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venerdì 18 aprile 2008

Neo fascisti, estrema Destra e campagna elettorale a Roma - Una riflessione.

(06blog) L’estrema destra è entrata prepotentemente tra i temi dell’agenda di questa campagna elettorale per il nuovo sindaco di Roma. Prima la sdegnata reazione della comunità ebraica per l’avvenuta alleanza tra Alemanno e Storace (leader di quella Destra che la comunità ebraica ha ricordato essere un partito che ha tra i suoi valori proprio il fascismo). Poi, ieri sera, il raid neo- fascista alla sede del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

Che lo si voglia o no, dunque, l’avanzare dell’estrema destra sarà fino alla fine uno dei temi dominanti di quest’ultima settimana di campagna elettorale in vista del ballottaggio tra Rutelli ed Alemanno. Ed è un’estrema destra che fa paura, perchè non è la prima volta che scatena la sua violenza in città: ieri i neo fascisti sono entrati al grido di “Viva Mussolini” e “Froci di merda” ed hanno devastato un circolo omosessuale, l’estate scorso era capitato qualcosa di simile con il raid a villa Ada durante un concerto. E poi come non ricordare la folle notte dell’assalto alle Caserme dopo la morte di Gabriele Sandri, fatto che ha portato all’arresto di 20 neo-fascisti, ed il sospetto incendio doloso di un altro simbolo omosessuale di Roma, il locale Coming Out?

Naturalmente queste violenze, come il raid di ieri, vengono condannate da tutte le forze politiche. Rutelli è intervenuto subito esprimendo “solidarietà” e dicendosi pronto “alla fermezza contro il rigurgito fascista”. Gianni Alemanno lo ha seguito solo in tarda serata marchiando il gesto come “intollerabile”. Bisogna stare attenti a non strumentalizzare quanto avviene, il problema, però, non sono le prese di distanza ma il ripetersi periodico di simili raid e lo scarso impegno di certe forze politiche per evitarlo. “Sono raid - ha, non a caso, ricordato il segretario romano di Rifondazione Massimiliano Smeriglio - che dimostrano la pericolosa presenza di frange neofasciste a Roma che con quest’ultimo gesto creano un clima sempre più pesante in città esaltato dall’avvicinarsi della data del ballottaggio che potrebbe consegnare la città di Roma in mano alla destra”.

Partito Democratico: Radicali "incubo" della Binetti.

(Giovanni M. Losavio - Agenzia radicale) Strano destino quello che accomuna la sorte dell'IDV e della pattuglia radicale all'interno del Partito Democratico: pare infatti che le polemiche sugli uni siano irrimediabilmente destinate a estendersi anche agli altri. Già avevamo avuto modo di sottolineare come, contravvenendo all'accordo pre-elettorale con Veltroni, Di Pietro avesse ipotizzato la possibilità di costituire un gruppo separato da quello "Democratico", ipotesi peraltro ribadita anche nella mattinata di oggi quando l'ex magistrato ha dichiarato: "Con il Pd voglio fare qualcosa di più di un gruppo: un percorso, una casa comune. Che senso ha se io sciolgo il mio partito e vado nel Pd? Qual è il mio valore aggiunto? Una cosa è costruire una casa insieme, un'altra cosa è andare ad abitare in una casa altrui", salvo poi correggersi, almeno in parte, precisando che i "giochi" sono ancora aperti.

All'apertura del "fronte Di Pietrista" ha fatto eco la riapertura di quello radicale con una sincronia davvero impressionante: il generale teodemocratico Binetti non si è infatti sottratta al sacrissimo ufficio - Deus Vult, Dio lo vuole - di lanciare all'offensiva le truppe cherubiniche, ultimo baluardo in difesa dell'ortodossia. "Ecco, ci sono tutti e nove. Tutti eletti. E ora si viene a chiedere a noi moderati come mai è stato fallito l"obiettivo-centro?", ha tuonato dallo scranno celeste la "pasionaria" democratica secondo cui l'accordo con i Radicali "era una ciambella di salvataggio. Senza, non sarebbero nemmeno in Parlamento". Conclude l'On. Binetti: "sarebbe stato meglio non accoglierli. Ora, con queste soglie di sbarrammento, con i loro voti e senza il nostro appoggio, dove sarebbero i radicali?".

