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mercoledì 16 aprile 2008

Disfatta a sinistra, il movimento gay riflette.

(Christian Poccia - Babilonia La disfatta nell’ultima tornata elettorale di Sinistra Arcobaleno e Partito Socialista, i soli a fare dei diritti gay uno dei punti fondanti del proprio programma, segna una sconfitta anche per gran parte del movimento omosessuale italiano, che soprattutto nella formazione bertinottiana aveva riposto timide speranze.
Le due liste non sono riuscite a superare infatti lo sbarramento necessario a ottenere la rappresentanza parlamentare e per la prima volta nella storia della Repubblica socialisti e antagonisti di sinistra resteranno fuori da Camera e Senato.
Un risultato che ha innescato le prime riflessioni nella comunità gay. «Bisogna prendere atto – ha detto Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay - che l’elettorato ha dato indicazioni precise.
La scomparsa della Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti dal Parlamento, il limitato risultato del Pd pongono a noi e, a tutti i movimenti sociali, di libertà e di conquista di nuovi diritti, il tema di quale tipo d’interlocuzione interpretare nel futuro».
Un futuro che il responsabile attualità di Babilonia, Mario Cirrito non vede affatto roseo. Tanto che in una lettera aperta a Mancuso e alla presidente di Arcilesbica avanza una proposta per salvare almeno una rappresentanza politico-sociale, anche al di fuori del Parlamento: «Franco Grillini (che non siederà più alla Camera, ndr) – scrive Cirrito - potrebbe e dovrebbe essere la testa di ponte tra noi e la società; tra noi e la politica, i sindacati, la gente e quella parte cattolica importante che non stila proclami comportamentali tra gli stucchi vermigli dei palazzi apostolici. Potrebbe essere il nostro Zerolo se non abbiamo la presunzione di farne il nostro Zapatero».
Un invito al dialogo, quello del giornalista, che passa attraverso una condizione precisa: «Basta con tutto quello che è accaduto in questi mesi tra voi e altre associazioni, basta con mire personalistiche che allontanano le militanze e si finisce per essere gay o lesbiche in nome di un desiderio o di una frequentazione di locali a target omosessuale». «Se ci sono riusciti in Europa – domanda Cirrito - perché noi no?»

Vattimo: se la sinistra deve rinascere, prima fuori tutti!

(Giornalismo partecipativo) Il filosofo torinese Gianni Vattimo ad ADNKRONOS: "Ovunque ci sara’ un residuo di questa dirigenza nessuno ci credera’ piu’. Bisogna che questa gente si faccia indietro, perche’ una sinistra, se deve rinascere, non puo’ farlo con gli attuali esponenti. Quello che e’ successo e’ una cosa grave, ma la Sinistra Arcobaleno e’ meritatamente scomparsa perche’ ha fatto tutto quello che poteva per distruggersi e ci e’ riuscita".

Nel mio piccolo l’ho già scritto lunedì alle sei di sera:

"Un disastro così completo non ha precedenti nella storia politica italiana e solo un azzeramento completo di tutte le cariche potrebbe far rigenerare l’area dove alligna (ma comincio ad avere dubbi) il meglio del pensiero critico di questo paese". Oggi, mi unisco a Vattimo e lo ripeto: AZZERAMENTO, dimissioni, fine della carriera politica dei vari Bertinotti, Pecoraro Scanio, Giordano, Mussi, Sansonetti. La loro impopolarità nel paese e nella sinistra italiana e tanta e tale che con questa gente non può neanche iniziare il dibattito. Qualunque sia l’analisi sulla sconfitta storica della sinistra italiana, non sono loro a doverla fare. Non possono e non devono dare alcun contributo. Devono solo abbandonare il campo e non condizionare dibattito e analisi in nessun modo. Che questa classe dirigente non possa condizionare dal parlamento le scelte future è l’unico motivo di speranza di queste elezioni.

Le ragioni di una sconfitta.

(Libero canto) Forse è presto, ma non è ma troppo presto, per avviare un'analisi della sconfitta della Sinistra a queste elezioni. Si uniscono sicuramente fattori politici profondi di lungo periodo, contingenze elettorali, errori, miopie, sistema elettorale.

