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giovedì 24 aprile 2008

Pecoraro Scanio, trombato in Parlameno porta a casa 9.000 euro al mese.

(Il Giornale) Trombati? Sì ma con il portafoglio bello gonfio. Ora passa all'incasso tutta la schiera di ex parlamentari che, per essere entrati nel Palazzo, hanno diritto a pensioni e liquidazioni d'oro. Un'inchiesta di Panorama, oggi in edicola, fa le pulci ai prossimi ex membri della «casta»: deputati e senatori non rieletti che tuttavia hanno diritto a buonuscite di tutto rispetto. Tutta colpa di una vecchia norma degli anni Ottanta. Con 20 anni di contributi, a prescindere dall'età dell'onorevole, il Parlamento scuce. Per tutta la vita.
Basta essere stati eletti prima del 2001. Ed ecco cosa viene fuori: ci sono i baby pensionati, quelli cioè che all'anagrafe hanno 50 anni o meno ma ne hanno molti di contribuzione (chi non arriva a venti può sempre riscattare i contributi mancanti ndr). Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni, 5 legislature alle spalle, si porterà a casa 8.836 euro lordi al mese. Interpellato, ha ammesso che «sì, è un privilegio ma lo utilizzerò anche per sostenere il volontariato ambientale». Antonio Martusciello (Fi), di anni ne ha 46, di cui 14 passati in Parlamento.

Potrebbe riscattare i restanti per arrivare a 20 e portarsi a casa per tutta la vita 7.959 euro lordi al mese. Pietro Folena, Prc, di anni di contributi ne ha 25: per lui sono garantiti 8.836 euro al mese. E ancora, tutti sotto i 60 anni di età, avranno il vitalizio di 7.959 euro lordi al mese, tra gli altri, Enrico Boselli (Psi), Oliviero Diliberto (Pdci), Ramon Mantovani (Prc) Maurizio Ronconi (Udc), Enrico Nan (Forza Italia), Fulvia Bandoli (Sd). Un po' meno (6.203 euro) prenderanno Tana de Zulueta (verdi), Salvatore Buglio (Rnp), Gloria Buffo (Sd).
Poi ci sono quelli con la mega liquidazione, che hanno 30 anni di contributi versati e/o riscattabili. Per loro 9.363 euro lordi al mese. Si tratta di Ciriaco De Mita (Rosa bianca), Gerardo Bianco (ex Margherita), Paolo Cirino Pomicino (Dc), Sergio Mattarella (Pd), Vincenzo Visco (Pd), Luciano Violante (Pd) e Valdo Spini (Psi). Il Senato staccherà un assegno di 9.604 euro per Armando Cossutta (Pdci), Egidio Sterpa (Fi), Alfredo Biondi (Fi), Clemente Mastella (Udeur), Willer Bordon (Consumatori) e Edo Ronchi (Pd).
Ma non è finita qui. C'è infatti anche una sorta di trattamento di fine rapporto, che il Senato chiama «assegni di solidarietà». Il tfr di Palazzo Madama e Montecitorio è pari all'80% dello stipendio, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. Una bella sberla, quindi, liquidare Armando Cossutta (Pdci) che si porta a casa 345.744 euro, Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516 euro), Angelo Sanza (337.068), Luciano Violante (271.527), Sergio Mattarella e Vincenzo Visco (234.075).

Una montagna di denaro, insomma. Il Senato ha già messo da parte 8 milioni di euro per saldare gli onorevoli. Soldi loro, certo. Ma se in vent'anni un deputato sborsa 241.561 euro e l'aspettativa media di vita è di 78,6 anni, un neopensionato di 50 anni incasserà il vitalizio per 28 anni e mezzo. Gravando sulle casse dello Stato per oltre 2 miliardi di euro.

Cesare Salvi (Sd), alfiere della lotta contro i costi della politica, giura: «Mi sono battuto come un leone per modificare queste norme ma ho constatato un deficit culturale della sinistra su questi temi». E in effetti la riforma del 2007 annulla il riscatto dei contributi; il vitalizio si calcolerà sugli anni effettivi di mandato e le aliquote partiranno dal 20% per una legislatura al 60% per 15 anni e oltre.

Amministrative in Toscana. Ultimi brividi da ballottaggi, Pd-Sinistra uniti a Viareggio dove GayLib appoggia il Pdl.

