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venerdì 25 aprile 2008

Perchè la Lega ha intercettato i voti della sinistra...

Messaggio pubblicato da un compagno di Torino sul forum della Sinistra Arcobaleno nei giorni seguenti la disfatta elettorale:

Care Compagne e cari Compagni,
vorrei proporvi uno spunto di dibattito sulle ragioni della sconfitta, partendo dalla mia esperienza personale.
Pur non essendo l’elettore tipico della sinistra cosiddetta antagonista, sono uno dei pochi oggi rimasti fedeli ai nostri ideali, anche se con alcune riflessioni critiche. La mia atipicita’ deriva dall’appartenenza alla categoria dei cosiddetti “colletti bianchi”, contratto a tempo indeterminato settore Telecomunicazioni, tutele dell’articolo 18, casa ed auto di proprieta’, sposato. In pratica, quello che definisce il ceto medio (seppure basso) che, quando ero giovane ha dato origine alla grande sconfitta delle ragioni dei lavoratori con la marcia dei 40.000. Io pero’ sono rimasto fedele ai miei ideali di gioventu’ ed ho sempre votato Comunista da quando ho avuto il diritto di voto, perche’ desidero che le opportunita’, i diritti ed il benessere che ho conosciuto attraverso le lotte dei nostri padri ed in parte anche mie, possano conoscerli e goderne tutti. E dopo 45 anni su questa terra ed almeno 25 anni di vita politica con l’ideale Comunista, non avere rappresentanza in Parlamento mi ferisce e disorienta almeno quanto la morte del compianto Compagno Segretario Enrico Berlinguer. E dunque, dobbiamo analizzare tutte le cause della nostra terribile sconfitta e rimuoverle tutte, senza tentennamenti. E veniamo alla tristissima esperienza che vi illustro.

Due anni or sono, sono riuscito a portare mia moglie, alcuni familiari e conoscenti, a votare per noi. A parte la candidatura del Compagno Vladimir Luxuria, validissima ed intelligentissima persona per me, ma criticato aspramente dai miei conoscenti come “non da rappresentanza Parlamentare”, la primissima cosa che mi hanno rinfacciato tutti e’ stato la vergogna di aver appoggiato l’indulto. A seguire, le critiche piu’ feroci le ho sentite sulle questioni “tasse per il risanamento”, accettazione del pacchetto sullo stato sociale e tante, ma tante maledizioni sulla questione immigrazione.

Perche’ a Torino, una donna quasi non puo’ avventurarsi da sola in auto. Ad ogni incrocio si e’ presi di mira da lavavetri e venditori di ogni sorta di inutilita’ e se si rifiuta “il servizio caritatevole”, quando va bene sono improperi e male parole, se va male sono calci alla vettura. Ora una persona che lavora, difficilmente passa un solo incrocio nel tragitto tra casa e luogo di lavoro. Dovendo “accettare” di fare la carita’ ad ogni incrocio per evitare improperi e/o danni peggiori, vogliamo pensare che si mangera’ questa persona per cena? Vogliamo parlare dei furti? La maggioranza dei furti di cui sono a conoscenza io non riguarda persone che possano fare a meno della roba sottratta. I furti avvengono per la maggior parte a danno di gente che non arriva a fine mese, soprattutto anziani,i piu’ facili da raggirare e rendere inoffensivi. Operai come impiegati, geometri come commercianti, in una grande citta’ nessuno e’ al riparo dalla piaga dei furti. La altre obiezioni che sento spesso riguardano il comportamento degli extracomunitari. Dai viaggi a sbafo sui mezzi pubblici, alla sporcizia della citta’, alla rivendicazione della loro cultura a danno della nostra (questione crocifissi, presepe etc.) Altre obiezioni mi vengono fatte sulla droga e sulla liberalizzazione delle droghe leggere, alla troppa attenzione alle questioni dei gay e via di questo passo. Morale della favola, nel seggio siamo passati da 23 voti a 5 su 281 elettori. E dunque, essendo un Paese che si e’ buttato a destra, perche’ non scendiamo tra la gente ed ascoltiamo le proposte assecondando quelle che possono essere ascoltate da noi? Primariamente i temi DEL LAVORO e dei DIRITTI DEL LAVORO, quelli sono NOSTRI da sempre!!!! Insistere sui temi dell’integrazione e dei diritti dei carcerati, non dare una voce alla famiglia tradizionale mettendo l’accento sulle questioni individuali, proporre la liberalizzazione delle droghe leggere in piena stagione di stragi del sabato sera, a mio avviso puo’ essere fatto solo e soltanto dopo che una cultura realmente di sinistra e’ stata ricostruita. Le macerie culturali del berlusconismo ci obbligano alla ricostruzione dei valori di liberta’, uguaglianza e solidarieta’ che ci contraddistinguono a partire dalla Resistenza, ma senza aver fatto prima quel lavoro, insistere su temi “avversi” a tutti tranne che a noi ci obbliga al movimentismo perenne se non dalla sparizione certa dalla societa’. Potete farmi tutte le critiche che volete, ma la realta’ dei fatti e’ questa.

Riflettiamoci Compagni.

mercoledì 23 aprile 2008

Tutti pazzi per la Lega. Soprattutto a sinistra.


(Stefano Di Michele - Il Foglio) C’è voluto niente – oddio, proprio niente no: una disfatta elettorale – per passare, nei più colti cenacoli dopocena, nelle apposite librerie de’ sinistra (Roma chiacchierona) dall’invidia del pene all’invidia – l’ambito è più o meno contiguo – del celodurismo. Se quelli di Bossi non ci stanno attenti, facile ritrovarsi la prossima estate con tutti gli sbandati della Sinistra arcobaleno accampati nel pratone di Pontida, come una volta dalle parti dell’Avana quando si andava a tagliare la canna da zucchero. Perché qui non è solo questione di analisi politologica, dell’abbandono da parte degli operai (non decentemente bilanciato dal concorso delle bertinottiane principesse in lacrime, secondo dettagliato resoconto di Mario D’Urso), dei tre milioni di voti squagliati via che altro che buco dell’ozono, piuttosto il buco nell’arcobaleno. Davvero, ma non è soltanto questo. Ora che tanti rivoluzionari vogliono andare a prendere lezioni da Maroni anziché da Marcos, svernare in Val Brembana piuttosto che nella Selva Lacandona, quello che si coglie è uno scoramento diverso – umano, prima che politico. Lo ha ben raccontato su Repubblica Dario Vergassola, il comico che alla chiusura della campagna elettorale stava sul palco a far compagnia a Bertinotti. Il compagno Vergassola – che pure ha dato alle stampe un libro garbatamente intitolato “Me la darebbe?”: un rivoluzionario ha gli ormoni, ma pure buona educazione – ha spiegato la pena che si vive a sinistra come paccate di analisi socio-politiche non avevano finora fatto. “Quello che invidio ora è la gioia dei leghisti che s’incontrano al bar consapevoli di avere qualcosa in comune, mi ricorda l’animo e il sapore delle feste dell’Unità di trent’anni fa. E’ un entusiasmo che non riesci a smorzare e può essere solo vincente”. Ecco: la straziante sensazione della piadina che si vota alla causa padana, della salsiccia che si fa federalista, delle corna di Vercingetorige che sostituiscono il basco guevarista. Già le ultime feste dell’Unità erano state ribattezzate Democratic party, adesso la tristezza stringe la gola, e costringe ad aspettarsi, come fa sapere Vergassola, di tutto: persino la Casa del popolo che si fa Casa del popolo padano. Tra poco, i leghisti non sapranno più dove accampare gli ex rivoltosi in processione dalle loro parti, gli ammiratori di recente conio, i nuovi cittadini onorari di Gemonio. Lo ha detto a brutto muso, a quelli che insistono con l’antica iconografia, il compagno Francesco Guccini, che ha cantato i tempi belli con l’Unità in tasca (i più arditi) e che ora potrebbe agli ultimi scampoli della Sinistra raccomandare un’altra sua canzone, quella che “non siamo, non siamo, non siamo…”. A Diliberto e soci ha spiegato: “Agli operai, di falce e martello non gliene frega più niente… Anche gli operai della Fiom hanno votato per la Lega”. E così, la famosa avanguardia, presa alla sprovvista e presi pochi voti, si fa intendenza, segue la classe di riferimento ove la classe di riferimento va, non avendo voluto seguire il supposto partito di riferimento. Così, sul modello Lega, è tutto un saggio interrogarsi, da Luca Casarini a Marco Revelli, dal Manifesto a Liberazione. Ma meglio dice, di quel nodo in gola, il più saggio di tutti, il compagno Vergassola: “E’ come quando finisce un amore. E’ ancora presto, devo ancora elaborare il lutto”. Ma con urgenza e senza dibattito, ché altri lutti già si profilano all’orizzonte.