Una cosa è però incontrovertibile la sconfitta della Sinistra è stata pesante, pesantissima (ha perso oltre 2/3 dei propri voti in 2 anni), omogenea su tutto il territorio, anche nelle regioni di maggior radicamento, di proporzioni così vaste da non essere prevedibile.
  1. La Sinistra L'Arcobaleno non ha saputo aggiornarsi e modernizzare la sua offerta politica, adeguandola ai tempi. Non sono mancati i tentativi, come l'apertura più netta sui diritti civili, la ridefinizione di un ambientalismo meno ideologico e più articolato, l'avvicinamento ai sentimenti dei movimenti del pacifismo, ma questi sono stati solo avviati da poco, e non sempre con completa coerenza, senza tentennamenti. La doppia conseguenza è stata smarrire un elettorato identitario e tradizionalista senza conquistare del tutto un nuovo elettorato meno ideologico e più pragmatico ma inequivocabilmente di sinistra. Anche la proposta economica è parsa più di conservazione, sebbene a tutela di alcune fasce deboli della popolazione, che di prospettiva. Troppo legata a una visione novecentesca dei rapporti di produzione e di organizzazione del lavoro.
  2. Ancora più dopo questo voto appare sempre più chiaro che l'elettorato italiano è sempre meno ideologico e sempre più conservatore, quasi indifferente ai temi dei diritti, dell'eguaglianza e della laicità, così come indifferente ai temi di politica estera, del funzionamento generale e del sistema e della giustizia. Gran parte di questo, nel sud è ancora clientelare.
  3. A guidare il voto sono questioni economiche banali e contingenti (e un periodo di sfiducia, crisi economica e inflazione è comprensibile), con particolare rilievo agli aspetti fiscali e dei bonus vari - si parla di borsellino della spesa, insomma, non di grandi questioni di sviluppo economico. Allo stesso tempo e per le stesse ragioni di sfiducia e incertezza contano gli egoismi localistici, la diffidenza per il diverso e gli stranieri (visti come nemici), i temi della sicurezza, dell'identità tradizionale, spesso legata al fattore religioso cattolico, e della dimensione familiare.
    A tutte queste inquietudini la Sinistra non ha saputo contrapporre ricette, offrire alternative credibili, nuove e affascinanti alle proposte unificate e unificanti dell'arco parlamentare che va dalla Destra al PD. Un insieme di proposte un po' datate (dalla scala mobile in giù), lontane ormai dall'esperienza quotidiana e che non sono state capite né apprezzate dall'elettorato.
  4. La Sinistra paga la mancata scelta tra la dimensione di "governo" e quella di "opposizione". Perdendo di nettezza su entrambi i fronti. Da un lato, infatti, ha marcato la sua partecipazione al governo con toni spesso critici, insofferenti (giustificati dal fatto che neppure i patti programmatici sulle questioni che più interessavano la sinistra venivano rispettati, mentre i nodi controversi come le politiche sociali e guerra tornavano sempre al pettine), dall'altro invece è stato l'alleato più fedele del governo Prodi, cedendo sempre alle ragioni della coalizione e votando anche i provvedimenti più invisi e indigeribili per il suo "popolo" di riferimento. Risultato? Mentre questa sinistra non viene percepita come una forza riformista e di governo, ma quasi come una forza antisistema e un un antidoto critico, ma di fato paralizzante del quadro politico, principale responsabile dell'insuccesso e della lentezza dell'azione del Governo Prodi, riesce anche a scontentare il suo elettorato identitario di riferimento che non ha visto i suoi valori e le sue aspettative (e le dichiarazioni bellicose dei leader in piazza) tradotte in azzioni concrete e coerenti sul piano del voto parlamentare e e di governo. Insomma la Sinistra L'Arcobaleno paga questa incertezza e indefinitezza tra dimensione del movimento, inteso anche come cavalcare gli umori e le insofferenze del popolo della sinistra, e il riformismo di governo. E su questa fragilità e debolezza ha puntato tutto con grande fiuto la campagna del PD che ha escluso dalla coalizione la Sinistra ricordando ad ogni occasione che quella era la vera causa del'instabilità, della eccessiva frammentazione delle posizioni, dell'immobilismo, degli insuccessi, e della caduta del Governo.
  5. L'unione dei partiti di Sinistra composta da Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica è stata una soluzione dell'ultima ora, accettata ab torto colo e a stento dai Comunisti Italiani (che volevano mantenere la falce e martello) e con incertezza dai Verdi, ancora poco coesa nelle dirigenze e poco conosciuta e riconoscibile dagli elettori. Anche in questo caso si sono scontentati i tradizionalisti e li affezionati alle singole famiglie politiche (in parte confluiti verso le sinistre critiche, in parte verso l'astensione, in parte verso altre forze) senza convincere nuovi molti nuovi elettori. Non solo per i limiti programmatici ma soprattuto per le scelte di candidature, ovunque vecchie, pedissequa riproduzione delle vecchie leadership con nessun coraggioso tentativo di rinnovamento.
  6. La legge elettorale è un sistema criminale di una doppia tagliola di premio di maggioranza e soglia di ammissione. Questa legge da un lato spinge al "voto utile" cioè a concentrare il voto tra le forze e le coalizioni con reali probabilità di competere per ottenere il corposo premio di maggioranza, e la possibilità di governare, dall'altro pone una soglia di sbarramento per i partiti non coalizzati al 4% in questo modo i partiti piccoli e medi non coalizzati (o le piccole coalizioni con soglia di sbarramento al 10%), svuotati di consensi per la pressione al voto utile vengono spinti sotto la soglia di sbarramento e di fatto espulsi dal Parlamento. Con la conseguenza che milioni di elettori sono "costretti" a votare col naso turato per il meno peggio, mentre coloro che, nonostante questa pressione hanno dato priorità a una scelta alternativa si trovano addirittura senza rappresentanza parlamentare. Tutto un mondo, una storia e poi la rappresentanza di importanti istanze di attenzione al mondo del lavoro, all'ambiente, ai diritti, alla pace, all'immigrazione che sono parte della storia e del presente del nostro Paese che non hanno più neanche diritto di tribuna nelle aule parlamentari. E poi un panorama di associazioni e di società civile che si trova senza lo spazio e i referenti politici che solo la sinistra garantiva loro. Molti voti di sinistra che non sono voluti confluire sul PD sono stati raccolti dall'Italia dei Valori (che raddoppia i consensi) che puntando di fatto solo sul tema della giustizia, ha funto da camera di compensazione e di espansione della coalizione col PD.