A Massa il duello per il sindaco esclude la destra, a Pisa in vantaggio Filippeschi.
(Simona Poli - La Repubblica, edizione di Firenze) Ballottaggi da brividi. Domenica e lunedì tornano alle urne i cittadini di Pisa, Viareggio e Massa chiamati ad eleggere i sindaci e, solo a Massa, il presidente della Provincia. La frattura tra Partito democratico e Sinistra, a quindici giorni di distanza dalla vittoria di Berlusconi alle politiche, non si risana. Solo a Viareggio - dove il candidato del centrodestra Luca Lunardini è in vantaggio di oltre 17 punti col 45,7 per cento - Pd e Arcobaleno "fanno pace" e sostengono insieme Andrea Palestini. Martedì sera al Principe di Piemonte una folla generosa di applausi e fischi ha seguito il faccia a faccia organizzato dal Tirreno tra i due aspiranti sindaci. Palestini parte svantaggiato e deve recuperare, per lui ieri si sono mossi il presidente toscano Claudio Martini e il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli, mentre stasera alle 18 a parlare accanto a lui in piazza Margherita sarà Piero Fassino. Nella difficile impresa di battere l´urologo Lunardini, il candidato sostenuto al primo turno da Italia dei Valori, Socialisti e Pd può contare sul sostegno dell´Arcobaleno che appoggiava il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, che è riuscito a superare il 12 per cento a Viareggio nonostante il crollo della Sinistra. Nessun apparentamento invece con il Laboratorio per la democrazia dell´assessore uscente della giunta Marcucci Cristina Boncompagni, che però assicura a Palestini che farà campagna per lui con l´obiettivo di battere la destra. Lunardini ha chiuso un accordo con le liste civiche Vivere Viareggio, Per Torre del Lago e Viareggio nel cuore che al primo turno hanno ottenuto quasi l´8 per cento. Battaglia all´ultimo voto, quindi.
Meno incerta la situazione a Pisa, dove al primo turno il deputato Pd Marco Filippeschi ha raggiunto il 47,4 contro il 32,4 di Patrizia Tangheroni Paoletti candidata dal centrodestra. Nessun apparentamento con l´Arcobaleno per lui, mentre il Pdl ha ora l´appoggio della lista dell´Udc di Luca Titoni, che al primo turno ha avuto il 3,7, e con la Destra di Sonia Avolio che ha il 2 per cento.
Complicatissima la vicenda di Massa, dove per il Comune si sfidano il sindaco uscente Fabrizio Neri, candidato del Pd, e l´ex sindaco Roberto Pucci, esponente dello stesso partito ma adesso espulso, che è stato appoggiato dalla Sinistra Arcobaleno. Con lui si sono apparentate le liste dell´ex assessore Marco Andreani con il 5 per cento e la Lista comunista di Rinaldo Valenti. Ma la vera incognita restano gli elettori del centrodestra: cosa faranno domenica? Diserteranno in massa le urne oppure sceglieranno di essere l´ago della bilancia della competizione elettorale? E cosa segneranno sulla scheda delle provinciali gli elettori della Sinistra, chiamati a sostenere Pucci al Comune? In Provincia il presidente uscente Osvaldo Angeli, candidato del Pd, ha rifiutato l´offerta di apparentamento avanzata da Narciso Buffoni e dalla Sinistra, che però ha il 13,6 al primo turno. Angeli si è fermato al 41,5 e quei voti gli farebbero molto comodo. Dall´altra parte c´è Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia ed ex sindaco comunista di Fivizzano, che ha ottenuto il 32,2. Bondi ha l´appoggio della Lega ma non ha voluto fare accordi con la destra ma la destra ha già annunciato che al ballottaggio voterà per lui in ogni caso. Oggi Fassino sarà a Montignoso con Angeli a mezzogiorno e subito dopo al Castello Malaspina. Alle 16 con il candidato sindaco Fabrizio Neri andrà a Forno, luogo di una strage nazista: il 13 giugno del ´44 furono sterminate 68 persone.

mercoledì 23 aprile 2008

Tutti pazzi per la Lega. Soprattutto a sinistra.