Famiglia Cristiana: "Silenzio assordante sulla disfatta del laicismo".

Dopo le ripetute accuse alla chiesa avversaria della modernità. Savino Pezzotta e Pier Ferdinando Casini dell’Udc-Rosa bianca. Il non esaltante risultato elettorale che hanno avuto alle elezioni segnala l’ormai debole peso del voto identitario cattolico.

(Beppe Del Colle - Famiglia Cristiana) La cancellazione della sinistra estrema dal Parlamento in conseguenza del voto del 13/14 aprile, e la contemporanea assunzione della Lega a partito decisivo degli equilibri politici nella nuova legislatura, hanno fornito gli argomenti principali di analisi a tutti gli editorialisti.

Peccato che in tal modo sia però rimasto in ombra un altro argomento: quello del cosiddetto "voto cattolico".

In realtà non sarebbe potuto essere un tema facile per gli analisti, dal momento che la fine della Dc ha suscitato da tempo in quel nostro mondo, a partire dalla gerarchia ecclesiastica, l’idea che i cattolici siano cittadini come gli altri, liberi di votare per chi vogliono, e che la fede non sia dirimente in nessuno degli ambiti più spiccatamente politici, contrassegnati dai naturali interessi di ognuno, fatta salva la fedeltà ai princìpi etici "non negoziabili".

Per questo nessun grande quotidiano ha parlato fin qui del "voto cattolico", con l’eccezione del sociologo Franco Garelli su La Stampa, il quale ha fatto due osservazioni. La prima è che molti cattolici del Nord Italia hanno votato per la Lega, in quanto hanno trovato «nelle visioni e nel linguaggio del Carroccio vari motivi di assonanza e di convergenza», soprattutto sull’«aumento degli immigrati, la crescita dell’islam, la paura dell’impoverimento, la crisi del ceto medio», senza che tutto questo si possa considerare semplicemente "conservatore" o "razzista".

La seconda osservazione di Garelli riguarda il «debole peso del voto identitario cattolico», sia nel non troppo esaltante risultato ottenuto dall’Udc e dalla Rosa bianca, sia nel Partito democratico, che «non è stato in grado di far breccia sui cattolici moderati politicamente incerti o delusi dal modello di Berlusconi». Due osservazioni che portano il sociologo cattolico a dubitare che sia mai possibile, in futuro, la «nascita di un figlio della Balena bianca», una Dc titolare di un nuovo grande progetto politico.

Va aggiunto che almeno una parte dei suffragi ottenuti dall’Udc è venuta da cattolici di Centrosinistra, su cui ha fatto un pessimo effetto l’inserimento nelle liste del Partito democratico di nove esponenti radicali (tutti eletti, dati i posti loro concessi nelle liste); e quei voti possono aver compensato, per il partito di Casini e Pezzotta, quelli usciti dalle sue file per unirsi al Popolo della libertà, al seguito dell’onorevole Giovanardi.

Ma c’è un altro esito elettorale che conosce sulla grande stampa un silenzio ancora più fitto: la scomparsa dalla scena politica, con la disfatta della Sinistra l’Arcobaleno e del Partito socialista di Boselli, del tema principe del laicismo italiano di questi ultimi anni (dal fallito referendum contro la legge sulla procreazione artificiale in poi), e cioè l’attacco alla Chiesa in quanto avversaria della modernità e dei "diritti" dei cittadini, in nome della morale naturale di origine divina.

Il voto espresso dagli italiani non lascia dubbi: a ben pochi di loro quei "diritti" interessano sul serio, come sa chi conosce i motivi di tante coppie di fatto e di aborti, motivi molto poco ideologici e molto più economici e sociali. In Parlamento soltanto i nove radicali eletti con il Pd potranno esercitarsi a chiedere i Dico e tutto il resto (chi nel Pd lo farà, rischierà di mettere in crisi l’unità già non facile del partito).

Sia pure tenendo conto che anche nel programma del Centrodestra vittorioso, come ha notato Francesco D’Agostino su Avvenire, «il riferimento ai temi di rilevanza etica è stato davvero fin troppo contenuto».

mercoledì 16 aprile 2008

Tesi condivisibli di Giovanni Dall'Orto? Finalmente abbiamo perso!

(Giovanni Dall'Orto) Finalmente abbiamo perso. Adesso si può tornare a fare politica.

Non ne potevo più di votare a sinistra per avere al governo una sinistra che votava per gli sgravi fiscali ai ricchi senza l'eliminazione del fiscal drag ai meno ricchi, che non faceva leggi contro il conflitto d'interessi, che moltiplicava le missioni militari all'estero, che incentivava la precarietà, e tutto il resto del programma tipico delle destre. E che soprattutto, unendo la beffa al danno, non era neppure capace di darci almeno il contentino di quelle riforme nel campo della vita privata che sono ormai la norma in tutto il resto d'Europa.

Perché se si guarda la politica sociale del tanto demonizzato Zapatero, ci si accorge del fatto che anche lui ha votato leggi sulla precarizzazione, anche lui ha mandato missioni militari all'estero, anche lui fa parte del Washington consensus... Ma almeno, in cambio, ha dato al suo elettorato leggi avanzate sui diritti delle donne, dei gay, sulle pari opportunità, insomma ha "fatto qualcosa di sinistra" almeno in quelle aree su cui i poteri forti della globalizzazione sono neutrali. Ottenendone, in cambio, la riconferma.

In Italia, invece, niente: neppure questo. Ma allora a che (e a chi) serviva avere la sinistra al governo?

Quando l'onorevole Vladimir Luxuria ha votato a favore dell'esenzione dall'Ici per la Chiesa cattolica, mi sono chiesto che senso avesse votarla, questa sinistra, e a che servano gli eletti lgbt se poi votano in questo modo.