  7. In questo quadro le scelte sbagliate sui candidati, dal sapore vecchio e privo di rinnovamento, con gli stessi leader logori degli ultimi anni, con un Pecoraro Scanio che ha umiliato gli ecologisti ed è stato indebolito dalla crisi dei rifiuti campana.
    Lo stesso Bertinotti, rispetto a soli due anni fa, ha perso molto del suo smalto di innovazione, ingabbiato come è stato dal suo ruolo istituzionale che ne ha fatto uno dei notai del fallimento e dell'impopolarità del governo Prodi. Le scelte condizionate, poi, da strani equilibri interni tra i vari partitini fondatori, non hanno tenuto in nessun conto il radicamento territoriale dei candidati e, per parlare di due casi che conosco ha visto Vladimir Luxuria candidata al secondo posto in Sicilia occidentale e Titti de Simone in Basilicata, regioni con cui, il voto di opinione, di sinistra e glbt è verosimilmente basso e meno organizzato che nei centri di Roma e Milano o nelle regioni di tradizionale radicamento della sinistra.
  8. La campagna elettorale è stata opaca e poco aggressiva soprattutto nei confronti di quel Veltroni, che dopo averli defenestrati dalla coalizione, esclusi anche dai momenti celebrativi collettivi dell'amministrazione romana e accusati dei mali della divisione, della responsabilità delle mancanze del Governo Prodi e della sua caduta, ha fatto una campagna mirata a cannibalizzare i loro voti con la retorica del voto utile e dell'antiberlusconismo.
    La Sinistra Arcobaleno ha piagnucolato fino all'ultimo per cercare un'alleanza, facendosi mettere alla porta
    e, non accettando la corsa solitaria, ha dato sempre l'impressione di puntare a un'alleanza col PD, evitando quindi di affondare il coltello nella piaga delle loro incoerenze e di caratterizzare meglio le distinzioni e i valori aggiunti, ha tenuto un profilo incoerente sul piano nazionale e locale accettando coalizioni in grandi città, tra cui Roma, dove a un candidato laico alternativo ha preferito il diktat di un clericale come Rutelli, con la conseguenza di una campagna schizofrenica in cui fino alle ultime ore della campagna elettoraleBertinotti ha ribadito l'invito a votare Rutelli. Inoltre, Bertinotti non ha sfruttato le possibilità offerte da una campagna dalle mani slegate e non orientata al governo su di sé attenzioni e voti. Le parole d'ordine sono state sostanzialmente , non facendo proposte innovative, coraggiose e dirompenti capaci di ricatalizzareriproposizioni di vecchie cose e sempre assai moderate (un esempio parlare di unioni civili e non di matrimonio gay). Questo è ancor più grave in quanto, paradossalmente la sua campagna è stata caratterizzata da toni e contenuti più "responsabili" di quella dei due più quotati avversari che si sono confrontati a suon di fuochi d'artificio di sgravi fiscali, aiuti alle famiglie, abolizioni dell'ICI, stipendi minimi, aiuti per i figli etc... Toni pacati e contenuti moderati, insomma, che in un quadro bipartitizzato che lo vedeva fuori dal "grande gioco" e negletto dai media, non potevano premiare. Come vedete non mi sono messo, finora, a fare dei facili j'accuse verso qualcuno in particolare e verso il leader del PD Veltroni, che però è uno dei principali responsabili esterni di questo risultato. La sua esultanza di fronte agli indebolimenti delle sinistre in Europa (PCF in Francia Isquierda Unida in Spagna, ad esempio), l'arroganza della sua vampira campagna elettorale che non è riuscita a strappare nemmeno un voto al centro e a destra ma ha fagocitato il voto di sinistra e laico in un progetto politico che non è né di sinistra né laico. Il suo obiettivo dichiarato era quello di essere l'unica opposizione al centro destra e per far questo, essendo i voti complessivi, e le forze complessive, quelli, non poteva che mirare ad attrarre tutto il voto alla sua sinistra, senza poterne però né interpretare né rappresentare le istanze.
    Veltroni non ha vinto le elezioni, ma ha ottenuto un suo primo obiettivo, cancellare la fastidiosa rappresentanza alla sua sinistra. Un'operazione sul lungo periodo non solo miope, ma addirittura tragica perché quelle forze cresceranno fuori dal Parlamento e non potranno stare a lungo senza rappresentanza mentre sul fronte centrale tante e troppe sono le formazioni accalcate a contendesi i favori di elettori "moderati".
    Queste solo alcune cause, tra le principali, che mi vengono in mente e vogliono fornire u primo contributo per lavorare a ricostruire in Italia una Sinistra grande e capace ancora di offrire speranze e voce a un vasto corpo elettorale. Ricostruire la sinistra è un compito che spetta a tutti e che giova a tutti perché la scomparsa dal Parlamento non equivale a una scomparsa nel Paese, né in forma organizzata, nelle tante amministrazioni locali, né tanto meno come istanze sociali e politiche diffuse. Quelle istanze, quelle idee, quei sogni devono ritrovare una voce, e nessuno può pensarle di cancellarle dalla notte alla mattina con un tratto di penna.
    E il Partito Socialista? Anche la sparizione del partito più antico d'Italia (1892), un vero pezzo di storia, è un passaggio gravido di conseguenze. Il nostro Paese rimane l'unico grande in Europa in cui le istanze del riformismo non sono incarnate da un grande Partito Socialista. Si tratta purtroppo del triste epilogo di una vicenda che ha le sue radici nel Craxismo si è avviata con tangentopoli e poi protratta tragicamente per oltre un quindicennio a causa di una classe politica che non ha saputo o potuto ricostruire le ragioni di una forza socialista di massa, riformista, affascinante, limitandosi a difendere dei giardinetti familisti di potere, dispersi a seconda dei casi a destra e sinistra e privi di un vero profilo politico e di un progetto autonomo e riconoscibile. L'ultimo grave errore in ordine di tempo la condanna prematura del progetto della Rosa Nel Pugno che con maggiore lungimiranza poteva crescere e rafforzarsi. Invece noi tutti, tutti i veri riformisti e laici ci troviamo oggi a pagare le scelte grette e l'incapacità di una classe dirigente che ripresentava alle elezioni di oggi un De Michelis, già ministro degli esteri oltre 20 anni fa! Per non paralare della ancora aperta ferita di tangentopoli con lo sguardo sempre rivolto in modo critico alla giustizia che allora colpi il malcostume politico diffuso, colpendo mortalamente proprio l'allora PSI. Può apparire questo un partito capace di guardare al futuro, di affascinare i giovani, di crescere e dare voce a bisogni di riformismo coraggioso, pragmatico e laico? Evidentemente no.
    Ma alla fine non tutto il male vien per nuocere, queste batoste senza precedenti, consentiranno di ricominciare da zero alleggerendosi delle zavorre del passato, recuperando solo il meglio di lunghe e importanti tradizioni e reincarnandole in volti e programmi nuovi capaci di riconnettersi con la società civile e con i bisogni di oggi.

