(Illuminismo) In questi ultimi mesi, la mia anima antifascista lotta contro la razionalità che mi suggerisce a più riprese di votare per Alemanno sindaco di Roma.
Innanzi tutto, diciamo che io non credo nell'astensione, un mezzo non sufficientemente limpido per contare i risultati elettorali. La scelta di Elfo di annullare la scheda mi sembra poco incisiva, perché le schede non vengono classificate in base al modo in cui si annullano. Avrei preferito la restituzione delle tessere elettorali, ma una simile mossa avrebbe funzionato solo a patto di raccogliere un numero significativo di adesioni, diciamo almeno 25.000 (un numero non casuale). Possibile che un movimento di cui fa parte un'associazione come Arcigay, che da sola nominalmente conta centinaia di migliaia di soci, non abbia la forza di condizionare 25.000 voti? Ce l'ha, ma ancora non lo sa. Il movimento LGBT sconta il fatto di essere ignorato da tutti e non si è ancora reso conto delle proprie forze: d'altra parte, in Italia il movimento gay non ha ancora trent'anni, e come tutti gli italiani è ancora un po' giuggiolone.
Dunque, bisognerebbe mostrare che cosa sappiamo fare. Il centrosinistra ha deciso di usare Roma come una pattumiera per vecchi leader senza seguito.
Ha dunque deciso di candidare un vecchio politico rotto ad ogni compromesso, privo di credibilità e inviso al suo stesso partito, sicura degli oltre venti punti di distacco sulla destra, e dopo essersi parata le spalle con trattative segrete sopra la testa degli elettori con la casta della Sinistra Arcobaleno e, pare, del PS. Per finire, Rutelli ha proposto ai movimenti LGBT un contentino: una casa delle culture LGBT, una piccola regalìa elettorale in un ricco bilancio com'è quello della Capitale, praticamente un tozzo di pane. E le associazioni LGBT, come tanti cagnolini affamati, si sono lanciate su questo piccolo tozzo dimentiche di dignità e storia.
Per questo, dunque, penso che sarebbe meglio non solo che vincesse Alemanno, ma che una qualche associazione LGBT decidesse di fare un "patto di desistenza" con il candidato, assicurandogli un pacchetto di voti per fermare una sinistra sempre più arrogante e antidemocratica.
Una maniera per punire l'arroganza dei politici di sinistra, come è già successo a Bologna quando ormai i burocrati del PCI pensavano di poter candidare chiunque e, specularmente, a Verona per i burocrati di destra: le elezioni di Guazzaloca e di Zanotto furono due schiaffi agli apparati, un modo per rimettere in riga i partiti.
Forse anche a Roma sarebbe utile che succedesse una cosa del genere, anche se per me significherà sopportare di veder sventolare la bandiera nera sul Campidoglio.
sabato 1 marzo 2008
La tentazione di votare Alemanno, da sinistra.
Il voto dei gay. E alla fine l'Arcigay tira fuori dai cassetti la solita filosofia ammuffita.
Per liberare il nostro amore, la nostra fantasia, la nostra dignità.
(Aurelio Mancuso) Due anni fa l’Unione promise di affrontare, pur con una formulazione involuta e bislacca, la questione del rinoscimento delle coppie di fatto. La nostra critica fu forte e chiara, e non abbiamo cambiato opinione.
Due anni di governo Prodi ci hanno consegnato un bilancio magro, diremmo inesistente, se non fosse per l’azione dei nostri due parlamentari uscenti Franco Grillini e Gianpaolo Silvestri, che hanno fatto un ottimo lavoro e che voglio ringraziare pubblicamente a nome di tutta l’Associazione.
E proprio per questo che il nostro giudizio su quello che è avvenuto nelle aule parlamentari sul riconoscimento delle coppie di fatto e sulle norme anti discriminatorie non può che essere decisamente negativo.
Ancora una volta è andato in scena uno spettacolo umiliante ed offensivo rispetto alla nostra dignità, ai nostri vissuti, alle nostre lunghe e faticose battaglie.
Non sono bastate manifestazioni come il RomaPride2007, sit in, iniziative in tutta Italia, pressioni, partecipazione a tavoli giuridici e tecnici. La politica...
