato «Porcellum», ovvero la legge elettorale varata a maggioranza dal centrodestra alla fine del 2005. Una legge molto discutibile, soprattutto se consideriamo che l'Italia è l'unica democrazia occidentale in cui il primo partito (Fi) ha avuto solo il 23,7% dei voti (camera 2006) e l'unica in cui i due partiti principali (Fi e Ulivo) sfiorano insieme appena il 40% (senato 2006). Quando si parla di partiti «nanetti» è bene fare le proporzioni su questi «pseudo-giganti». Per i cittadini, il «porcellum» è la peggiore legge elettorale possibile. Per i partiti, invece, è una manna dal cielo.

Proviamo a fornire una bussola per orientarsi nel caos politico su alleanze, liste, candidati premier e premi di maggioranza.
Tecnicamente il «porcellum» è una legge proporzionale con il premio di maggioranza, garantisce cioè una governabilità certa almeno alla camera. E' bene ricordare che l'Italia è l'unico paese al mondo a usare il sistema del premio a livello nazionale.
Questa legge elettorale è una somma di tre sistemi di elezione molto diversi tra loro: uno per la camera dei deputati, un altro per il senato della Repubblica e un altro ancora per gli italiani all'estero. Ogni partito, entro il 9 marzo, dovrà depositare il proprio simbolo e programma elettorale dichiarando al ministero dell'Interno il proprio «capo della coalizione» (nomen omen) e l'eventuale alleanza (collegamento) ad altri partiti. Sulla scheda elettorale i simboli di partito coalizzati tra loro sono messi su un'unica riga. L'elettore fa una sola croce sul simbolo prescelto. I voti alla coalizione sono la pura somma dei partiti che ne fanno parte.

La camera dei deputati. Il sistema garantisce alla prima coalizione di partiti a livello nazionale (con l'esclusione della Val d'Aosta e degli italiani all'estero) almeno 340 deputati, cioè il 54% dei seggi (premio di maggioranza del 4%). Tutti gli altri si dividono proporzionalmente i 277 deputati restanti. Va da sè che se il vincente supera il 54% dei voti mantiene i seggi in più. Dei 13 seggi rimanenti uno va alla Val d'Aosta e 12 agli italiani all'estero, che votano con regole proprie. Paradossalmente è una legge più maggioritaria del «Mattarellum»: chi vince anche per un solo voto prende il 54% dei seggi. Nel 2006 l'Unione ha vinto per 24mila voti.

Le soglie di sbarramento. A Montecitorio sono tre gli ostacoli da superare. 1) le coalizioni (es: la Cdl) devono superare il 10% dei voti; 2) le liste singole (es. Pd o Sinistra) devono superare il 4% dei voti; 3) i partiti collegati in coalizione (es: la Lega) devono superare il 2% dei voti. In quest'ultimo caso la legge prevede perfino il ripescaggio del miglior partito sotto il 2% (es: l'Udeur). I seggi in premio vengono distribuiti proporzionalmente nella coalizione vincente.

Il senato della Repubblica. Il sistema è simile a quello della camera ma con un'eccezione decisiva. In ossequio alla Costituzione, il premio di maggioranza (a palazzo Madama del 5% e non del 4%) non è attribuito a livello nazionale ma a chi arriva primo nelle singole regioni. Meglio, in 17 di esse, perché c'è un sistema a parte in Molise, Trentino-Alto Adige e Val d'Aosta. Si tratta in sostanza di una sorta di «lotteria elettorale» basata su 17 premi regionali diversi.

Le soglie di sbarramento. Al senato sono molto più alte: il 20% per le coalizioni; l'8% per i singoli partiti; il 3% per i partiti coalizzati. Ecco spiegato perché almeno al senato la Sinistra arcobaleno non potrà mai presentarsi con i quattro simboli di partito: come coalizione dovrebbe raccogliere il voto di un italiano su cinque.

Gli italiani all'estero. Nel 2006 erano 2.700mila. Devono decidere se votare per corrispondenza o nell'ultimo comune italiano di residenza per eleggere 6 senatori e 12 deputati in quattro zone (Europa, Nord America, Sud America, resto del mondo). I seggi sono distribuiti con un proporzionale puro (quoziente naturale e più alti resti). A differenza che in Italia sono ammesse le preferenze.