    P.S. Condivido in quasi tutto analisi, commenti, suggerimenti e timori di e Anelli di Fumo e Elfo Bruno. (che oltretutto le scrivono con una concisone chiarezaza e pulizia linguistica encomiabili)

Tesi condivisibli di Giovanni Dall'Orto? Finalmente abbiamo perso!

(Giovanni Dall'Orto) Finalmente abbiamo perso. Adesso si può tornare a fare politica.

Non ne potevo più di votare a sinistra per avere al governo una sinistra che votava per gli sgravi fiscali ai ricchi senza l'eliminazione del fiscal drag ai meno ricchi, che non faceva leggi contro il conflitto d'interessi, che moltiplicava le missioni militari all'estero, che incentivava la precarietà, e tutto il resto del programma tipico delle destre. E che soprattutto, unendo la beffa al danno, non era neppure capace di darci almeno il contentino di quelle riforme nel campo della vita privata che sono ormai la norma in tutto il resto d'Europa.

Perché se si guarda la politica sociale del tanto demonizzato Zapatero, ci si accorge del fatto che anche lui ha votato leggi sulla precarizzazione, anche lui ha mandato missioni militari all'estero, anche lui fa parte del Washington consensus... Ma almeno, in cambio, ha dato al suo elettorato leggi avanzate sui diritti delle donne, dei gay, sulle pari opportunità, insomma ha "fatto qualcosa di sinistra" almeno in quelle aree su cui i poteri forti della globalizzazione sono neutrali. Ottenendone, in cambio, la riconferma.