(Stefano Di Michele - Il Foglio) C’è voluto niente – oddio, proprio niente no: una disfatta elettorale – per passare, nei più colti cenacoli dopocena, nelle apposite librerie de’ sinistra (Roma chiacchierona) dall’invidia del pene all’invidia – l’ambito è più o meno contiguo – del celodurismo. Se quelli di Bossi non ci stanno attenti, facile ritrovarsi la prossima estate con tutti gli sbandati della Sinistra arcobaleno accampati nel pratone di Pontida, come una volta dalle parti dell’Avana quando si andava a tagliare la canna da zucchero. Perché qui non è solo questione di analisi politologica, dell’abbandono da parte degli operai (non decentemente bilanciato dal concorso delle bertinottiane principesse in lacrime, secondo dettagliato resoconto di Mario D’Urso), dei tre milioni di voti squagliati via che altro che buco dell’ozono, piuttosto il buco nell’arcobaleno. Davvero, ma non è soltanto questo. Ora che tanti rivoluzionari vogliono andare a prendere lezioni da Maroni anziché da Marcos, svernare in Val Brembana piuttosto che nella Selva Lacandona, quello che si coglie è uno scoramento diverso – umano, prima che politico. Lo ha ben raccontato su Repubblica Dario Vergassola, il comico che alla chiusura della campagna elettorale stava sul palco a far compagnia a Bertinotti. Il compagno Vergassola – che pure ha dato alle stampe un libro garbatamente intitolato “Me la darebbe?”: un rivoluzionario ha gli ormoni, ma pure buona educazione – ha spiegato la pena che si vive a sinistra come paccate di analisi socio-politiche non avevano finora fatto. “Quello che invidio ora è la gioia dei leghisti che s’incontrano al bar consapevoli di avere qualcosa in comune, mi ricorda l’animo e il sapore delle feste dell’Unità di trent’anni fa. E’ un entusiasmo che non riesci a smorzare e può essere solo vincente”. Ecco: la straziante sensazione della piadina che si vota alla causa padana, della salsiccia che si fa federalista, delle corna di Vercingetorige che sostituiscono il basco guevarista. Già le ultime feste dell’Unità erano state ribattezzate Democratic party, adesso la tristezza stringe la gola, e costringe ad aspettarsi, come fa sapere Vergassola, di tutto: persino la Casa del popolo che si fa Casa del popolo padano. Tra poco, i leghisti non sapranno più dove accampare gli ex rivoltosi in processione dalle loro parti, gli ammiratori di recente conio, i nuovi cittadini onorari di Gemonio. Lo ha detto a brutto muso, a quelli che insistono con l’antica iconografia, il compagno Francesco Guccini, che ha cantato i tempi belli con l’Unità in tasca (i più arditi) e che ora potrebbe agli ultimi scampoli della Sinistra raccomandare un’altra sua canzone, quella che “non siamo, non siamo, non siamo…”. A Diliberto e soci ha spiegato: “Agli operai, di falce e martello non gliene frega più niente… Anche gli operai della Fiom hanno votato per la Lega”. E così, la famosa avanguardia, presa alla sprovvista e presi pochi voti, si fa intendenza, segue la classe di riferimento ove la classe di riferimento va, non avendo voluto seguire il supposto partito di riferimento. Così, sul modello Lega, è tutto un saggio interrogarsi, da Luca Casarini a Marco Revelli, dal Manifesto a Liberazione. Ma meglio dice, di quel nodo in gola, il più saggio di tutti, il compagno Vergassola: “E’ come quando finisce un amore. E’ ancora presto, devo ancora elaborare il lutto”. Ma con urgenza e senza dibattito, ché altri lutti già si profilano all’orizzonte.

Veltroni e i capigruppo del Pd. La soluzione del rebus sta al Campidoglio.

Il sindaco di Roma e candidato segretario del Pd Walter Veltroni (dx) e la presidente del gruppo dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro
(Panorama) La composizione della squadra? Un bel rebus. E non solo per il Cavaliere, prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Anche il “principale esponente dello schieramento avverso”, alias Walter Veltroni, è alle prese con il rebus. A chi affidare la guida dei gruppi parlamentari dei Democratici alla Camera e al Senato?

Molto (quasi tutto) dipende dal ballottaggio in Campidoglio. E tante sono le ipotesi e le opinioni che ruotano intorno alla sfida tra Rutelli e Alemanno. Un punto fermo, tuttavia c’è. Anzi, sono due. Il primo riguarda il rapporto tra Pd e Idv, proprio sulla formazione di una compagine unitaria in Parlamento. Il nodo, secondo quanto sintetizza il capogruppo dell’Idv alla Camera, Massimo Donadi che, insieme a Leoluca Orlando ha incontrato al loft Dario Franceschini e Goffredo Bettini, non è ancora stato sciolto. Però, sostiene Donadi, “c’è totale armonia sull’approdo finale che è quello del partito unico”. C’è solo una differenza (non da poco) sui tempi: “O sono tre mesi o sono due anni” dice Donadi “ma di certo faremo il partito unico entro questa legislatura. Il gruppo unico è solo una conseguenza”. Quindi, se non ci sarà immediatamente il gruppo unico, è probabile che ci sia una federazione e un forte coordinamento tra i due gruppi con uno speaker unico in Parlamento per i provvedimenti più importanti.