Un'opinione alquanto diversa da quella espressa, sempre dall'esponente Teodemocratico, appena due settimane fa - era il 4 aprile - quando con un comunicato stampa sul sito del Partito Democratico dichiarò: "Il Partito Democratico, come grande partito popolare, prevede al suo interno posizioni che possono esser culturalmente diverse, ma che sono fortemente impegnate nello sforzo di trovare la migliore sintesi possibile per venire incontro ai nuovi bisogni emergenti dell'Italia. Di questo ha bisogno l'Italia: soluzioni concrete ispirate ad una creatività scevra di pregiudizi".

Considerando le polemiche che hanno scandito l'inclusione dei Radicali nel Pd e le ultime dichiarazioni rese dall'On .Binetti, si potrebbe essere spinti a ipotizzare che costei sia quanto meno confusa riguardo a concetti quali "posizioni culturalmente diverse", "sintesi politiche", "creatività scevra di pregiudizi". Volendo essere maliziosi, sia pure con la consapevolezza di commettere grave peccato, si potrebbe domandare all'esponente Teodemocratico come possa conciliare le sue posizioni personali, peraltro legittime - non è di questo che si discute - con la sua appartenenza a un partito che, almeno in campagna elettorale, si era espresso a favore della disciplina normativa sulle unioni civili e non ha mai dichiarato di voler rivedere la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza.

In secondo luogo l'On. Binetti non dovrebbe perdere di vista l'evidenza che tra quei 13,686 milioni di voti ci sono, non solo i suffragi espressi dai simpatizzanti Teodemocratici, ma anche quelli di quanti si riconoscono nell'area laica, riformista, radicale e "di sinistra" (parte dell'elettorato della SA si è schierato con Veltroni, il famoso voto utile).

Purtuttavia all'on. Binetti si deve riconoscere il merito di avere squarciato il velo di nebbia calato sul PD alla vigilia della consultazione elettorale (ci aveva già provato Pannella ma, apriti cielo, si era scatenato un putiferio): cosa si intende fare del partito? Una formazione neo-confessionale (in tal caso, perché un elettore dovrebbe optare per il PD e non per Casini che, tra l'altro, sull'argomento è pure più esplicito)? L'immagine speculare, al centro sinistra, della PDL? Uno schieramento politico ancora ancorato alle vestigia ideologiche del compromesso storico?

Esigenze di chiarezza impongono precise scelte di campo: trovare il coraggio di prendere all'interno del PD quelle decisioni che nei rapporti con altri partiti hanno portato alla rottura dell'alleanza con Verdi, Rifondazione e Sinistra Democratica.

Il 14 aprile gli italiani chiari lo sono stati, sapranno esserlo altrettanto i dirigenti del nascente Partito Democratico?

L’Italia s’è destra.

(Pornopolitica) Partivano dall’undici per cento. Speravano nell’otto. Si sarebbero accontentati del sette. Il cinque o il sei li avrebbe delusi. Hanno preso il tre. Il risveglio della Sinistra Arcobaleno ha il sapore della sbornia nera. Loro, i compagni di lotta e di governo, si riscoprono tutto ad un tratto i nuovi extraparlamentari d’Italia. Il capo non ha cercato scuse: “Abbiamo perso il senso della realtà. La mia esperienza finisce qui. Il disastro è totale”. Per dirla con Alfonso Gianni, “una catastrofe nucleare”.

I venti di guerra già si sentono ovunque, nei partiti e fuori. Annunci di resa dei conti, richieste di dimissioni generali, congressi straordinari, azzeramento dei gruppi dirigenti. Per i Verdi suonano sempre più forti le sirene del Pd. Grazia Francescato chiede la testa di Alfonso Pecoraro Scanio, al congresso voleranno gli stracci. I Comunisti italiani scalpitano: “La Sinistra Arcobaleno è nata morta”, dice Marco Rizzo. Per fortuna Diliberto ha la sua infallibile ricetta: “Bisogna ricominciare dalla falce e martello”. Fabio Mussi e i suoi sono tentati da un ritorno al loft. La Sinistra Arcobaleno è morta. Quel punto e mezzo che l’avrebbe tenuta in vita lo hanno rosicchiato i trozkisti di Turigliatto e Cannavò che adesso esultano: “Un risultato magnifico”.