In Italia, invece, niente: neppure questo. Ma allora a che (e a chi) serviva avere la sinistra al governo?

Quando l'onorevole Vladimir Luxuria ha votato a favore dell'esenzione dall'Ici per la Chiesa cattolica, mi sono chiesto che senso avesse votarla, questa sinistra, e a che servano gli eletti lgbt se poi votano in questo modo.

E a quanto pare se lo sono chiesto anche milioni di altri elettori... Il risultato lo abbiamo visto.

Meglio così, e non sto ironizzando. Perché per avere una sinistra parlamentare che fa politica in questo modo, tanto vale non averla. Almeno così si esce dall'errore che fa pensare a molti, specie ai più giovani, che la politica sia quella cosa che si fa in Parlamento, e che ci chiede un impegno una volta ogni cinque anni e poi più.

Ma la politica, come dice il suo nome (da polis, "la città") è tutto quanto riguarda la vita dei cittadini. Anche se a molti non piace ammetterlo, la politica si fa tutti i giorni. Quando si sceglie di pagare senza ricevuta fiscale si è fatta una scelta politica. Quando si cerca un posto di lavoro con una raccomandazione si è fatta politica. E quando non ci si ribella se sono altri a fare queste cose, si fa politica. Lo ripeto: non si vota una volta ogni cinque anni, si vota tutti i giorni.

La destra non lo ha mai dimenticato (le destre sono in campagna elettorale permanente), la sinistra un tempo lo ha saputo, ma aveva trovato comodo dimenticarlo. Ed è stata punita: la realtà ha il vizio di ricaderti in testa come un mattone, se la getti via.

Meglio così. Si ricordano più i ceffoni delle carezze.

Alcuni commentatori "moderati" ieri hanno gioito perché questo è il primo Parlamento italiano dal quale, dopo un secolo, sono "finalmente" assenti socialisti e comunisti di qualsiasi sorta. A dire il vero la cosa è inesatta, dato che sotto Benito Mussolini questa felice situazione si era già verificata... (ma solo per vedere, dopo questa "felice" pausa, la più forte presenza parlamentare comunista del mondo occidentale). Ma anche se non fosse come dico, resta il fatto che è un errore credere che questo sia un avvenimento positivo per le destre, perché non è vero che la politica si fa in Parlamento. In Parlamento si approvano le leggi. Ma la politica si fa nel Paese, tutti i giorni.

Un pensatore che è tanto attento quanto è nemico giurato della sinistra, Massimo Cacciari, lo aveva presente quando dichiarava a "Repubblica" del 15 aprile: "In democrazia si parla in Parlamento. Ci troviamo di fronte a un problema reale. Penso a un antagonismo che si può esasperare. Penso a una grande storia come quella socialista che scompare. È pericoloso, perché non esiste che una storia politica così importante scompaia dalle scene parlamentari". Corretto. Perché i bisogni e le idee che scompaiono dal Parlamento riappaiono sempre altrove. Nelle lotte sociali, nella vita reale, fuori dai salottini parlamentari e dalla loro appendice televisiva. Evviva.

Tutto questo vale ovviamente anche per il mondo lgbt. Finalmente la foglia di fico dei parlamentari gay, lesbo e transgender è finita. Queste elezioni hanno sancito la liquidazione fisica della rappresentanza lgbt nelle istituzioni parlamentari. E questo sancisce anche la fine della subordinazione del movimento lgbt alle segreterie dei partiti, sotto la guida di leader che incarnavano molto più il desiderio di riuscire a posare il culo su uno scranno dimostrandosi "moderati" che di fare gli interessi della comunità lgbt.

Li ho battezzati "la castina". Di loro ne salvo diciamo tre, massimo quattro; tutti gli altri, e le altre, hanno dimostrato di scegliere sempre, quando c'è conflitto fra gli interessi del mondo lgbt e gli interessi del partito a cui fanno capo, in base agli interessi del partito. Gli appelli pro-Rutelli e pro-Ruini da parte loro ormai si sprecano.

Ma siccome le strategie si giudicano in base ai risultati, il fatto oggettivo che l'Italia sia il fanalino di coda dei diritti lgbt permette un giudizio secco e netto sul valore della loro strategia: zero.

La battaglia inizia quindi oggi, e senza più la zavorra della "castina". Chi crede in quel che fa, continuerà a lottare. Chi era qui solo per carriera, ora che la carriera è preclusa sarà costretto o a scendere finalmente in piazza, o a perdere definitivamente la faccia col mondo lgbt. Come peraltro durante la campagna elettorale ha già fatto un sacco di loro.

Ai miei amici (specie i più giovani) che mi esprimono il loro sconforto, non avendo mai vissuto (a differenza di me) l'esperienza del fare politica da "extraparlamentare", obbietto che la battaglia non è finita: semmai inizia ora.

Ci sono infatti diversi spunti da tenere presenti.