E a quanto pare se lo sono chiesto anche milioni di altri elettori... Il risultato lo abbiamo visto.

Meglio così, e non sto ironizzando. Perché per avere una sinistra parlamentare che fa politica in questo modo, tanto vale non averla. Almeno così si esce dall'errore che fa pensare a molti, specie ai più giovani, che la politica sia quella cosa che si fa in Parlamento, e che ci chiede un impegno una volta ogni cinque anni e poi più.

Ma la politica, come dice il suo nome (da polis, "la città") è tutto quanto riguarda la vita dei cittadini. Anche se a molti non piace ammetterlo, la politica si fa tutti i giorni. Quando si sceglie di pagare senza ricevuta fiscale si è fatta una scelta politica. Quando si cerca un posto di lavoro con una raccomandazione si è fatta politica. E quando non ci si ribella se sono altri a fare queste cose, si fa politica. Lo ripeto: non si vota una volta ogni cinque anni, si vota tutti i giorni.

La destra non lo ha mai dimenticato (le destre sono in campagna elettorale permanente), la sinistra un tempo lo ha saputo, ma aveva trovato comodo dimenticarlo. Ed è stata punita: la realtà ha il vizio di ricaderti in testa come un mattone, se la getti via.

Meglio così. Si ricordano più i ceffoni delle carezze.

Alcuni commentatori "moderati" ieri hanno gioito perché questo è il primo Parlamento italiano dal quale, dopo un secolo, sono "finalmente" assenti socialisti e comunisti di qualsiasi sorta. A dire il vero la cosa è inesatta, dato che sotto Benito Mussolini questa felice situazione si era già verificata... (ma solo per vedere, dopo questa "felice" pausa, la più forte presenza parlamentare comunista del mondo occidentale). Ma anche se non fosse come dico, resta il fatto che è un errore credere che questo sia un avvenimento positivo per le destre, perché non è vero che la politica si fa in Parlamento. In Parlamento si approvano le leggi. Ma la politica si fa nel Paese, tutti i giorni.

Un pensatore che è tanto attento quanto è nemico giurato della sinistra, Massimo Cacciari, lo aveva presente quando dichiarava a "Repubblica" del 15 aprile: "In democrazia si parla in Parlamento. Ci troviamo di fronte a un problema reale. Penso a un antagonismo che si può esasperare. Penso a una grande storia come quella socialista che scompare. È pericoloso, perché non esiste che una storia politica così importante scompaia dalle scene parlamentari". Corretto. Perché i bisogni e le idee che scompaiono dal Parlamento riappaiono sempre altrove. Nelle lotte sociali, nella vita reale, fuori dai salottini parlamentari e dalla loro appendice televisiva. Evviva.

Tutto questo vale ovviamente anche per il mondo lgbt. Finalmente la foglia di fico dei parlamentari gay, lesbo e transgender è finita. Queste elezioni hanno sancito la liquidazione fisica della rappresentanza lgbt nelle istituzioni parlamentari. E questo sancisce anche la fine della subordinazione del movimento lgbt alle segreterie dei partiti, sotto la guida di leader che incarnavano molto più il desiderio di riuscire a posare il culo su uno scranno dimostrandosi "moderati" che di fare gli interessi della comunità lgbt.

Li ho battezzati "la castina". Di loro ne salvo diciamo tre, massimo quattro; tutti gli altri, e le altre, hanno dimostrato di scegliere sempre, quando c'è conflitto fra gli interessi del mondo lgbt e gli interessi del partito a cui fanno capo, in base agli interessi del partito. Gli appelli pro-Rutelli e pro-Ruini da parte loro ormai si sprecano.

Ma siccome le strategie si giudicano in base ai risultati, il fatto oggettivo che l'Italia sia il fanalino di coda dei diritti lgbt permette un giudizio secco e netto sul valore della loro strategia: zero.

La battaglia inizia quindi oggi, e senza più la zavorra della "castina". Chi crede in quel che fa, continuerà a lottare. Chi era qui solo per carriera, ora che la carriera è preclusa sarà costretto o a scendere finalmente in piazza, o a perdere definitivamente la faccia col mondo lgbt. Come peraltro durante la campagna elettorale ha già fatto un sacco di loro.

Ai miei amici (specie i più giovani) che mi esprimono il loro sconforto, non avendo mai vissuto (a differenza di me) l'esperienza del fare politica da "extraparlamentare", obbietto che la battaglia non è finita: semmai inizia ora.

Ci sono infatti diversi spunti da tenere presenti.

· Il primo è che la Chiesa ha perso. Ebbene sì. Grazie al trionfo suo ma soprattutto della Lega, Berlusconi ora non ha più bisogno di Casini per governare. E la Lega, contestando qualche giorno fa l'arcivescovo di Milano quando è intervenuto a favore di diritti umani dei Rom, ha dimostrato un piglio cesaropapista che ai clericali non promette nulla di buono (lo stesso arruolamento che Berlusconi ha fatto di Ruini elencandolo fra i propri supporters, che tanto è andato di traverso a Sua Eminenza, è un segnale dello stesso tipo). La Chiesa deve tenere d'occhio una realtà globalizzata, mentre la Lega è localismo puro: sarà interessante vedere quale di questi interessi conflittuali prevarrà. Certo, alla fine la Chiesa casca sempre in piedi... ma non sempre senza farsi male.

· Secondo, anche se Veltroni è accecato dall'ideologia e quindi non vede mai nulla, qualcuno dei suoi scagnozzi potrebbe notare che delle ultime quatto elezioni, la prima è stata corsa da centro e sinistra alleate, ed è stata vinta, la successiva è stata impostata da Rutelli contro la sinistra ed è stata persa, la terza è stata combattuta di nuovo assieme, e vinta, la quarta infine ha daccapo visto il centro contro la sinistra, ed è stata di nuovo persa (e bravo Walter! No, you cannot...). Sarà una coincidenza (sarà!), ma senza la sinistra, i "buonisti" non possono vincere. Non hanno fisicamente i voti per farlo: non si vince col 37,5%.

· Tanto più che, terzo punto, anche la mossa di eliminare i partiti di sinistra per risucchiarne il voto fa prevedere più guai che vantaggi. Infatti i partiti di sinistra hanno avuto la funzione di mediare fra le domande del popolo di sinistra (dal quale incidentalmente proviene la gran massa del mondo della militanza gay, et pour cause) e le esigenze di bassa cucina della realpolitik. Oggi che questi partiti sono annientati (anche come punizione per aver mediato fin troppo), il PD a questi elettori deve riuscire a parlare in prima persona, se vuole i loro voti (e se non li volesse, resterebbe inchiodato per sempre al 38%).

Ma come può farlo, con una pattuglia di cento teodem sconsideratamente arruolati in Parlamento tra le sue fila?

C'è una sola cosa "di sinistra", anche piccola, anche misera, che Veltroni possa dire zapaterianamente senza fare esplodere il suo raccogliticcio partito? La risposta è no.

E quanto può durare un partito nato autoparalizzato, e senza più neppure il comodo alibi dei partiti della cattivissima "sinistra radicale" a cui sbolognare tutte le colpe?