Dentro Rifondazione si va alla conta. Franco Giordano voleva dimettersi, Fausto lo ha dissuaso. I ribelli sono capitanati da Paolo Ferrero, il valdese ex di Democrazia proletaria, contrario al progetto bertinottiano di lanciare subito una costituente affinché nasca una nuova sinistra unitaria. “Dobbiamo ripartire da Rifondazione”, dice l’ex ministro della Solidarietà sociale che mostra fedeltà al comunismo, tanto per “non perdere pezzi storia e di cultura politica”. In realtà all’orizzonte c’è molto di più di un simbolo: il rapporto con il Pd, al momento accusato di “aver consegnato il Paese a Berlusconi”, come pure Bertinotti dice, e che però in prospettiva si vorrebbe ricostruire. Mentre i duri e puri della Falce & Martello pensano che la sinistra debba essere “anticapitalista, antiliberista, e alternativa al Pd”.

“Il manifesto” sfotte i giovani bertinottiani al potere, definendoli “berti-boys allo sbaraglio”. Nel week-end incombe il comitato politico del Prc, Ferrero e Russo Spena vorrebbero trasformarlo in un processo alla linea del sub-comandante Fausto. E così ieri è arrivata la svolta di Giordano che dice di non voler più sciogliere il partito e si presenterà al parlamentino rifondarolo da dimissionario. Addio al progetto bertinottiano di unità della sinistra. Insomma, siamo “al si salvi chi può”: Gennaro Migliore è già passato armi e bagagli con le pattuglie di Ferrero. Bertinotti è insalvabile. La sua ultima carta per mantenere il timone del partito poteva essere Vendola, ma ormai anche Nichi lo ha scaricato facendo sapere che (per ora) si tira fuori dalla sfida per la leadership del partito.

E adesso tutti giù a chiedere l’autocritica, adorabile retaggio marxista. Per ora gli unici reponsabili sono quelli identificati da un titolo di “Liberazione”: “I parenti-serpenti del Pd”. Piero Sansonetti scrive un editoriale dal titolo “Caro Walter, hai fatto un disastro”. E’ già un passo avanti: due giorni se l’era presa direttamente con gli italiani, rei di aver bocciato la sua sinistra, “sentinella che si oppone agli scivolamenti reazionari, alla ferocia del mercato, alla religione della competitività”. I pochi barlumi di ragione li offre, al solito, Nichi Vendola: “Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell’inefficacia dell’agire politico. E l’inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un’improvvisazione elettoralistica, cioè un cartello elettorale”.

Il visionario Nichi è geniale e spietato: “Noi abbiamo chiesto di votare al massimo un’allusione. Il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio. Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? O la facciamo sul fatto che la colpa è di Giordano? Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Ci conviene invece fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C’è un lavoro che va ricominciato. Con immensa modestia”.

Politica e rimborsi ai partiti: cifre da capogiro.

Finito lo spoglio delle schede i partiti sono al lavoro per quantificare quanto dovranno ricevere a titolo di rimborso per le spese elettorali. La torta da spartire ammonta a 407 milioni di euro a cui accederanno le formazioni che hanno superato l'1% dei consensi. La parte del leone la fanno il Pdl a cui andranno 160 milioni e il Pd a quota 140 milioni. A disperarsi i socialisti di Boselli che mancano il quorum per soli 8mila voti.