· Il primo è che la Chiesa ha perso. Ebbene sì. Grazie al trionfo suo ma soprattutto della Lega, Berlusconi ora non ha più bisogno di Casini per governare. E la Lega, contestando qualche giorno fa l'arcivescovo di Milano quando è intervenuto a favore di diritti umani dei Rom, ha dimostrato un piglio cesaropapista che ai clericali non promette nulla di buono (lo stesso arruolamento che Berlusconi ha fatto di Ruini elencandolo fra i propri supporters, che tanto è andato di traverso a Sua Eminenza, è un segnale dello stesso tipo). La Chiesa deve tenere d'occhio una realtà globalizzata, mentre la Lega è localismo puro: sarà interessante vedere quale di questi interessi conflittuali prevarrà. Certo, alla fine la Chiesa casca sempre in piedi... ma non sempre senza farsi male.

· Secondo, anche se Veltroni è accecato dall'ideologia e quindi non vede mai nulla, qualcuno dei suoi scagnozzi potrebbe notare che delle ultime quatto elezioni, la prima è stata corsa da centro e sinistra alleate, ed è stata vinta, la successiva è stata impostata da Rutelli contro la sinistra ed è stata persa, la terza è stata combattuta di nuovo assieme, e vinta, la quarta infine ha daccapo visto il centro contro la sinistra, ed è stata di nuovo persa (e bravo Walter! No, you cannot...). Sarà una coincidenza (sarà!), ma senza la sinistra, i "buonisti" non possono vincere. Non hanno fisicamente i voti per farlo: non si vince col 37,5%.

· Tanto più che, terzo punto, anche la mossa di eliminare i partiti di sinistra per risucchiarne il voto fa prevedere più guai che vantaggi. Infatti i partiti di sinistra hanno avuto la funzione di mediare fra le domande del popolo di sinistra (dal quale incidentalmente proviene la gran massa del mondo della militanza gay, et pour cause) e le esigenze di bassa cucina della realpolitik. Oggi che questi partiti sono annientati (anche come punizione per aver mediato fin troppo), il PD a questi elettori deve riuscire a parlare in prima persona, se vuole i loro voti (e se non li volesse, resterebbe inchiodato per sempre al 38%).

Ma come può farlo, con una pattuglia di cento teodem sconsideratamente arruolati in Parlamento tra le sue fila?

C'è una sola cosa "di sinistra", anche piccola, anche misera, che Veltroni possa dire zapaterianamente senza fare esplodere il suo raccogliticcio partito? La risposta è no.

E quanto può durare un partito nato autoparalizzato, e senza più neppure il comodo alibi dei partiti della cattivissima "sinistra radicale" a cui sbolognare tutte le colpe?

· Quarto ed ultimo punto. "La prova del budino è mangiarlo", dicono gli inglesi. Dopo dieci anni di pippe mentali sul partito nuovo, adesso lo abbiamo. E cosa abbiamo? "Il PD è la nuova DC", si è vantato Follini il 3 aprile scorso . Bene. Quanto ci vorrà prima che coloro che hanno "votato PD turandosi il naso", accogliendo l'appello al "voto utile", si convincano del fatto che è stato comunque un sacrificio inutile, e alla prima elezione scendano dal baraccone veltroniano?

Ricordiamolo, la politica non finisce mai. C'è sempre un'elezione in vista. Ci rivediamo quindi alla prima che arriva.

Insomma, a chi mi chiede cosa io pensi dei risultati delle elezioni, rispondo che è stata le migliore delle sconfitte che potessimo sperare. Una di quelle, nette e "senza se e senza ma", che mandano a casa la zavorra, e lasciano invece spazio a chi davvero crede nei diritti gay. Perfino quando non ti permettono di fare nessuna carriera politica...

Se qualcuno vuol darsi da fare, quindi, il momento è questo. Finalmente.

Sindaco di Roma al ballottaggio. Rutelli: "Sarà la nostra riscossa".

Secondo le proiezioni, Alemanno è al 40,7%, l'ex vicepremier al 45%. "Coglieremo una rivincita importante dopo il risultato del 13 e 14 aprile". An agli elettori di sinistra: "Schieratevi col cambiamento". E Casini lancia le primarie: "La base deciderà chi dovremo appoggiare".

(La Repubblica) "Sarà la nostra rivincita". Francesco Rutelli ne è convinto: il ballottaggio fra lui e Gianni Alemanno rappresenterà la riscossa del centrosinistra dopo la sconfitta del 13 e 14 aprile. E ballottaggio sarà, almeno stando ai numeri: la quinta proiezione Consortium per Rai dà Rutelli al 45% e Alemanno al 40,7%. Anche dalle prime seicento sezioni scrutinate (con tempi lunghissimi) viene una sostanziale conferma: il candidato del centrosinistra ottiene 154.695 voti (46,1%), al candidato del centrodestra vanno 134.434 voti (40,1%). Nessuno dei due supera la soglia del 50% più 1 dei voti, necessaria per chiudere al primo turno. E mentre per i due candidati parte la caccia all'apparentamento, Pier Ferdinando Casini annuncia - ospite a Ballarò su RaiTre - che l'Udc deciderà chi appoggiare con "primarie aperte a tutti gli iscritti". Pur sottolineando che "abbiamo criticato fortemente Veltroni, e se Rutelli significa continuità con Veltroni, per noi è un problema".