La differenza la fanno i tempi, anche in casa Pd. In attesa che Di Pietro entri a far parte della pattuglia, ecco l’altro punto fermo a cui è aggrappato il segretario Veltroni: dare una presidenza dei gruppi del Pd di Montecitorio e Palazzo Madama agli ex Ds e una agli ex Dl. Prima di maggio (il 29 aprile si inaugura la XVI Legislatura), il segretario deve mettere a posto gli incastri di quella sorta di “cubo di Rubik” che sono le scelte dei capigruppo, dei loro vice, delle vicepresidenze di Montecitorio e di Palazzo Madama e dei ministri-ombra dell’annunciato “shadow cabinet”. L’ipotesi al momento più accreditata, sempre che Rutelli vinca il ballottaggio a Roma, è che alla Camera resti un popolare e al Senato un diessino. Lo schema potrebbe allora essere Fioroni a Montecitorio e Chiti, Latorre o Morando a Palazzo Madama. Anche se quest’ultimo pare in netto vantaggio rispetto agli altri due.
Sarebbe soprattutto Franco Marini a spingere in questa direzione perché l’attuale seconda carica dello Stato dovrebbe andare a ricoprire il posto di Prodi come presidente del partito e tra i senatori ex-Dl non ci sono le personalità più “rappresentative e forti” di quell’area.

Secondo fonti del loft, il segretario però è tra chi spinge per una “linea di continuità”, ossia riconfermare gli attuali responsabili Antonello Soro (vicino al vice Franceschini) e Anna Finocchiaro (dalemania doc), anche a costo di contravvenire uno dei suoi pallini: il rinnovamento delle poltrone. Cambio che Massimo D’Alema invece vorrebbe. E con queste novità: Pier Luigi Bersani a guidare i 217 deputati a Montecitorio e a Palazzo Madama,a capo dei 118 senatori, l’ex margheritino Luigi Zanda. Con Bersani in campo, anche Piero Fassino potrebbe avanzare una nomina di pari livello, se non in Parlamento almeno nel governo ombra annunciato da Veltroni.

Ecco perché con tutte queste caselle da riempire, con il rischio che spostandone una crolli l’organigramma, a Veltroni, per ora conviene congelare gli incarichi attuali e sperare… Che Rutelli vinca la sfida, che Roma resti del Pd, che lui stesso possa stare saldo in sella alla guida del partito.

Famiglia Cristiana: "Silenzio assordante sulla disfatta del laicismo".

Dopo le ripetute accuse alla chiesa avversaria della modernità. Savino Pezzotta e Pier Ferdinando Casini dell’Udc-Rosa bianca. Il non esaltante risultato elettorale che hanno avuto alle elezioni segnala l’ormai debole peso del voto identitario cattolico.

(Beppe Del Colle - Famiglia Cristiana) La cancellazione della sinistra estrema dal Parlamento in conseguenza del voto del 13/14 aprile, e la contemporanea assunzione della Lega a partito decisivo degli equilibri politici nella nuova legislatura, hanno fornito gli argomenti principali di analisi a tutti gli editorialisti.

Peccato che in tal modo sia però rimasto in ombra un altro argomento: quello del cosiddetto "voto cattolico".

In realtà non sarebbe potuto essere un tema facile per gli analisti, dal momento che la fine della Dc ha suscitato da tempo in quel nostro mondo, a partire dalla gerarchia ecclesiastica, l’idea che i cattolici siano cittadini come gli altri, liberi di votare per chi vogliono, e che la fede non sia dirimente in nessuno degli ambiti più spiccatamente politici, contrassegnati dai naturali interessi di ognuno, fatta salva la fedeltà ai princìpi etici "non negoziabili".

Per questo nessun grande quotidiano ha parlato fin qui del "voto cattolico", con l’eccezione del sociologo Franco Garelli su La Stampa, il quale ha fatto due osservazioni. La prima è che molti cattolici del Nord Italia hanno votato per la Lega, in quanto hanno trovato «nelle visioni e nel linguaggio del Carroccio vari motivi di assonanza e di convergenza», soprattutto sull’«aumento degli immigrati, la crescita dell’islam, la paura dell’impoverimento, la crisi del ceto medio», senza che tutto questo si possa considerare semplicemente "conservatore" o "razzista".

La seconda osservazione di Garelli riguarda il «debole peso del voto identitario cattolico», sia nel non troppo esaltante risultato ottenuto dall’Udc e dalla Rosa bianca, sia nel Partito democratico, che «non è stato in grado di far breccia sui cattolici moderati politicamente incerti o delusi dal modello di Berlusconi». Due osservazioni che portano il sociologo cattolico a dubitare che sia mai possibile, in futuro, la «nascita di un figlio della Balena bianca», una Dc titolare di un nuovo grande progetto politico.