· Quarto ed ultimo punto. "La prova del budino è mangiarlo", dicono gli inglesi. Dopo dieci anni di pippe mentali sul partito nuovo, adesso lo abbiamo. E cosa abbiamo? "Il PD è la nuova DC", si è vantato Follini il 3 aprile scorso . Bene. Quanto ci vorrà prima che coloro che hanno "votato PD turandosi il naso", accogliendo l'appello al "voto utile", si convincano del fatto che è stato comunque un sacrificio inutile, e alla prima elezione scendano dal baraccone veltroniano?

Ricordiamolo, la politica non finisce mai. C'è sempre un'elezione in vista. Ci rivediamo quindi alla prima che arriva.

Insomma, a chi mi chiede cosa io pensi dei risultati delle elezioni, rispondo che è stata le migliore delle sconfitte che potessimo sperare. Una di quelle, nette e "senza se e senza ma", che mandano a casa la zavorra, e lasciano invece spazio a chi davvero crede nei diritti gay. Perfino quando non ti permettono di fare nessuna carriera politica...

Se qualcuno vuol darsi da fare, quindi, il momento è questo. Finalmente.

martedì 15 aprile 2008

Dopovoto, la rassegna stampa italiana e straniera.

Repubblica, il ritorno del Cavaliere
“La Terza Repubblica nasce oggi com’era nata la Seconda quattordici anni fa. Una vittoria netta e indiscutibile di Silvio Berlusconi. Uno spostamento massiccio e inequivocabile dei consensi verso destra. L’eterna transizione italiana riparte dall’eterna rigenerazione berlusconiana”. A dirlo è Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, commentando il voto di ieri: '”Sarà vecchio, spompato, 'unfit'. Ma la maggioranza degli italiani ha deciso di riconsegnargli comunque le chiavi del governo, sanando per la terza volta, con la legittimazione di un voto che equivale ancora una volta a un 'condono tombale', le sue inadeguatezze, i suoi conflitti di interesse, le sue traversie giudiziarie”. Per l’analista “queste elezioni rivoluzionano la geografia politica nazionale. Segnano un deciso passo avanti dell’Italia sul terreno della semplificazione coalizionale e gettano le basi per una conseguente modernizzazione istituzionale. E di questo dato pieno merito al Pd, alla svolta che ha impresso al sistema con la disaggregazione delle vecchie alleanze e le riaggregazione dei nuovi partiti”. Riguardo il vincitore, per Giannini “Berlusconi ha perso la campagna elettorale, ma ha vinto le elezioni (al contrario di quello che accadde nel 2006). Bisogna prendere atto che la “pancia” del Paese è con lui. La forza che questo voto gli conferisce è inequivoca.

Corriere della Sera, successo doppio
“Il successo di Berlusconi è doppio. Non si assiste soltanto al suo ritorno prevedibile a Palazzo Chigi. La novità è che la reinvestitura avviene dopo una campagna elettorale nella quale non ha promesso miracoli; né lasciato intravedere soluzioni indolori in economia. Seppure fra le solite battute e battutacce, si è presentato nella veste dell’imprenditore chiamato a fronteggiare un periodo di grave crisi”. Lo scrive Massimo Franco, commentando il voto in un editoriale del Corriere della Sera: “Il suo miracolo è stato quello di farsi accettare anche nella nuova veste di premier senza bacchetta magica; e di interpretare una voglia prepotente di sicurezza. L’affermazione vistosa della Lega la riflette, senza tuttavia averne l’esclusiva”. Franco passa poi ad analizzare il Partito Democratico, la cui “sconfitta è netta quanto la vittoria berlusconiana”. Secondo l’editorialista, Veltroni ha “svuotato l’estrema sinistra, ma non è riuscito a sottrarre consensi al centro, mancando la scommessa di conquistare i voti moderati. La rimonta, che c’è stata, finisce così per sottolineare la misera base di partenza del centrosinistra. Certamente, il segretario del Pd non è riuscito a far dimenticare del tutto il governo dell’Unione. Ma questo rinvia a Prodi. La sua autoesclusione dalla sfida non è bastata a cancellare i danni accumulati giorno dopo giorno per una lettura sbagliata del risultato del 2006, per le scelte economiche e per le liti nella sua coalizione”

Liberazione, per la sinistra batosta storica
'Nessuno francamente si aspettava una batosta così grande, storica. Un'Italia senza la sinistra in Parlamento sarà un Paese pessimo. Ma sarebbe un errore mettersi a piangere a abbandonarsi al lamento. Ora serve mente fredda e riprendere a fare politica. Rispondendo a due domande: quali le ragioni della sconfitta? Che fare ora?'. A dirlo è il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, in un editoriale intitolato 'Punto a capo' in cui commenta il voto: 'Non so rispondere alla prima domanda. Credo che nessuno avesse capito cosa stava succedendo'. Sansonetti, in realtà, poi prova a rispondere, elencando il bipartitismo imposto da Veltroni e la questione del voto utile, lo slittamento a destra dell'opinione pubblica italiana, il peso di temi come immigrazione e sicurezza, il ritardo del processo unitario, una discreta litigiosità interna, l'assenza di rinnovamento, il poco appeal delle liste elettorali, la difficoltà di avere un dialogo con il proprio popolo, le conseguenze della grande disillusione creata dal governo Prodi, la poca convinzione in battaglie civili quali quelle per le donne e gli omosessuali, l'opposizione al clericalimo. E così conclude: 'Ora occorre non aggrovigliarsi in una discussione da ceto politico, piena di sottintesi, ripicche, psicodrammi e cose del genere. Occorre aprire alla società, chiamando a raccolta tutti quelli che vogliono riscostruire la sinistra, che sono inorridi da questo Parlamento che è uscito dalle urne'.

Il Manifesto, sinistra nel baratro
“Ciò che salta più ai nostri occhi, in maniera netta, è la sconfitta della sinistra, fin dentro il baratro - perdendo tre milioni di voti - della scomparsa parlamentare. I prodromi c’erano tutti, ma non ne abbiamo viste le conseguenze”. A dirlo è il direttore del Manifesto Gabriele Polo, commentando il voto: “La Sinistra Arcobaleno ha pagato carissimo il costo di due anni di governo in cui ha portato a casa quasi nulla di ciò che si aspettavano il suo elettorato e la sua gente. Così ha perso consensi a sinistra, nell’astensionismo, e - seppure in misura minore - verso liste minori. Poi è stata penalizzata dalla logica del ‘voto utile’ (a contrastare Berlusconi), dissanguandosi per il Pd. Infine, proponendosi come investimento sul futuro - pensando che una promessa sia un progetto - ha svelato tutto il vuoto di analisi sociale e proposta cultural-politica che ne fotografa oggi le assenze. Si è offerta come un ‘vuoto da riempire’. Gli elettori, mica degli scemi, non le hanno creduto”. Continua Polo nell’analisi del voto: “Da oggi la sinistra è un soggetto extraparlamentare. Scompare ogni argine istituzionale alle strette che si preparano con l’approssimarsi della crisi economica - che già ha spinto a destra molta parte dei soggetti sociali più deboli - e di fronte al trionfo populista e autoritario delle destre. Resta un futuro tutto da costruire: se si partirà dalla lezione subita, ricominciando da zero a praticare il conflitto sociale e capire come dare veste politica a un’ipotesi d‘alternativa al quadro liberista, persino una simile sconfitta può diventare.