Ci sono poi alcune previsioni generali non proprio brillanti.
Le «liste bloccate». I cittadini non scelgono chi li rappresenta ma votano solo il partito che preferiscono. Gli eletti perciò sono predeterminati dall'alto secondo l'ordine di presentazione nelle liste. Il risultato è che i candidati non fanno campagna elettorale nel territorio durante il voto ma prima del voto solo dentro i rispettivi partiti. Le loro capacità di mobilitazione sono irrilevanti: chi finisce in fondo alla lista è come se non esistesse, e chi è in cima anche se non è apprezzato sarà comunque eletto.
La nomina degli scrutatori. Una novità molto sottovalutata del «porcellum» è l'abolizione del sorteggio degli scrutatori. Dal 2006 essi sono nominati direttamente dai sindaci. E a proposito dei vecchi sospetti su brogli elettorali non è una scelta incoraggiante.

Le «candidature plurime». Ad aggravare il quadro, la legge consente a chiunque di candidarsi dappertutto (o alla camera o al senato). Come si ricorderà, Berlusconi o Bertinotti, per fare due esempi, nel 2006 si sono candidati in tutte le circoscrizioni della camera. Va da sé che sono stati eletti dappertutto e, come plurieletti, hanno potuto decidere dopo il voto chi fossero gli eletti al loro posto. Alla camera il 40% dei deputati deve la sua poltrona solo all'opzione finale dei vari leader: 38 deputati ne hanno incoronati quasi 250. Numeri che non cambiano a palazzo Madama: 22 plurieletti hanno scelto più di 50 senatori. Non c'è differenza tra ex Unione ed ex Cdl: entrambi i poli hanno usato questo sistema per oltre 150 parlamentari ciascuno. Con questi numeri, non è esagerato dire come fa Roberto D'Alimonte in un suo saggio recente sulle elezioni 2006 («Proporzionale ma non solo», Il mulino 2007): «Siamo diventati l'unico paese occidentale con un parlamento direttamente nominato dai partiti, prima delle elezioni grazie al meccanismo delle liste bloccate e dopo le elezioni dalle scelte dei leader grazie alle candidature plurime».

Veltroni presenta i suoi dodici punti. Le solite e stantie promesse all'elettorato gay e nessun accenno alla laicità dello stato.

Voce ai bloggers:

Già, perché mai un gay dovrebbe votare per il PD?
[Vecchi froci]

L’ambiente, le tasse, la spesa pubblica, la legalità (quella di Di Pietro o quella dello stato di diritto?), tante belle cose molto “economiciste”. Noi, nei 12 punti del PD non ci siamo. E infatti una quindicina di gay del PD, da Scalfarotto a Benedino, scrivono un pezzo sull’Unità che difende il loro lavoro nelle commissioni, chiede visibilità per i contenuti e spazio per senatori e deputati dichiaratamente omosessuali. Cioè testimoniano il loro impegno e ammettono la difficoltà della situazione attuale. Cercando di rispondere in positivo alla domanda “Perché un gay dovrebbe votare per il PD?”.Da Ivan si accende un dibattito.
Riassumerei così la questione: un gruppo di gente seria e onesta ci chiede di sostenerli in una battaglia disperata, senza riuscire a rispondere alla domanda che essi stessi ci pongono. Il voto cioè dovrebbe essere per loro, non per ciò che sono riusciti ad imporre. Ma, Ivan, non avevi tu stesso fatto ragionamenti interessanti sulla lobby gay estranea ai partiti ma capace di far pressione su tutti?
Per me, al momento, la risposta alla domanda resta: “per nessuna ragione”. Ci fosse la preferenza sulla scheda, l’idea sarebbe perfino considerabile, ma allo stato attuale si tratta di votare il pacco che comprende la Binetti, in migliore posizione, e poi voi. Non ho alternative pronte in tasca, ma scusate, perché, a meno di una sconfitta devastante, dovrebbero darvi domani lo spazio che vi negano oggi?
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Laicità: Veltroni non ne parla.
[Uaar]