Pronostici ribaltati. La vittoria scontata di Rutelli non è stata tale. L'avversario di An sotto la bandiera del Pdl, dopo una campagna sottotono, riprende colore in serata, in piazza della Minerva, dove si festeggia la vittoria nazionale del centrodestra. E se Rutelli incita a sostenere la "sfida", Alemanno fa appello anche agli elettori di sinistra: "Scelgano il cambiamento". Si torna alle urne domenica 27 e lunedì 28 aprile.

Rutelli: "Sarà la nostra rivincita". Ad ammettere che sarà ballottaggio è per primo lo stesso Rutelli. "Permetterà di rinnovare e consolidare il governo di Roma ma anche di cogliere una rivincita importante dopo le politiche, regionali e amministrative. Andiamo al voto con un vantaggio importante, determinante - aggiunge - ho fiducia che questo ci permetta di vincere. Ora abbiamo due settimane di sfida per riprendere la città". Alla corsa partecipano Pd e Idv ma anche Sinistra Arcobaleno, i radicali di Emma Bonino e qualche lista civica, dai Moderati agli Under 30. Si tratta di recuperare il Partito socialista con Franco Grillini ("Se ce lo chiede sulla base di un dialogo costruttivo - dice il presidente onorario di Arcigay - siamo disponibili a un apparentamento"), la Sinistra critica con Armando Morgia e qualche altro.

Rutelli e il testimone di Veltroni. Continuità con il lavoro fatto da Veltroni e novità. Questi gli ingredienti del programma sui quali Rutelli continuerà a battere per due settimane. Con "l'orgoglio" di ciò che le giunte di centrosinistra, sue e di Veltroni, hanno realizzato negli ultimi quindici anni, e delle potenzialità della città. Un programma in 58 pagine animato dall'attenzione ai problemi dei cittadini, con verifica sul posto e in prima persona.

Rutelli, i punti forti. Il documento ruota intorno a due capitoli: "Roma capitale moderna" e "Roma capitale umana". Punta su innovazione tecnologica, turismo, decoro della città, sicurezza, politica per la casa. Tra i primi punti, la raccolta dei rifiuti e l'eliminazione della discarica di Malagrotta, la più grande d'Europa: "Si chiuderà a breve, diventerà come Central Park". Quanto al decoro, la creazione di una "Sala sistema Roma" per coordinare gli interventi. Per l'emergenza casa, la realizzazione di 10 mila case popolari, 10 mila in affitto agevolato e 6 mila alloggi per studenti. Tra le innovazioni, quella della macchina amministrativa con la "piena attuazione del federalismo fiscale" e la creazione della "Città metropolitana" della capitale. E poi rilancio del ruolo dei municipi, contrasto all'evasione e all'elusione fiscale e tariffaria.

Fini: "Rutelli si può battere". Sostegno forte al candidato di centrodestra dal leader del suo partito Gianfranco Fini. "Battere Rutelli è possibile - dice il presidente di An - per il ballottaggio, ci rivolgiamo agli elettori. Per quanto riguarda i candidati - risponde a chi gli chiede di un'ipotesi di apparentamento con quelli di altri partiti - vedremo in seguito".

Alemanno punta all'en plein. C'è "la possibilità concreta di un en plein" dice Alemanno, che affida alla piazza la sua ambizione: "Riunire tutta la destra". Non è chiaro dove sposterà il confine della coalizione. Probabilmente verso Francesco Storace che, forte di un abbondante 3%, si è preso un paio di giorni di riflessione ("Deciderò giovedì") per rivelare se correrà in soccorso dell'ex collega di partito. Ma c'è un altro 3% circa, quello del candidato dell'Udc Luciano Ciocchetti ("siamo sempre più determinanti") e poi la Rosa Bianca con Mario Baccini e Forza Roma con Dario Di Francesco. Per il momento, Alemanno attacca lo sfidante ("Non ha chiesto scusa né riconosciuto gli errori della sinistra"), invoca "rispetto e risposte per il popolo di Roma", lancia un appello alla coesione perché "solo così completeremo la grande vittoria non solo in Italia ma anche nella sua capitale". E si rivolge agli elettori di sinistra: "Si schierino dalla parte del cambiamento, dicano no allo stanco continuismo".