New York Times, bene azzeramento dei piccoli
'Il voto ha segnato essenzialmente una svolta decisiva in un Paese la cui politica e' stata resa instabile dagli interessi ristretti dei piccoli partiti', lo scrive oggi il corrispondente Ian Fischer sul New York Times. 'Un'Italia frustrata e con l'economia malata sceglie Berlusconi - scrive Fischer - ma non e' chiaro se gli italiani abbiano votato per Berlusconi per convinzione oppure come male minore dopo due anni di inazione del frammentato centrosinistra'.

Guardian, l'Italia non risolve i suoi problemi
Per il quotidiano inglese The Guardian: "Con la vittoria elettorale della coalizione guidata da Silvio Berlusconi, che incorpora anche il partito neo-fascista e quello separatista del Nord, l'Italia non risolve nessuno dei suoi problemi". "Il Bel Paese rimane ostaggio infatti di un sistema politico immobile e chiuso che alimenta profonde disuguaglianze, con una maggioranza di cittadini che vota la destra fino a quando questa non fallisce, per poi dare un tiepido sostegno ad alternative di sinistra troppo deboli per agire".

El País, Italia stanca e in crisi si affida a Berlusconi
"Silvio Berlusconi torna per governare con la maggioranza assoluta". E' questo il titolo di prima pagina di "El Pais", che punta il dito contro il conflitto di interessi, l'allenza con la Lega Nord e i risultati dei precedenti governi di centrodestra. "Non c'e' due senza tre", si legge nell'articolo del quotidiano spagnolo, "il magnate della comunicazione si incarichera' di dirigere un Paese stanco e in crisi". Secondo il quotidiano spagnolo l'eta' avanzata e le precedenti esperienze di governo lascerebbero sperare che "questa volta sia un Berlusconi differente, meno dedicato ad evitare di andare in prigione e a modificare la legge a vantaggio suo, dei suoi amici o delle sue possibilita' elettorali, occupazione preferita tra il 2001 e il 2006", pero'"ne' il conflitto di interessi", che "non puo' evaporare dalla sera alla mattina", ne' "la la campagna elettorale del Cavaliere permettono troppe illusioni". Dalle dichiarazioni di Berlusconi e del suo "inquietante" alleato Umberto Bossi, scrive El Pais, "traspare una preoccupante indifferenza per le leggi del Paese" e i seri problemi economici e istituzionali dell'Italia "Berlusconi non ha contribuito seriamente a risolverli in nessuno dei suoi mandati precedenti".

Elezioni. Non solo al nord, la Lega sfonda la linea del Po.

Sei onorevoli in Emilia. "E ora Guazzaloca ha meno chance". Il Pdl non va oltre la somma dei voti di FI più An. "Non lasceremo il tema immigrazione".
(Luciano Nigro - La Repubblica, edizione di Bologna) «Ora a Bologna e in Emilia le cose cambieranno grazie alla Lega Nord. Guazzaloca, per esempio, oggi ha meno possibilità di essere candidato. Se vuole farlo deve togliersi di dosso quel macigno di Casini, altrimenti ci resta schiacciato sotto». Giovanni Alessandri non sta nei panni. Esce da TelePadania, sotto un mezzo diluvio, ma è come se splendesse il sole. Il Carroccio lungo la via Emilia raddoppia i voti rispetto a due anni fa e sfiora i massimi storici: sfiora il 4% a Bologna, come nel ´96 dei primati, il doppio rispetto all´1,88% di due anni fa, e ingaggia uno spalla a spalla con l´Udc di Pierferdinando Casini; in Emilia-Romagna viaggia oltre il 7% (poco meno dell´8,1% di 12 anni fa), ma è saldamente la terza forza politica, come in Italia. L´onda leghista arriva al 14% nel piacentino, al 10% nel parmense, sfiora, all´otto a Reggio e Modena. E in Parlamento andranno in sei, quattro deputati e due senatori. «Un altro record», dice Alessandri. Da dove viene questa pioggia di voti? «Siamo stati tra la gente, con coerenza e abbiamo preso consensi a destra e a sinistra. Che cosa faremo ora? Ci siederemo al tavolo della coalizione e ragioneremo, da forza di governo che vuole cambiare». A Roma i leghisti portano assieme ad Alessandri il parmense Fabio Ranieri, il romagnolo Gianluca Pini e, se Umberto Bossi opterà per altre circoscrizioni, anche il piacentino Massimo Polledri. Al Senato, se Roberto Castelli si farà più in là oltre a Giovanni Torri entrerà la vicesindaco di Lampedusa Angela Maraventano.
Altrettanto raggianti gli alleati del Popolo delle Libertà. Dalle urne per il Senato esce una sostanziale conferma del 29,1% di due anni fa. Ma i posti alla Camera e al Senato saranno molti di più. Nove senatori e «15 o 16 deputati», azzarda Filippo Berselli, uscendo da palazzo d´Accursio. «Questa volta in Comune c´ero solo io - racconta il coordinatore di An - erano scomparsi tutti: Ds, sinistra Arcobaleno, Udc, dove sono andati a finire?»i. E se anche il Pdl al Senato non avanza in Emilia, Berselli vede «un problema politico di fondo: il Pd ha cannibalizzato la sinistra Arcobaleno, che cosa accadrà a Bologna e nei comuni e nelle province che votano l´anno prossimo?». Già e Guazzaloca ha ancora qualche chance, Berselli? «Casini ha detto che alle amministrative correrà con noi. Di Guazzaloca parliamo dopo aver festeggiato la vittoria, per ora voglio notare che l´Udc ha il 4%: si è voluta contare, ora credo i numeri peseranno».
Le reazioni più misurate in casa di Forza Italia. Il deputato Fabio Garagnani parla di «tranquilla tenuta del Popolo delle Libertà», un´espressione che fotografa la conferma dei risultati precedenti, e aggiunge: «Non lasceremo alla Lega il tema dell´immigrazione e all´Udc i valori del cattolicesimo».
Più che al numero dei voti, in Emilia-Romagna, dove il Partito democratico resta di gran lunga la forza maggioritaria, per il centrodestra contano gli eletti. Ed è proprio a questo risultato che in queste ore guardano i candidati. Il Pdl che porta a casa sette senatori (Giovanardi, Berselli, Bettamio, Bianconi, Balboni, Palmizio e Maria Ida Germontani) e i «15-16 deputati» deputati su scommette. Una profezia alla quale si attaccano in molti. Se si avvererà entreranno alla Camera anche Isabella Bertolini, Giuliano Cazzola e, forse, Francesco Mottola considerati fino a ieri ad altissimo rischio.

lunedì 14 aprile 2008

Il probabile crollo della Sinistra Arcobaleno premierà il Pdl al Senato.

 Lo scrutinio delle schede | Ansa
(Panorama - Mario Sechi) Gli exit poll sono un ottimo strumento per fare il gioco del “fumo e specchi”, cioè creano una gran confusione.