Va aggiunto che almeno una parte dei suffragi ottenuti dall’Udc è venuta da cattolici di Centrosinistra, su cui ha fatto un pessimo effetto l’inserimento nelle liste del Partito democratico di nove esponenti radicali (tutti eletti, dati i posti loro concessi nelle liste); e quei voti possono aver compensato, per il partito di Casini e Pezzotta, quelli usciti dalle sue file per unirsi al Popolo della libertà, al seguito dell’onorevole Giovanardi.

Ma c’è un altro esito elettorale che conosce sulla grande stampa un silenzio ancora più fitto: la scomparsa dalla scena politica, con la disfatta della Sinistra l’Arcobaleno e del Partito socialista di Boselli, del tema principe del laicismo italiano di questi ultimi anni (dal fallito referendum contro la legge sulla procreazione artificiale in poi), e cioè l’attacco alla Chiesa in quanto avversaria della modernità e dei "diritti" dei cittadini, in nome della morale naturale di origine divina.

Il voto espresso dagli italiani non lascia dubbi: a ben pochi di loro quei "diritti" interessano sul serio, come sa chi conosce i motivi di tante coppie di fatto e di aborti, motivi molto poco ideologici e molto più economici e sociali. In Parlamento soltanto i nove radicali eletti con il Pd potranno esercitarsi a chiedere i Dico e tutto il resto (chi nel Pd lo farà, rischierà di mettere in crisi l’unità già non facile del partito).

Sia pure tenendo conto che anche nel programma del Centrodestra vittorioso, come ha notato Francesco D’Agostino su Avvenire, «il riferimento ai temi di rilevanza etica è stato davvero fin troppo contenuto».

Match per il Campidoglio. Sicurezza, Rom e Alitalia: lite Rutelli-Alemanno.

Gianni Alemanno e Francesco Rutelli prima del duello tv a Ballarò | Ansa
(Panorama) L’emergenza sicurezza e la questione Alitalia sono stati i temi centrali del faccia a faccia tra i candidati a sindaco di Roma del centrosinistra Francesco Rutelli e del Pdl Gianni Alemanno nel corso della trasmissione televisiva Ballarò in vista del ballottaggio per le elezioni comunali di domenica e lunedì prossimi.

Non inganni la foto, di rito, sopra: la cordialità fra i due dura solo un attimo: prima che la trasmissione entri nel vivo. Nello studio arroventato dalle luci e dalla tensione, il fair play cede il posto allo scambio dei colpi. Già alla prima domanda, il confronto è serrato, ma senza grande picchi di nervosismo. A prendere la parola, dopo un sorteggio perso, è stato per primo Alemanno che mostrando il quotidiano Il Messaggero ha subito introdotto l’aggressione e la violenza della studentessa del Lesotho avvenuta giovedì scorso e il tema della sicurezza sostenendo che a Roma “ci vuole il cambiamento” perché “queste cose non devono più accadere. A Roma c’è bisogno di una svolta” perché “da 15 anni c’è lo stesso gruppo di potere” alla guida della città, riferendosi agli anni di governo del centrosinistra. Ma Rutelli ha replicato: “il primo ad aver sollevato questo tema è stato l’allora sindaco di Roma Veltroni. Non è un problema del sindaco, ma del Paese. Dobbiamo essere uniti contro questo problema”.

Rutelli ha poi mostrato “il dispositivo di comunicazione” più noto come braccialetto per le donne che tante critiche ha suscitato. E Alemanno ha replicato: “Non mi piace l’idea della sicurezza fai da te. Le ronde e il braccialetto elettronico non mi convincono. La sicurezza è un valore sociale, è un problema dei più deboli. Il paragone con Milano - ha aggiunto replicando a Rutelli - non regge molto. A Roma ci sono 85 campi nomadi, è una realtà impressionante”.

Riferendosi al precedente governo Berlusconi, Alemanno ha sottolineato che “noi abbiamo regolarizzato 640mila persone, che avevamo ereditato dal passato, erano già entrate nel nostro Paese, già lavoravano in nero e sono state prese le impronte digitali”. Il candidato del Pdl ha quindi ricordato che la Romania è entrata in Europa nel gennaio del 2007 quando il Governo Prodi era già in carica. Non sono mancate battute con Rutelli che rivolgendosi ad Alemanno ha detto: “Hai parlato di colonnine SS, hai avuto un lapsus”.
“Dai, dai”, ha replicato Alemanno. E poi è stata volta di Alemanno a prendere in giro Rutelli quando ha apostrofato il suo avversario: “No tesoro…” e lui ha risposto: “Tesoro mai”.