Una bella cifra, pari a quanto ogni anno lo Stato destina per esempio alla cooperazione internazionale. Dei ben 21 i micropartiti che hanno mancato la soglia dell'1%, i loro voti sono stati inutili a fine dei rimborsi (oltre 1,6 milioni alla Camera e 1,2 al Senato), a tutto vantaggio dei partiti che hanno scavalcato l' asticella. Davvero sfortunati i Socialisti di Boselli che, se avessero raggiunto il quorum dell'1%, avrebbero incassato 2.128.319 euro. Discorso esattamente opposto per l'Mpa di Raffaele Lombardo: per lui l'1,12% alla Camera e l'1,08% al Senato. Qualche migliaio di voto in meno e non avrebbe ricevuto i 4.670.297,23 di euro che gli spetteranno pe i cinque anni. Le urne hanno premiato il Pdl di Berlusconi con conseguente gioia anche dei tesorieri di tutti i vari partiti che hanno dato vita alla nuova sigla, Forza Italia e An in testa, fino a quelli più piccoli, come Rotondi, Mussolini o i pensionati di Fatuzzo. Spetterà a loro accordarsi sulla ripartizione, ma intanto lo Stato staccherà cinque assegni annuali per complessivi 160.446.990,4 euro. Nel 2006, però, Fi e An ottennero più voti e anche più soldi: in tutto 174,2 milioni. Il Pd alla sua prima prova elettorale porta in cassa ben 141.988.246,6 per la gioia del tesoriere Mauro Agostini, che finora aveva dovuto bussare alla porta dei due tesorieri di Ds e Dl, Ugo Sposetti e Luigi Lusi, che stanno ancora amministrando i rimborsi della precedente legislatura (li avranno fino al 2011). Molto bene la Lega, che avrà 35.329.331, un boom rispetto ai 21,5 milioni della precedente legislatura: e questo grazie al raddoppio dei consensi. Piange invece la Sinistra Arcobaleno anche sotto questo aspetto: per lei 13.356.565,12. Nulla in confronto al 2006 quando Prc, Pdci e Verdi ebbero in tutto 51.561.413. L'Udc di Casini avrà 24.018.774 di euro, meno dei 32 milioni della precedente tornata. Ha migliorato invece Antonio Di Pietro che percepirà 18.427.608 euro, contro i 12 di due anni fa. Quanto a Francesco Storace e Daniela Santanché, pur fuori dal Parlamento, percepiranno 9.629.998 di euro, grazie al 2,4% ottenuto alla Camera e al 2% del Senato. Non ho parole...

L'Avanti all'attacco. In morte dello “stunt-man” di Boselli.

Speriamo che questa storia dei falsi partitini socialisti ora si chiuda definitivamente.
(Venerio Cattani - L'Avanti) In questi giorni, molti piangono, o fingono di piangere, per la morte elettorale della Sinistra Arcobaleno e del cosiddetto Partito socialista. Della morte della Sinistra Arcobaleno non me ne frega - chiedo scusa - niente. Quando sento il leader storico di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, raccontare seriosamente che “l’Italia ha bisogno della sinistra”, mi viene da chiedere: “Già, e perché mai?”. A me pare che l’Italia viva benissimo senza la sinistra in genere e senza la sinistra alternativa in particolare. Naturalmente, sono più interessato alla scomparsa del Partito socialista di Enrico Boselli; e tuttavia trovo che non sia un gran problema neanche questo, tranne che per i diretti interessati. Era solo un inevitabile chiarimento. Ma ciò che interessa chiarire, è che la morte del cosiddetto Partito socialista di Boselli non è certo la morte del vecchio e glorioso Partito socialista italiano. È semplicemente caduto dall’impalcatura lo “stunt-man” di Boselli, non il socialismo: è come nei film americani. Il Psi, quello vero, è morto, non di morte naturale ma di veleno, nel 1992, esattamente cento anni dopo la sua nascita. Tra l’altro, la fine del Psi fu non certo causata, ma certo stabilita giuridicamente (con tanto di firma e bollo) proprio da Enrico Boselli e Ottaviano Del Turco, nel 1993. Meno male che lo stesso Boselli si è ora dimesso, sennò ricominciava la storia e avrebbe fatto morire il Psi la terza volta. Quello che è deceduto, per mano di Walter Veltroni e del Porcellum (la legge elettorale attuale) il 13 aprile, non era che un rimasuglio dello Sdi, oltretutto reduce dall’ultima disavventura con la Rosa nel pugno di Marco Pannella alle elezioni politiche del 2006. Il decesso del Partito socialista era scritto e pronosticato fin dal momento in cui il segretario e candidato premier del Partito democratico ha detto di no all’apparentamento. Solo un miracolo, per il quale ci sarebbe voluto non Boselli ma Padre Pio, avrebbe potuto far lievitare i voti dall’uno al quattro per cento necessario per superare lo sbarramento. Ma quel che più irrita, è come il Partito socialista è morto: con una lista da Arcigay, con i manifesti “incazzati” (ma non si è ancora capito con chi?) e con l’immagine del culo della nota pornostar Milly D’Abbraccio. Speriamo ora che questa storia dei falsi partitini socialisti si chiuda definitivamente. Ognuno dia - se lo vuole e se ancora lo può - il suo contributo individuale: sul piano storico e culturale, e sul piano politico aiutando l’Italia a riprendersi, a ripulire le strade, a riaprire gli aeroporti, e insomma a lavorare per sopravvivere alla globalizzazione, che è il vero tema della politica di oggi. Il socialismo rimane come sentimento e come testimonianza, forse come lievito; ma la direzione politica tocca a quelli che sono arrivati dopo e soprattutto, a quelli che arriveranno.

giovedì 17 aprile 2008

Gossip Politico: i trombati ed i graziati, chi entra e chi esce

elisabetta gardini(Gossipblog) Votare si è votato. Per chi si fosse perso però la maggior parte dei nomi dei futuri rappresentanti della repubblica (e di quelli che sono stati allegramente trombati da colleghi o avversari), ecco un breve riassunto.