Cerchiamo di emergere dal polverone e fissare alcuni punti. Occhio al dato sull’affluenza e alle cifre del voto nelle cosiddette regioni rosse. Il dato parziale dell’affluenza (5.693 enti su 8.101) dice che ha votato l’81,783% degli aventi diritto contro l’85,095% delle elezioni politiche del 2006. Un distacco negativo che supera il 3% (-3,312%). L’affluenza nelle regioni rosse finora è negativa, se il dato catastrofico della Sinistra Arcobaleno fosse confermato, i seggi riservati al perdente andranno al secondo arrivato, cioè al Pdl che, per effetto della legge elettorale, potrebbe conseguire la governabilità al Senato.

Tendenze: i risultati più che positivi dei partiti “identitari”, vedi alla voce Lega e Destra, il probabile crollo della Sinistra Arcobaleno, con conseguente recupero dei senatori da parte del Pdl che potrebbe guadagnare 5 seggi al Senato grazie alla debacle della coalizione guidata da Fausto Bertinotti.

domenica 13 aprile 2008

L'Italia vota. Affluenza piccolo crollo. Alle 19 ha votato il 47,3%, - 4,28.

Ha votato il 47,37% degli aventi diritto contro il 51,65% delle ultime elezioni. Seggi aperti fino alle 22.

(Il Corriere della Sera) Alle 19 l'affluenza per le elezioni politiche è stata del 47,377%. Lo comunica il sito del ministero dell’Interno. Il dato è in calo rispetto alle politiche del 2006, quando alla stessa ora aveva votato il 51,657% degli aventi diritto. Alle 12, sempre secondo i dati forniti dal Viminale l'affluenza ai seggi a mezzogiorno è stata del 16,36% degli aventi diritto contro il 17,63% alla stessa ora nell'ultima tornata elettorale.

PROVINCIALI - Per quanto riguarda le provinciali l'affluenza alle 19 è stata del 38,291%, in crescita rispetto a quella registrata nella passata tornata elettorale, che era stata del 30,037%. Il ministero dell'Interno ha anche comunicato che sono iniziate regolarmente alle 8 di domenica mattina le operazioni di voto in tutte le 61.212 sezioni elettorali dislocate sul territorio nazionale. L`insediamento degli uffici elettorali di sezione è avvenuto sabato pomeriggio alle 16. La percentuale dei votanti sarà rilevata alle 12, alle 19 e alle 22 di domenica; e alle 15 di lunedì. Il tanto atteso election day è dunque arrivato. Si tratta di un turno elettorale particolarmente importante, che, contando anche gli italiani all'estero, chiama in causa circa 50 milioni di elettori. E' possibile votare fino alle 22 e anche nella giornata di lunedì dalle 7 alle 15. Oltre che per la composizione del Parlamento, in questa tornata si vota anche per il rinnovo di 423 consigli comunali (di cui 9 capoluoghi di provincia: Brescia, Sondrio, Treviso, Massa, Pisa, Roma, Viterbo e Pescara), oltre a Udine, in Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto speciale; 8 consigli provinciali e due Regioni: Friuli Venezia Giulia e Sicilia (in Valle d'Aosta il 25 maggio). Gli eventuali ballottaggi per le amministrative saranno il 27 e 28 aprile.

IL VOTO PER CAMERA E SENATO - Per la Camera dei deputati gli elettori sono 47.126.326, per il Senato 43.133.946, che eleggeranno 618 deputati e 309 senatori. Le sezioni elettorali sono 61.212. Gli elettori residenti all'estero sono per la Camera 2.812.422, per il Senato 2.531.584 in 1.200 sezioni ed eleggeranno 12 deputati e 6 senatori.

LE AMMINISTRATIVE - Si vota nelle province di Massa Carrara, Roma, Benevento, Foggia, Asti, Varese, Catanzaro, Vibo Valentia; si vota anche a Udine, in Friuli Venezia Giulia, e, il 15 e 16 giugno, in tutte le province siciliane ad esclusione di Ragusa e in 145 comuni siciliani. Le elezioni nelle 8 province delle regioni a statuto ordinario interesseranno 5.838.223 elettori. Le sezioni elettorali saranno 6.758. Le elezioni nei 423 comuni di regioni a statuto ordinario interesseranno 6.060.784 elettori. Le sezioni elettorali saranno 6.990. Considerando una sola volta gli enti interessati a più elezioni amministrative nelle regioni a statuto ordinario, il numero di elettori supera i 9 milioni.

COME SI VOTA - La scheda è rosa per la Camera, gialla per il Senato, verde per le provinciali, azzurra per le comunali. Sia per la Camera sia per il Senato l'elettore esprime il voto tracciando un solo segno sul contrassegno della lista prescelta, anche in caso di liste collegate in coalizione, pena la sua validità. Ma se il segno dovesse parzialmente invadere altri simboli il voto verrà comunque assegnato a quello su cui insiste la parte prevalente del segno stesso. È vietato scrivere sulla scheda il nominativo dei candidati. Nella regione Valle d'Aosta (per la Camera e per il Senato) e nella regione Trentino-Alto Adige (per il solo Senato) l'elettore esprime il voto con un segno sul contrassegno del candidato prescelto o nel rettangolo che lo contiene. Le schede bianche, nulle, quelle rifiutate e il numero degli astenuti non hanno alcuna influenza sul sistema di attribuzione dei seggi. Non saranno conteggiati tra i votanti gli elettori che, dopo la registrazione, si rifiutino di ritirare le schede.

Elezioni provinciali: non è ammesso il voto disgiunto, cioé il voto per un presidente della provincia di un gruppo o di un gruppo di liste e per un candidato al consiglio provinciale di un altro gruppo o gruppo di liste.

Elezioni comunali: nei comuni con più di 15mila abitanti è consentito il voto disgiunto. Si può anche esprimere un voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale, scrivendone il nominativo (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, la data e il luogo di nascita) alla destra del contrassegno della lista.

STOP AI CELLULARI - Nelle sezioni elettorali il presidente di seggio dovrà far affiggere un cartello che informa gli elettori del divieto di portare in cabina telefonini o apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini: lo prevede una circolare del ministero dell'Interno. «Il presidente dell' ufficio elettorale di sezione invita l'elettore, all'atto della presentazione del documento di identificazione e della tessera elettorale, a depositare le predette apparecchiature di cui sia al momento eventualmente in possesso, le quali, unitamente ai citati documenti, saranno restituite all'elettore dopo l'espressione del voto, previa annotazione in un apposito registro della presa in consegna e della successiva restituzione» Chi contravviene è punito con l'arresto da tre a sei mesi e con l'ammenda da 300 a 1.000 euro.

UN DENUNCIATO - A Mortegliano (Udine) un elettore che stava cercando di fotografare la propria scheda con un cellulare è stato scoperto e denunciato dai carabinieri, secondo le recenti norme emesse dal Governo. . L'uomo, un 28enne del luogo, del luogo, è stato scoperto dal presidente del seggio all'interno della cabina. I militari della stazione di Mortegliano lo hanno denunciato e gli hanno sequestrato il cellulare.

L'affluenza cala, le apprensioni aumentano.