Poi a dominare è stato il tema dell’Alitalia. “Oggi” ha esordito Rutelli “La Padania scrive: ‘La lega vince, Air France vola via’. A chi la volete dare Alitalia? Ai russi? Oggi Alitalia vale meno perché voi, quando eravate al governo, avete fatto non una politica industriale ma una divisione tra Malpensa e Fiumicino che ha portato la compagnia di bandiera vicina al fallimento. Ma dove sta la cordata italiana di cui parlavate?”. “Noi riteniamo che si può costruire una cordata italiana” ha replicato Alemanno che, incalzato da Rutelli, ha ha aggiunto alzando il tono della voce: “Non si può svendere Alitalia. Alitalia, Rutelli, capito? Italia, Italia, Italia”.

lunedì 21 aprile 2008

Elezioni a Roma. Rutelli e Grillini, botta e risposta. GayLib: No a Rutelli e Alemanno.

(Dire) Registro delle Unioni civili? "Non è previsto. Vengono molto prima i problemi delle famiglie e i problemi sociali di single, conviventi, anziani, giovani in cerca di un buon lavoro. Già oggi, peraltro, ci sono pari opportunità per chi vive in unioni di fatto e saranno rafforzate".
Così il candidato a sindaco di Roma per il centrosinistra, Francesco Rutelli, in un'intervista pubblicata dal quotidiano freepress 'City'.
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Nota stampa. Grillini (Ps).
Roma. Rutelli continua a negare unioni civili.
Sinistra e laici romani ne prendano atto.

Rutelli, incurante della grande insoddisfazione per la sua candidatura nel popolo di centro-sinistra, nega pervicacemente legittimità alle unioni civili, contrapponendole addirittura ai diritti della famiglia tradizionale. In tutto il mondo Occidentale si sono approvate leggi che riconoscono i diritti alle coppie omosessuale ed eterosessuali conviventi e nessuno si è mai sognato di contrapporre le une alle altre o di dire che vengono prima le une rispetto alle altre.
E' assai insopportabile che per le coppie conviventi si parli di generiche pari opportunità, mentre si dovrebbe parlare correttamente di uguaglianza dei diritti.
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GayLib Lazio. Elezioni amministrative a Roma. La sua posizione.
GayLib per il rinnovo per la carica di Sindaco della città eterna, nel duello Rutelli-Alemanno, si schiera per il non voto. Ovvero l'astensione oppure annullare la scheda.
"Tra il male e il peggio preferiamo non scegliere. Le nostre istanze non sono rappresentate nè da Rutelli nè da Alemanno e chi dei due sarà sindaco di Roma non sarà comunque il nostro sindaco".

Il leader dei Verdi accusato di corruzione. «Viaggi in elicottero e terreni». Ecco le accuse a Pecoraro Scanio.

L'area nel Viterbese sarebbe stata comprata per conto del ministro. Gli atti al Tribunale dei ministri: «Voli per 120 mila euro».
(Fiorenza Sarzanini - Il Corriere della Sera) Viaggi privati in elicottero pagati dal ministero, vacanze a Miami o alle isole Canarie, soggiorni nell'hotel sette stelle Town House di Milano, un terreno acquistato nella zona di Viterbo, un intero palazzo da affittare a Roma: sono questi i «favori» che il responsabile dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio avrebbe accettato come ricompensa per aver concesso appalti e affidato incarichi di consulenza. La procura di Roma ha trasmesso gli atti ricevuti dai colleghi di Potenza al Tribunale dei ministri contestandogli il reato di corruzione. E nell'avviso elenca i «fatti oggetto di indagine» che il collegio dovrà adesso valutare. Al centro dell'inchiesta ci sono i rapporti tra Pecoraro Scanio e Mattia Fella, il titolare dell'agenzia di viaggi Visetur, tour operator specializzato in vacanze di lusso, affitto di auto, yacht e velivoli, ma anche organizzazione di servizi di scorta affidati a guardie private. Anche Fella e gli altri imprenditori che avrebbero goduto di queste concessioni sono stati iscritti nel registro degli indagati. Nei loro confronti viene ipotizzata l'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di altri illeciti.