Restano fuori dalla Casa del Grande Fratell… ehm da Montecitorio Vladimir Luxuria (ex PRC), che tornerà a spettacoli e battaglie per la difesa dei gay, Daniela Santanchè che dal suo salotto la prende con filosofia, e la sua protetta Paola Ferrari, che tornerà, forse, a Domenica Sportiva. Fuori anche Elisabetta Gardini (nella foto) del Pdl che da quando ha lasciato la recitazione non ne imbrocca una, e s’è fatta bocciare sia alle Europee del 2004, sia come portavoce del Polo delle Libertà nel 2005, oltre a dar vita ad un’appassionante querelle con la collega Luxuria sulla fenomenologia della toilette nel 2006.

Dalle stalle alle stelle, fuori la Principessa Alessandra Borghese, oggi punto di riferimento del mondo cattolico romano, ieri autrice di un manuale di galateo per jet set. Nella lotta tra fratelli Craxi, infine, ha la peggio Bobo, fuori assieme a tutto il Partito Socialista, mentre avrà il suo seggio Stefania Gabriella Anastasia, tra le fila del Pdl.

fiorella ceccacciE veniamo ai graziati, tra conferme e new entry. Alla Camera sono dentro per la prima volta Michela Vittoria Brambilla e le sue autoreggenti, Marianna Madia, ex di Giulio Napolitano, Jean Leonard Touadi, primo deputato di colore (Idv), ex assessore con Veltroni a Roma, Deborah Bergamini (quella delle intercettazioni telefoniche su come gestire i dati delle regionali 2005 in Rai), Monica Faenzi (pdl), il sindaco di Castiglion della Pescaia che litigò con Prodi durante le vacanze toscane perché lui non era passato a salutarla, e dulcis in fundo Santo Versace, fratello di Gianni e Donatella, che porterà lezioni di stile là dove ce n’è più bisogno.

Ma il meglio viene tra le candidate confermate, perché hanno già ben meritato. Oltre a Maria Paola Merloni (pd), figlia di Vittorio Merloni ma anche ex presidente Confindustria Marche, e Linda Lanzillotta, moglie dell’ex ministro Bassanini ed ex ministro lei stessa agli Affari Regionali, resteranno a Montecitorio Mara Carfagna e Alessandra Mussolini mentre non si hanno notizie della sorella Nilde), Fiorella Ceccacci (nella foto), il cui curriculum artistico spazia da Tinto Brass ad Albertazzi, passando per il Rugantino, ed stata addirittura la fidanzata di Michele Cucuzza, e Gabriella Carlucci, che tanto bene ci ha fatto figurare nella recente questioncella col premio Nobel per la fisica Glashow. Ancora qualche anno a Roma poi per la campionessa Manuela di Centa, e per Umberto Scapagnini, il medico personale di Berlusconi.

Per quanto riguarda il Senato ahimè, pochi nomi celebri, tra le new entries: Gianrico Carofiglio (Pd), magistrato e scrittore, padre letterario dell’avvocato Guido Guerrieri, Ombretta Colli (Pdl), moglie di Gaber ed ex presidente della provincia di Milano, Barbara Contini (Pdl), ex governatrice di Nassiriya, e Umberto Veronesi (Pd), direttore dell’Istituto Oncologico Europeo.

Buttamo ar tevere er Cicoria? I gay romani non ci stanno e dicono no a Rutelli.

(Psiko) Eh, ma Alemanno è quello delle spranghe, è un fascista, è uno di destra...
Bene. Con le persone che vivono le elezioni quasi fossero una partita di pallone, dove deve vincere il Napoli o la Juve o la Roma, è meglio non perdere troppo tempo. Queste elezioni hanno già mostrato come questi tenutari di bandiere ideologiche saranno cancellati dalla storia di questo paese. Aggiungo: è un bene.