(Polisblog) Il dato delle 12 conferma le attese, segnalando un’affluenza in calo dell’1% circa rispetto alle precedenti elezioni del 2006. Si parla del 16,36% contro il 17,63%, quindi non certo un tracollo, ma il dato di flessione è confermato se non addirittura maggiormente sottolineato dal calo dei votanti per le amministrative, laddove siano in corso, ovvero nei capoluoghi di provincia di Brescia, Sondrio, Treviso, Massa, Pisa, Roma, Viterbo, Udine e Pescara. Ricordiamo inoltre che si rinnoveranno anche i consigli regionali di Friuli Venezia Giulia e Sicilia.

E’ presto per affermare che già trovino conferma i timori della vigilia, vale a dire una grossa flessione di votanti causata dalla disaffezione alla politica e dalla sfiducia per il cosiddetto sistema Veltrusconi (tutti uguali quindi che voto a fare?) Certo che il trend appare subito negativo, se mi consentite una delle mie citazioni morettiane preferite.

Frattanto tutti i TG del primo pomeriggio si distinguevano per l’ansia di riempire il palinsesto abbandonato dalla politica. Su TG5 e TG2 abbiamo assistito ai servizi più comici, come la tale che ha scritto un necrologio sul Mattino parlando (di monnezza) coi morti, per non parlare della gita di Sofia Loren a Singapore o i 90 anni di Santi Licheri. Poco rilievo è stato invece dato a quella che mi pare la maggiore fonte di apprensioni, vale a dire il contrassegno “appiccicato” dei due principali schieramenti.

Avevamo già parlato la settimana scorsa del rischio di annullamento del voto causato dalla grafica della scheda elettorale, ma forse non ci siamo soffermati sufficientemente sul fatto che solo PD e PDL hanno apparentato una lista, rischiando così un disastro di preferenze annullate. Mentre infatti le altre liste rischiano solo che la crocetta debordi su un altro quadrato (ma il voto è palese, quindi un presidente di seggio sano di mente dovrebbe ritenerlo valido) i due colossi si ritrovano Di Pietro e Lega attaccati, col rischio che un “crocione” che prenda entrambi i quadratini equivalga a un annullamento della scheda stessa.

Per quanto possa sembrare incredibile che non ci abbiano pensato prima, chi li voglia votare farà bene a farlo, stando attentissimo ai movimenti della propria matita. Temo comunque forti contestazioni la settimana prossima, specialmente in caso di arrivo in volata.
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sabato 12 aprile 2008

Elezioni 2008 in tv, ecco le maratone di Rai, Mediaset, La7 e SKY.

(Digital sat) Il primo exit poll alle 15 sulle reti Rai, a cura della società Consortium, e subito a seguire su Sky. Le prime proiezioni dalle 17, curate per Mediaset da Ipsos. E poi speciali, maratone notturne, l'ironia di Piero Chiambretti e Maurizio Crozza su La7, il 'touch screen' interattivo su Sky Tg24. Le tv si mobilitano per seguire l'election day del 13 e 14 aprile.

RAI - Lunedì 14, intorno alle 15, speciali per tutti i tg con il primo exit poll di Consortium: lo speciale del Tg1, dal titolo Italia al voto, partirà alle 14:50; quello del Tg2 alle 14:40, quello del Tg3 alle 14:55. Entro le 16 è atteso il secondo exit poll, intorno alle 16:30-17 dovrebbero arrivare le prime proiezioni. A staffetta, i tg garantiranno per tutto il pomeriggio gli aggiornamenti anche attraverso i collegamenti con il Viminale. Il testimone passerà poi allo speciale Porta a Porta-Tg1, in prime time su Raiuno, che andrà avanti fino a notte fonda. Ancora speciali sul voto anche per il Tg2 alle 23:30 e per Tg3 Primo Piano.

Per tutta la notte, speciale Rainews 24 in chiaro su Raitre, in onda fino alle Morning News delle 8 di martedì 15. L'analisi del voto riprenderà su Raiuno con Unomattina, dalle 6:30 circa, e proseguirà con diversi spazi del tg tutti dedicati alle elezioni, compresa la Tgr per i risultati delle amministrative.
Spazio ancora a uno speciale Tg1 elezioni alle 17; speciale Tg2 Punto di vista alle 13:30; speciale Tg3 dopo l'edizione delle 12. In prima serata tornerà su Raitre Ballarò, dopo la settimana di stop, con un'ampia analisi dell'esito delle urne. Ancora approfondimenti sulle elezioni a Porta a Porta, in seconda serata su Raiuno.

MEDIASET - Dalle 16:30 di lunedì 14 e fino a notte inoltrata Canale 5, Italia 1 e Retequattro - attraverso Tg5, Tg4, Studio Aperto e Matrix - si avvicenderanno in staffetta: impegno che Mediaset affronterà in collaborazione esclusiva con la Ipsos di Nando Pagnoncelli. Spazio ad aggiornamenti costanti delle proiezioni (per il Senato dalle 17, per la Camera dalle 18:30, con aggiornamenti ogni 20-30 minuti) fino ai risultati definitivi del Viminale; inviati delle varie testate nelle sedi dei principali partiti, dalla Regione Sicilia e dal Comune di Roma, per commenti a caldo e dichiarazioni.

In day time il Tg4, condotto da Emilio Fede, proporrà un'edizione speciale dalle 16:30 alle 18:15 e una dalle 18.30 alle 20; Studio Aperto una Breaking News alle 17, uno speciale alle 18 (fino alle 18:30), un'edizione alle 18:30 e uno speciale dalle 20:30 (fino alle 21:10). Per il Tg5, edizione speciale alle 17 (fino alle 18), una Breaking News alle 18:50 e un'edizione alle 20 (fino alle 20.40). In prime time, edizione speciale dalle 21 in poi del Tg4, condotto da Fede; speciale Matrix, in collaborazione con il Tg5, dalle 21:20, dedicato tra l'altro all'analisi dei flussi elettorali elaborati da Ipsos. Anche Tgcom seguirà l'evento in tempo reale dalle 16:30, così come Mediavideo.

LA7 - Parte lunedì 14 alle 15 Election Day 2008 - Tutto in una notte, maratona di 18 ore condotta in studio dal direttore del Tg Antonello Piroso, che rivoluzionerà il palinsesto della rete, mantenendo inalterati gli appuntamenti con il Tg delle 20 e con Otto e Mezzo che, per un'ora, vedrà in studio con Ritanna Armeni e Lanfranco Pace anche Giuliano Ferrara, Lucia Annunziata e Gad Lerner. Nel corso della maratona Piroso coordinerà i collegamenti esterni e gli aggiornamenti in tempo reale dal ministero dell'Interno, proponendo personaggi politici, sportivi e esibizioni di artisti dal vivo. Tra gli interventi, quelli di Giampaolo Pansa, Stefano Folli, Miriam Mafai e Savino Pezzotta. Spazio anche al commento ironico con le irruzioni in diretta di Piero Chiambretti (nel pomeriggio) e di Maurizio Crozza (in serata). In collegamento dagli Stati Uniti un gruppo di ascolto seguirà la maratona e i risultati del voto, confrontando la campagna elettorale italiane e americane. Il programma andrà avanti fino alle 9 del mattino per concludersi con con Omnibus, che commenterà con gli ospiti i risultati definitivi.