Le vacanze
Nel provvedimento il pubblico ministero contesta al ministro di aver usufruito di «numerosi trasferimenti e spostamenti a bordo di un elicottero pagato da Fella per un importo pari a 120.000 euro». Lo stesso Fella avrebbe però ottenuto «una convenzione con il ministero dell'Ambiente avente ad oggetto il noleggio da parte della pubblica amministrazione di un numero di ore di elicottero per un importo corrispondente a quello pagato da Fella per i numerosi spostamenti in elicottero e per le vacanze private in Italia e all'estero offerti al ministro». In pratica secondo l'accusa la Visetur anticipava i soldi per coprire le spese, ma aveva la certezza che sarebbero stati restituiti attingendo alle casse dallo Stato. Pecoraro dovrà anche giustificare «i numerosi e costosi viaggi-soggiorno in Italia e all'estero offerti da Fella per un valore pari a diverse decine di migliaia di euro». E poi c'è «l'acquisto di un terreno per conto del ministro, pagato da Fella 265.000 euro e la promessa fatta dallo stesso Fella di offrire la locazione di un prestigioso immobile sito in Roma nel quale si sarebbe dovuta fissare la sede di una "fondazione" riconducibile al ministro». Il terreno, che si trova a Bolsena, nella zona di Viterbo, sarebbe stato sovrastimato 800.000 euro per ottenere i finanziamenti bancari.

Le consulenze
Il magistrato ritiene di aver individuato la contropartita di queste «utilità». E nell'avviso scrive: «Mattia Fella avrebbe ottenuto la nomina del fratello Stanislao, di Gianluca Esposito e la conferma di Giuseppe Leoni in commissioni del ministero dell'Ambiente; la stipulazione nell'anno 2006 di una convenzione tra la Visetur spa e il ministero dell'Ambiente avente ad oggetto il servizio di "agenzia di viaggi"; la promessa, da parte del ministro, dell'affidamento alla "Sogesa" di Francesco Rocco Ferrara e alla "Teseco" di Gualtiero Masini dell'appalto relativo alla bonifica di un'area sita nel territorio di Crotone, grazie anche all'aiuto del senatore Marco Pecoraro Scanio (il fratello del ministro, anche lui indagato, ndr) e di Vincenzo Napoli». Si tratta di due società per le quali Fella avrebbe avuto un interesse personale visto che è legato a Ferrara da rapporti di parentela. L'imprenditore è a Miami, ma i suoi avvocati Luca Maori e Marco Brusco assicurano che «rientrerà in Italia questa settimana proprio per chiarire che non c'è nulla di illecito in questo legame con il ministro Pecoraro Scanio. L'agenzia non ha infatti alcun contratto di esclusiva e tutti i viaggi, anche quelli privati, sono stati regolarmente fatturati come siamo pronti a dimostrare ai giudici ». Secondo i legali anche la scelta di utilizzare l'elicottero potrà essere giustificata «dimostrando che i costi sono inferiori a quelli per utilizzare i mezzi del corpo forestale». Agli atti del Tribunale dei ministri ci sono decine e decine di intercettazioni telefoniche. Gli apparecchi sotto controllo sono quelli degli imprenditori e dunque, se i giudici riterranno di doverle utilizzare contro Pecoraro Scanio, dovranno chiedere l'autorizzazione alla giunta parlamentare della Camera anche se non è stato rieletto.

domenica 20 aprile 2008

E ora si fa politica, finalmente liberi!

(Gaytoday) Aldilà delle valutazioni politiche sul voto, sul futuro che aspetta l'Italia, e dell'analisi degli errori, da una parte, e dei successi, dall'altra, ai nostri occhi appare chiara una scottante verità: le tematiche LGBT rischiano di essere ufficialmente tagliate fuori dal panorama politico parlamentare italiano.