Nel suo discorso all’assemblea costituente del PD, Walter Veltroni ha illustrato i dodici punti del suo programma (riassunto su Repubblica.it). Nessun accenno ai temi laici, salvo un breve accenno alla legge 194: “E se parliamo di dignità femminile, di libertà e responsabilità delle donne italiane, fatemi dire ancora una volta con estrema chiarezza: la legge 194 è una buona legge, è una legge contro il dramma dell’aborto, tanto che ha sottratto le donne dall’incubo della clandestinità e in trent’anni ha quasi dimezzato il numero degli aborti. Discutiamo di come applicarla integralmente, di come valorizzarne gli aspetti di prevenzione. Ma è una legge che va difesa ed è un tema che va tenuto fuori dalla campagna elettorale”.
Assolutamente ambigua, a mio giudizio, l’idea di fare del Mediterraneo “un hub per il dialogo religioso”.
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Veltroni il Pinocchietto rinuncia a fare il capolista: ma non c'è il voto di lista?
[Temis]

Lo abbiamo sempre criticato come sindaco di Roma per l'inefficenza e la demagogia della sua amministrazione. Ma da segretario del PD ci era piaciuto. E tanto. Speriamo di non doverci ricredere. Non abbiamo per nulla apprezzato l'enfasi con la quale Veltroni ha annunciato che riuncia a candidarsi come capolista per lasciare il posto a un operaio della Thyssen e ad alcuni giovani. Il suo vuol essere, forse, un gesto simbolico, ma a noi appare altamente demagogico in quanto il sistema elettorale prevede il voto di lista e Veltroni segna con il suo nome la lista del PD. Veltroni il Pinocchietto colpisce ancora...
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Il Governo che verrà aiuterà i Gay?
[Omoeros]

Di politica vorrei spesso non parlare. Non è un argomento che mi emoziona più di tanto visto che mi ha sempre regalato sentimenti che vanno dalla rabbia alla tristezza all'indifferenza alla vergogna e poche, pochissime volte ho gioito per qualcosa che è stato fatto in ambito politico in Italia. L'appena terminato governo Prodi era ricco di speranze per il popolo glbt, ma a conti fatti non è stato fatto assolutamente nulla di tutto quello che avevano promesso. Niente legge che punisca i reati di omofobia, niente che faciliti la vita alle transessuali come voleva Vladimir Luxuria nè tanto meno è stata approvata nonostante i cambi di nome e di modello la cosiddetta legge che tuteli le coppie di fatto. Adesso si ritorna alle urne.. la speranza resta ancora in piedi o dobbiamo solo sperare che arrivi il male minore al governo? Il Partito Democratico, diciamocelo, è fin troppo puntato verso il Vaticano per testimoniare la laicità del nostro stato, e la Sinistra Arcobaleno appena nata potrebbe essere interessante sulla carta, ma in quanti la voteranno? Ma cosa ci resta fare allora? Chi votare per tutelare finalmente noi gay e non farci apparire sempre come persone contro natura? Berlusconi? Mi faccio una sana risata, considerando soprattutto le vane speranze che custodivano quelli di Gaylib, movimento omosessuale di destra che davvero pensava che il cavaliere osasse difenderli a spada tratta.. Già non riesco a capire come faccia un gay ad essere di destra, ma questo aprirebbe un altro infinito capitolo. In attesa che la campagna elettorale diventi più accesa e si facciano promesse da marinaio io resto in stand by...
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E alla fine, chi si contenta gode... La "Noticina" della Gayband del Pd.

Pd/Tavolo Glbt: Bene Veltroni sui diritti gay.
Importante l'impegno per la lotta all'omofobia.
(Apcom) "Walter Veltroni ha affermato chiaramente che tra gli impegni che ci assumiamo come Partito democratico ci sara' il riconoscimento dei diritti delle persone che si amano e convivono e la lotta all'omofobia". Lo si legge in una nota del Tavolo Lgbt del Partito democratico

"La costruzione di un Italia moderna passa anche da qui. L'impegno di Veltroni ci fa pensare che il cammino verso la piena cittadinanza delle lesbiche e dei gay italiani anche nel nostro paese e' un cammino che si puo' fare"", prosegue la nota.