SKY TG24 - Saranno Maria Latella, Luigi Casillo, Franco Ferraro e Federica De Sanctis a condurre la maratona elettorale di 22 ore in onda dalle 14:55 del 14 aprile fino alle 12 del 15 aprile. Una full immersion all'insegna della tecnologia: grazie al 'touch screen' i telespettatori del canale diretto da Emilio Carelli potranno consultare liberamente exit poll, dati parziali del Viminale e proiezioni. Collegamento diretto con il ministero dell'Interno e analisi a caldo con gli ospiti.

domenica 17 febbraio 2008

Ritorno al «Porcellum», una legge fatta in tre.

Camera, senato e italiani all'estero. A ciascuno il suo modello. Tra liste bloccate e candidature plurime, i cittadini non possono scelgliere chi li rappresenta ma solo il simbolo. E così il parlamento è nominato direttamente dai partiti

(Matteo Bartocci - Il Manifesto) Alla fine si voterà con il tanto vituperato «Porcellum», ovvero la legge elettorale varata a maggioranza dal centrodestra alla fine del 2005. Una legge molto discutibile, soprattutto se consideriamo che l'Italia è l'unica democrazia occidentale in cui il primo partito (Fi) ha avuto solo il 23,7% dei voti (camera 2006) e l'unica in cui i due partiti principali (Fi e Ulivo) sfiorano insieme appena il 40% (senato 2006). Quando si parla di partiti «nanetti» è bene fare le proporzioni su questi «pseudo-giganti». Per i cittadini, il «porcellum» è la peggiore legge elettorale possibile. Per i partiti, invece, è una manna dal cielo.

Proviamo a fornire una bussola per orientarsi nel caos politico su alleanze, liste, candidati premier e premi di maggioranza.
Tecnicamente il «porcellum» è una legge proporzionale con il premio di maggioranza, garantisce cioè una governabilità certa almeno alla camera. E' bene ricordare che l'Italia è l'unico paese al mondo a usare il sistema del premio a livello nazionale.
Questa legge elettorale è una somma di tre sistemi di elezione molto diversi tra loro: uno per la camera dei deputati, un altro per il senato della Repubblica e un altro ancora per gli italiani all'estero. Ogni partito, entro il 9 marzo, dovrà depositare il proprio simbolo e programma elettorale dichiarando al ministero dell'Interno il proprio «capo della coalizione» (nomen omen) e l'eventuale alleanza (collegamento) ad altri partiti. Sulla scheda elettorale i simboli di partito coalizzati tra loro sono messi su un'unica riga. L'elettore fa una sola croce sul simbolo prescelto. I voti alla coalizione sono la pura somma dei partiti che ne fanno parte.

La camera dei deputati. Il sistema garantisce alla prima coalizione di partiti a livello nazionale (con l'esclusione della Val d'Aosta e degli italiani all'estero) almeno 340 deputati, cioè il 54% dei seggi (premio di maggioranza del 4%). Tutti gli altri si dividono proporzionalmente i 277 deputati restanti. Va da sè che se il vincente supera il 54% dei voti mantiene i seggi in più. Dei 13 seggi rimanenti uno va alla Val d'Aosta e 12 agli italiani all'estero, che votano con regole proprie. Paradossalmente è una legge più maggioritaria del «Mattarellum»: chi vince anche per un solo voto prende il 54% dei seggi. Nel 2006 l'Unione ha vinto per 24mila voti.

Le soglie di sbarramento. A Montecitorio sono tre gli ostacoli da superare. 1) le coalizioni (es: la Cdl) devono superare il 10% dei voti; 2) le liste singole (es. Pd o Sinistra) devono superare il 4% dei voti; 3) i partiti collegati in coalizione (es: la Lega) devono superare il 2% dei voti. In quest'ultimo caso la legge prevede perfino il ripescaggio del miglior partito sotto il 2% (es: l'Udeur). I seggi in premio vengono distribuiti proporzionalmente nella coalizione vincente.

Il senato della Repubblica. Il sistema è simile a quello della camera ma con un'eccezione decisiva. In ossequio alla Costituzione, il premio di maggioranza (a palazzo Madama del 5% e non del 4%) non è attribuito a livello nazionale ma a chi arriva primo nelle singole regioni. Meglio, in 17 di esse, perché c'è un sistema a parte in Molise, Trentino-Alto Adige e Val d'Aosta. Si tratta in sostanza di una sorta di «lotteria elettorale» basata su 17 premi regionali diversi.

Le soglie di sbarramento. Al senato sono molto più alte: il 20% per le coalizioni; l'8% per i singoli partiti; il 3% per i partiti coalizzati. Ecco spiegato perché almeno al senato la Sinistra arcobaleno non potrà mai presentarsi con i quattro simboli di partito: come coalizione dovrebbe raccogliere il voto di un italiano su cinque.

Gli italiani all'estero. Nel 2006 erano 2.700mila. Devono decidere se votare per corrispondenza o nell'ultimo comune italiano di residenza per eleggere 6 senatori e 12 deputati in quattro zone (Europa, Nord America, Sud America, resto del mondo). I seggi sono distribuiti con un proporzionale puro (quoziente naturale e più alti resti). A differenza che in Italia sono ammesse le preferenze.

Ci sono poi alcune previsioni generali non proprio brillanti.
Le «liste bloccate». I cittadini non scelgono chi li rappresenta ma votano solo il partito che preferiscono. Gli eletti perciò sono predeterminati dall'alto secondo l'ordine di presentazione nelle liste. Il risultato è che i candidati non fanno campagna elettorale nel territorio durante il voto ma prima del voto solo dentro i rispettivi partiti. Le loro capacità di mobilitazione sono irrilevanti: chi finisce in fondo alla lista è come se non esistesse, e chi è in cima anche se non è apprezzato sarà comunque eletto.
La nomina degli scrutatori. Una novità molto sottovalutata del «porcellum» è l'abolizione del sorteggio degli scrutatori. Dal 2006 essi sono nominati direttamente dai sindaci. E a proposito dei vecchi sospetti su brogli elettorali non è una scelta incoraggiante.

Le «candidature plurime». Ad aggravare il quadro, la legge consente a chiunque di candidarsi dappertutto (o alla camera o al senato). Come si ricorderà, Berlusconi o Bertinotti, per fare due esempi, nel 2006 si sono candidati in tutte le circoscrizioni della camera. Va da sé che sono stati eletti dappertutto e, come plurieletti, hanno potuto decidere dopo il voto chi fossero gli eletti al loro posto. Alla camera il 40% dei deputati deve la sua poltrona solo all'opzione finale dei vari leader: 38 deputati ne hanno incoronati quasi 250. Numeri che non cambiano a palazzo Madama: 22 plurieletti hanno scelto più di 50 senatori. Non c'è differenza tra ex Unione ed ex Cdl: entrambi i poli hanno usato questo sistema per oltre 150 parlamentari ciascuno. Con questi numeri, non è esagerato dire come fa Roberto D'Alimonte in un suo saggio recente sulle elezioni 2006 («Proporzionale ma non solo», Il mulino 2007): «Siamo diventati l'unico paese occidentale con un parlamento direttamente nominato dai partiti, prima delle elezioni grazie al meccanismo delle liste bloccate e dopo le elezioni dalle scelte dei leader grazie alle candidature plurime».