In questi mesi ci siamo divisi sulla debolezza delle linee proposte per affrontare le nostre rivendicazioni. Ci siamo divisi tra sostenitori di linee di dialogo e riformismo e posizioni più radicali, orientate alla ricerca di soluzioni più drastiche. Abbiamo lacerato in parecchi momenti le nostre forze, guidati, tutti, da una prospettiva sostanzialmente partitica, più orientata al risultato elettorale che rivolta alla risoluzione del problema centrale, che è ormai palese a tutti: la costruzione di un movimento LGBT che rappresenti realmente e trovi la sintesi di una comunità LGBT eterogenea.
La totale mancanza nei programmi della destra berlusconiana (ancor più preoccupante, oggi, alla luce del risultato leghista) delle nostre istanze, rischia di farci scomparire del tutto, se non relegandoci al ruolo di rumors, disturbatori, ancor più facilmente accomunabili solo alla sinistra rimasta fuori dal Parlamento.
Questo scenario apre un periodo di rischi, ma, dateci dei visionari, anche di grande libertà!
Il rischio di alimentare contrapposizioni e scontri all'interno del movimento e di trasmettere quindi, all’esterno, l'idea di posizioni estremiste, è, oggi, ancor più reale e pericoloso.
Reale, appunto, in quanto privi di una rappresentanza dei nostri temi nel Parlamento nazionale e presumibilmente nel dibattito politico e sociale in generale; pericoloso, perché si rischia la radicalizzazione di posizioni e metodi che gli italiani hanno fatto capire di non gradire più (il risultato disarmante della Sinistra arcobaleno, forse, indica anche questo).
Dunque la sfida di oggi, che in fondo è quella di sempre in questo paese, è quella di ricompattarsi realmente. Con la libertà (amara) che ci conferiscono la fine della sinistra e la presenza di un governo dichiaratamente ostile.
Libertà di mettere in campo le nostre idee, senza doverle bilanciare con le posizioni di un’area politica di riferimento, che per la stragrande maggioranza (non la totalità) è stata costituita dal centro-sinistra, dal PD alla sinistra radicale.
Libertà di doverci rapportare con un governo apertamente ostile che può costituirsi come nemico comune.
Oggi, dunque, dobbiamo essere noi la nostra stessa legittimazione. Oggi abbiamo questa opportunità.
Oggi possiamo scardinare quelle rendite di posizione (tutte interne) che ci hanno limitato e distanziato e pensare a costruire dialogo e sintesi interni, senza legami con un “fuori” partitico che, non ci capisce e non ci rappresenta.
Liberi, questa volta, anche dalle attese (quasi sempre disilluse) che governi che credevamo amici, in passato, hanno alimentato solo per mantenerci divisi e non far esplodere la nostra rabbia.
Ora la sfida è tutta nostra. Sta a noi aprire un confronto, anche duro, ma leale e aperto, all’interno della comunità LGBT e poi definire una strategia comune da proporre a tutta la popolazione italiana, trasmettendo la credibilità, la necessità e l’urgenza che i nostri temi impongono.
La sfida del periodo che si apre, che possiamo e dobbiamo vincere, può essere solo questa.
Solo così saremo soggetto legittimo, ma non autoreferenziale, per la nostra comunità prima, e per tutti gli italiani dopo, aldilà delle appartenenze partitiche.
Solo così potremo presentarci come base solida e coesa per proporre con forza e determinazione le nostre istanze.
Solo così non saremo più portatori di interessi particolaristici di una minoranza divisa, ma espressione di esigenze forti e fondamentali per la crescita civile e sociale del popolo LGBT e della società italiana.

Sindaco di Roma. Rutelli dice no ai voti socialisti di Grillini. Nessun apparentamento.

(Max Forte) E alla fine Rutelli ha scelto. Come per Alemanno, ha scelto di non apparentarsi con nessuno. Ha scelto di non volere i voti del Ps di Grillini. Ha scelto il sicuro voto moderato tagliandosi fuori dalle beghe gay in cui è stato suo malgrado coinvolto. Probabilmente ha fatto la cosa giusta e questo lo si evince dal comunicato diramato dall'ex onorevole Franco Grillini. Ovviamente il comunicato di Grillini esprime il suo personale punto di vista che, ancora una volta agita il fantasma della laicità perduta, dimostrandosi fazioso assolutamente poco credibile e, al solito un nostalgico estremista fuori luogo. Addio Grillini, il tuo tempo è finito. Torna a lavorare, se un lavoro ce l'hai...
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Il comunicato di Franco Grillini.
Rutelli rifiuta l’apparentamento con i socialisti romani nonostante la disponbilità del Ps e del candidato sindaco Grillini.

I socialisti hanno la coscienza a posto: hanno corso da soli al primo turno per rimarcare una critica all’amministrazione uscente in materia di laicità, diritti civili, amministrazione cittadina e si sono detti disponbili a far confluire i 14 mila voti della lista e del candidato sindaco Grillini al secondo turno sui canidati Rutelli del Comune e Zingaretti della Provincia.
Dal Comitato Rutelli è venuto oggi la comunicazione del rifiuto all’apparentamento a causa del profilo giudicato eccessivamente laico del Ps e del candidato Grillini.
Evidentemente la colazione Rutelli & C. pensa che a Roma e in Provincia le elezioni amministrative si vincono rincorrendo il voto cattolico e dei centristi dell’Udc e non, come noi pensiamo, dando voce e garanzie all’elettorato socialista e di sinistra deluso dal comportamento del Pd e dal risultato nazionale.
Il comitato Rutelli si assume quindi una grossa responsabilità rifiutando l’apporto dei laici e dei socialisti contro il pericolo della vittoria della destra a Roma e in Provincia.
L’importante è che sia chiaro chi si è assunto ancora una volta la responsabilità dell’eventuale sconfitta.

Franco Grillini