Alemanno, i punti forti. "Essere più precisi nel programma, implementare il patto per Roma, costruire un'ipotesi di governo che raccolga le energie migliori al di là degli schieramenti". Sul Patto per Roma ci punta parecchio: è l'impegno sottoscritto il 15 marzo con Fini e Berlusconi. Firmato nel quartiere Corviale, alla periferia della città, dà ampio spazio ai temi della sicurezza. Come si legge: "Procedure di espulsione dei 20 mila nomadi e immigrati che a Roma hanno violato la legge, creazione di un assessorato alla Sicurezza e immigrazione". A ciò si aggiunge, fra l'altro, la chiusura dei campi nomadi abusivi e un controllo rigoroso di quelli regolari.
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Le manovre di Rutelli. La carta di Francesco. Recuperare a sinistra e nel mondo gay.

L'attesa Il comitato elettorale deluso dalle percentuali. L'ex sindaco in cerca di nuove alleanze.

(Fabrizio Roncone - Il Corriere della Sera) Quando Francesco Rutelli è preoccupato, si vede. Mette su una faccia lunga, amareggiata, un po' sordiana (dalla maschera, mitica, di Alberto Sordi, ndr). Barbara Palombelli, questa faccia la conosce bene. Meno male che ci sono le mogli, in certi momenti. E gli amici. È un comitato elettorale tetro, buio, angusto. «Antico mulino biondo », quartiere Ostiense, pozzanghere melmose alla fine del ponte di ferro: Roma è piena di posti così. La stanza dove il candidato sindaco Rutelli aspetta (spera?) d'essere rieletto per la terza volta (già al Campidoglio dal 1993 al 2001) è in fondo al corridoio di archi a volta, con i mattoncini, con le faccette tenere ed emozionate dei candidati al consiglio comunale, con Paolo Gentiloni e Linda Lanzillotta — vecchia fidata guardia d'onore dei bei tempi andati della Margherita — che camminano avanti e indietro, si fermano, chiedono, riflettono, scuotono la testa, allargano le braccia, sospirano e poi vengono avanti a capo chino, con un filo di voce: «È più dura del previsto, purtroppo».
Gentiloni è uno misurato, responsabile. Non sorrise nemmeno il giorno che Prodi lo nominò ministro delle Comunicazioni: «Cerchiamo di tenere la bandiera del Pd alta, facciamo barricate a Roma... ma, certo, se le percentuali sono queste...». I numeri, le percentuali: si andrà avanti nella notte, è sicuro. Ma per capirci: il rischio terribile e concreto, possibilissimo, è che il consenso espresso nei confronti di Rutelli sia piuttosto (se non abbastanza o addirittura parecchio) più basso del dato raccolto a Roma, nella tornata politica, dall'intero centrosinistra. Cerchiamo di capirci. A mezza sera, Rutelli naviga — nelle proiezioni — intorno al 45%; Alemanno insegue con circa quattro punti di ritardo. Non casualmente, Massimo Brutti, ex senatore diessino uscente e capolista del Pd al consiglio comunale, un tipo allergico alla menzogna politica, considera: «Aspettiamo... e speriamo... e auguriamoci che...». Luigi Zanda va via fingendo serenità: «Il ballottaggio era nelle cose... ». Magari non con queste percentuali. «Mah...». Forbice stretta, ballottaggio incerto. «Eppure tra Alemanno e Francesco c'è una tale differenza di statura politica che...». La voce di Zanda in dissolvenza. Ma come ansiosa, nervosa, incerta. Lui che va via e sul megaschermo collegato con Sky, ecco Berlusconi in diretta. Piccola folla di militanti che qui ascolta in atmosfera da funerale. Cronisti che si lamentano perché la sala stampa non è dotata di televisioni, manca l'acqua, si va al bagno scortati da uomini della sicurezza comprensivi e muscolosi. Nel percorso, s'incrocia la Lanzillotta: «I dati sono preoccupanti. Ma noi manteniamo la calma, capito?».

Capito. Però Rutelli è di là, che fa calcoli, in solitudine. Hanno chiamato Veltroni e D'Alema? «Va beh... tanto, al ballottaggio, ci prenderemo la rivincita». Gianni Borgna, ex assessore alla Cultura della città: «D'altra parte, ai ballottaggi vincenti, siamo abituati. Ricordo un Rutelli- Fini, e poi un Veltroni-Tajani... Certo, però, un ballottaggio è sempre un'incognita...». Così, nella notte, s'apre l'intricato capitolo alleanze. A sinistra, Rutelli può guardare a «Sinistra critica» e a Franco Grillini (socialisti, gay, trans, transgender). Ma se cerca al centro, trova gli incompatibili Luciano Ciocchetti (Udc) e Mario Baccini (La rosa bianca). Allearsi, lo intuite, non sarà facile (e già adesso i più perfidi ironizzano: il cardinal Camillo Ruini, che con Rutelli è in grandi rapporti, cosa suggerisce?).