Vediamo, osserviamo i candidati al campidoglio. Francesco Rutelli e Giovanni Alemanno.
Io non ricordo dichiarazioni di Alemanno omofobe, razziste, antieconomiche, illiberali, filoclericali, classiste, violente o fasciste. Non mi pare sia solito cenare, bellamente, con il cardinal Bagnasco. Non è lui ad essere fortemente sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, o dalla Consulta Islamica o dall'Unione delle Comunità Ebraiche. Non è fra i diretti responsabili dell'insabbiamento di qualsivoglia estensione dei diritti sociali in questo paese. Non ricordo sue dichiarazioni apertamente contrastanti con il testamento biologico, ad esempio. Non lo ricordo nell'attacco alla 194. Non ricordo suoi assessori condannati con sentenza definitiva per eccesso di consulenze esterne (sentenza n. 1379, del 25 gennaio 2006, Corte di Cassazione - Sezioni Unite.)
Giovanni Alemanno è stato Ministro per le Politiche Agricole, fra il 2001 e il 2006, nel governo Berlusconi; ed ha lavorato bene. Più che bene. Molto.
È una persona seria, che guarda agli obiettivi senza disdegnare collaborazioni con i (da lui) più lontani segmenti della società italiana. È sveglio, brillante.

Di Francesco Rutelli non credo si possa dire altrettanto. Anzi. Penso tutto il male possibile nei confronti del secondo ex sindaco di Roma. Farlo vincere significherebbe consegnare all'immobilismo, alla decadenza, e al Papa, questa città. Nei prossimi dieci anni il nostro paese subirà forti cambiamenti, sia in un'ottica interna sia nel piano dell'europa. Tagliar fuori la Capitale consegnandola ad un personaggio come Rutelli può segnarne il declino, ancor più che Milano - con l'expo, con la tav, con malpensa, con un nuovo governatore leghista - farà passi da gigante.

Problema. Alemanno è apertamente appoggiato dai (sic!) tassisti, che - notoriamente - sono emanazione propria del male assoluto. Però. Se non farà stronzate in queste due settimane. Qui lo si vota. Ché i numeri per vincere li ha.

La sinistra non è andata a votare, o ha votato altro. Questo è il momento (probabilmente l'unico per molto tempo) in cui si può dare una sonora sberla ad uno dei massimi esponenti dei teodem. (Rutelli, Binetti, Bobba.) Farlo vincere a Roma, se servono altri motivi per non votarlo, significherebbe contrapporre la vittoria, seppur amministrativa, di un candidato clericale alla nazionale sconfitta del "..ma anche laico" Veltronismo.

Due settimane. Ci tocca. Son vent'anni che questa città è governata dal duo Veltroni-Rutelli. Forse è il caso di mandarli un po' a cagare, eh? Forse è il caso di buttare mr. Cicoria nel tevere. Forse.

Ce volemo da provà?
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Quel vizio antico di ritenersi i migliori.

(Marina Corradi - Circolo La Pira) Dopo il vertice del Pd, l’ex ministro Gentiloni sinte­tizza l’analisi del voto: «Non abbiamo intercettato il consenso del Nord perché è prevalso un sentimento diffuso di risentimento soprattutto nei confronti dei provvedimenti del governo, che non sono stati capiti». Dove ciò che colpisce, e che d’altronde ricorre con qual­che variante come un leit motiv nei commenti politici, è che quelli che «non hanno capito» so­no sempre gli elettori. Non hanno capito Prodi, e nemmeno Veltroni; o, lamenta la Sinistra Ar­cobaleno, «ci hanno interpretati come un resi­duato ». Errori di 'interpretazione', equivoci, misunderstanding, per la sinistra sconfitta stan­no tutti dalla parte degli elettori. Che, pare di comprendere, in certe valli e città del Nord – e anche del Sud – devono essere un po’ ottusi.

O peggio. Le lettere su 'Repubblica', trasudano amarezza. «Accorgersi che l’ignoranza è il più letale dei mali, e che in Italia abbonda, e che l’I­talia ha trovato qualcosa di più divertente da fa­re che onorare i valori della Resistenza», geme una lettrice. «Mi aspettavo più coscienza. Credo che tutti abbiano votato chi prometteva più fur­berie, più scappatoie», scrive un’altra. Come a dire che la maggioranza degli italiani si è rivela­ta, il 13 aprile, ignorante, incosciente, fascista e furbetta. La supponenza di essere – cultura e politica della sinistra – superiore, per definizio­ne e per sempre. A fronte di ciò, il pessimo ri­sveglio davanti alla vittoria di Berlusconi, e all’e­splosione addirittura della Lega. Incredibile. Nei giornali giusti, fra le grandi firme, non se ne era avuto sentore. Anzi: Eugenio Scalfari, grande maestro del giornalismo democratico e corretto, aveva annunciato un suo presentimento: «Con avversari di questo livello non si può perdere.
Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci». Intanto, gli elettori andavano convincendosi esattamente del contrario.

Le maggiori testate italiane da molto tempo so­no ispirate da un pensiero pressoché unico. È un fatto anche generazionale: buona parte degli uomini e delle donne che oggi dirigono questi giornali o ne firmano i commenti più autorevoli, si sono formati negli anni Settanta. Magari poi da quella cultura hanno preso le distanze, ma ne mantengono un imprinting indelebile: sini­stra è bello, democratico, giusto. Destra, è fasci­sta e ignorante. Cattolico poi è, ovviamente, o­scurantista – a meno che non sia cattolico 'de­mocratico' e progressista, meglio ancora se in conflitto con le gerarchie della Chiesa.

Questo spiega lo sbalordimento collettivo dopo il referendum sulla legge 40. E anche un po’ quello di oggi, quando si scopre che in certi paesi veneti o lombardi han preso il 20, 30, an­che 40% quegli 'zotici' della Lega. Che sono sempre stati considerati – ammette 'l’Unità' – «commercianti in odore di evasione, valligiani spaesati, capitalisti molecolari terrorizzati dalla globalizzazione». Ma che devono essersi allarga­ti, se han preso il 10% a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia. E che, se pure a guardarli dai salotti corretti sono dei poveri selvaggi, tut­tavia devono avere delle ragioni che non sono state comprese. Un’informazione allineata sulle sue certezze i­deologiche non aiuta a capire la realtà. Serve piuttosto a confortare, in uno specchio autore­ferenziale, la classe politica cui fa riferimento. Che a sua volta vuol credere che gli editoriali di Scalfari siano il pensiero degli italiani. Lunedì sera ci è venuta in mente la Conferenza nazio­nale sulla famiglia promossa dal governo Prodi, a Firenze, un anno fa. «Question time con le do­mande delle famiglie», fu annunciato. Ma non era che uno si alzava, e domandava al premier ciò che voleva. Gli interventi e le domande era­no stati preventivamente preparati. Un garbato dibattito fra amici. Nessuno in aperto dissenso.

Poi, le famiglie italiane sono andate a votare.

Fine del Bosellismo.

(Sergio Sammartino - L'Avanti) Così, alla fine, il “destino cinico e baro” ci è riuscito. Nel prossimo Parlamento non ci sarà più un partito socialista. In verità, personalmente, avevo già parato il colpo. E non solo perché i numeri mi annunciavano da tempo questo esito epocale. E avevo già respirato a fatica quell’atmosfera “marcia del mondo” che macina gruppi e individui che hanno fatto la Storia. Ma anche - e soprattutto - perché da tempo m’ero accorto che nel partito di Boselli, di socialista rimaneva soltanto il nome. Avevo gridato l’allarme - come l’eterna Cassandra che sono sempre stato - nei convegni di partito degli anni Novanta, mentre mi accorgevo che neppure i grandi sopravvissuti del Psi, alla domanda “che cos’è oggi il socialismo?” sapevano dare risposte che potessero soddisfare uno che conoscesse un po’ la storia e la filosofia politica. Altri, intanto, prendevano a vendere - per così dire - il nostro prodotto chiamandolo con nomi differenti. E come spesso accade in commercio, l’imitazione finiva per essere più venduta dell’originale, ormai raro e costoso. Deprimente, in specie, è vedere Boselli che cerca colpe altrui, e accusa Veltroni - al quale invece va riconosciuto il raro merito di aver confezionato una sinistra moderna e governabile anche in Italia - per giustificare la propria débacle. “Quos deus perdere vult dementat”, diceva una volta il parroco. E Boselli non riesce proprio a fare un minimo d’autocritica. La verità è che, innanzitutto, il poverino non aveva proprio lo stampo del leader - diremmo “la faccia” - e con quell’aria da ragioniere di media impresa aveva già serie difficoltà per entusiasmare anche il più esaltato dei fedeli. Per giunta, invece di riscoprire un po’ di sana radice giacobina, moralistica e laburista (di cui in Italia c’è di sicuro ancora bisogno) si è andato ad appiattire proprio su ciò che gli italiani hanno dimostrato di avere in nausea: permissivismi e libertarismi “ulteriori”, conditi con un anticlericalismo ottocentesco, che alla fine hanno ridotto l’immagine del partito alla monomania del matrimonio omosessuale. È appena il caso di notare che mentre gli italiani hanno problemi concretissimi di economia e di incolumità (il desiderio d’ordine e la rabbia contro il buonismo è l’essenza del successo della Lega), il cosiddetto Partito socialista si è andato a impaludare in queste questioni di diritto privatissimo che sono state “sopportate” in Spagna soltanto perché contemporaneamente Zapatero è riuscito ad assicurare una crescita economica senza precedenti. E candidare il presidente onorario dell’Arcigay alla guida del governo non poteva che far fuggire le persone di buon senso, soprattutto se sono in grado di distinguere la storia e la cultura socialista da quella radicale.

Elezioni. Dal Web i ringraziamenti agli elettori.

(Sfera pubblica) Passata la campagna elettorale, avvenute le elezioni, proclamati i vincitori e i vinti, arriva il tempo dei ringraziamenti. Così i molti siti web delle diverse correnti politiche, per mesi sostenitori delle battaglie mediatiche e programmatiche dei rispettivi leader, depositano le armi della propaganda per concedersi momenti di tregua, ringraziando i propri elettori e sostenitori. Proviamo a fare un viaggio tra i diversi portali internet che in queste lunghissime settimane hanno accompagnato i loro partiti al voto del 13 e 14 aprile.

www.votaberlusconi.it “Grazie, Italia!”. Il sito del futuro presidente del Consiglio propone di personalizzare il messaggio. Così come aveva fatto durante l’intera campagna elettorale, in cui lo slogan simbolo “Rialzati, Italia!”, poteva essere personalizzato dall’utente come “biglietto” da inviare agli amici. Il sito propone poi la conferenza stampa di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati, dopo il vertice del Popolo delle Libertà.

www.partitodemorcatico.it L’home page del sito di Walter Veltroni, riporta il numero dei voti che ha ottenuto il Pd, (12.092.998), accompagnato da un “Grazie” e da un messaggio del candidato in cui ringrazia “tutte le elettrici e tutti gli elettori che hanno dato fiducia alla sfida”. Entrando nel sito si ha modo di conoscere “la nuova partita” di Veltroni: il governo ombra, «la nostra - afferma il leader del Pd – sarà un’opposizione che considera ogni promessa fatta in campagna elettorale un impegno che sarà da noi vigilato per i cittadini».

www.pierferdinandocasini.it Se parte della pagina web del sito di Casini è ancora un invito a votare per lui: “Il 13 e 14 aprile vota Casini”, lasciando facilmente intuire che il portale non sia stato aggiornato immediatamente dopo l’esito elettorale, si scopre nella sezione destinata ai lanci d’agenzia che i ringraziamenti dell’ex presidente della Camera ai suoi elettori non sono mancati.
«Siamo in Parlamento grazie a voi per voi difenderemo quei valori che non erano, non sono e non saranno in vendita. Ci impegneremo per contribuire alla realizzazione di quel programma elettorale in cui tutti noi crediamo». Il messaggio di Casini meriterebbe più attenzione. Il leader dell’Udc rivendica con orgoglio la scelta fatta di correre da solo, fuori dall’alleanza con il Pdl. Tuttavia sottolinea l’impegno a far si che il programma del suo partito venga realizzato. Lasciando presagire che eventuali accordi con la maggioranza del centrodestra sono più che un’ipotesi.

www.leganord.org.it
“Grazie Umberto, i bambini”. Così il sito della Lega abbraccia l’ottimo risultato elettorale e saluta il suo leader indiscusso, Umberto Bossi. Lo slogan è affiancato dai risultati che il partito del Senatur ha ottenuto nelle regioni Settentrionali, accompagnati dai voti nazionali di Camera e Senato.