Continua su Notizie gay.
Veltroni dichiara a El Pais: "Siamo riformisti non di sinistra".
"I cittadini sono cittadini innanzitutto, non di centrodestra".
(Apcom) - Il Partito democratico è riformista, "non di sinistra", e ha chiuso l'alleanza con la sinistra radicale perché "c'erano differenze abissali": ma in caso di pareggio alle urne con Silvio Berlusconi, non ci saranno accordi di governo, ma solo un'apertura per le "riforme istituzionali". E' quanto afferma oggi Walter Veltroni in un'intervista al quotidiano spagnolo di centrosinistra 'El Pais', che lo ha seguito a Perugia per un reportage.
"Siamo riformisti, non di sinistra", dice Veltroni, e aggiunge: "I cittadini sono innanzitutto cittadini: non si svegliano dicendo sono di centrodestra". Il leader del Pd aggiunge che "abbiamo chiuso l'alleanza" con la sinistra arcobaleno "perché le differenze erano abissali in molti campi. Abbiamo avuto il coraggio di dirlo, e ora le cose sono sempre più chiare".
"Se pareggiate o vincete di poco, farete un patto con Berlusconi?", chiede l'intervistatore: "No - risponde Veltroni - riforme istituzionali sì; accordi di governo no". E ricorda la proposta del sistema a doppio turno e per una maggior potere del premier", per "attuare più veloci, ci serve velocità, siamo stati fermi per troppo tempo, sottomessi al potere immenso di partiti che avevano lo 0,6%, come se avessero il 40%".
Il leader del Pd attacca Berlusconi, senza nominarlo: "Il nostro avversario ha governato sette anni e non ha né modernizzato né trasformato il paese. Gli italiani lo sanno. Tutto quello che dice già lo abbiamo sentito". E si dice convinto che " gli italiani sono stufi del passato". Quanto agli omosessuali, Veltroni dice: "Abbiamo proposto una legge che tuteli le sue garanzie e diritti", e "dobbiamo trovare un punto di sintesi, come si fece con la legge sull'aborto che è buona per tutti. Ma non voglio introdurre in campagna temi che dividano gli italiani, faremo una cosa con più sfumature". E sull'incompatibilità, dice di voler fare "una normativa", ma che "non sarà una legge anti-nessuno".
Nell'intervista Veltroni auspica anche la vittoria di José Luis Zapatero nelle elezioni spagnole del prossimo 9 marzo ("ho parlato con José Luis, siamo vecchi amici...l'ho trovato fiducioso e determinato, ha fatto molto bene, l'ho detto in tutt'Italia". E si dice ammirato di come il premier spagnolo abbia difeso il suo predecessore conservatore José Maria Aznar dagli attacchi di Hugo Chavez nel vertice iberoamericano lo scorso novembre.
Bologna. Arcigay fuori dalle liste del Pd. E oggi la riunione del Comitato Centrale dell'organizzazione.
Due ore e mezza non bastano a chiudere il caso Arcigay.
(Il Corriere della Sera, edizione di Bologna) Ore piccole (e intense) per il Partito democratico, impegnato nella chiusura delle liste dei candidati alle elezioni politiche di aprile. Un intero pomeriggio di incontri bilaterali tra i rappresentati delle province e il segretario regionale Salvatore Caronna, accompagnato dal coordinatore esecutivo Tiziano Tagliani e dal coordinatore della fase costituente Marco Lombardelli, non è servito a chiudere facilmente i giochi. E ieri sera, dopo due ore e mezza di riunione, l'esecutivo regionale non era ancora arrivato a chiudere la lista da trasmettere a Roma.
I coordinatori provinciali dell'Emilia-Romagna hanno sfilato per tutta la giornata di ieri davanti al segretario regionale Salvatore Caronna, portando i loro desiderata e fornendo un quadro sulla situazione dei territori. Sessantaquattro (43 in corsa per la Camera, 21 per il Senato) i nomi che verranno fuori dall'Emilia-Romagna. Su alcuni, ormai, tutti sembrano disposti a mettere la mano sul fuoco. Si tratta innanzitutto di otto nomi in quota nazionale: Pierluigi Bersani (capolista alla Camera), Sandra Zampa, Sergio Zavoli, Gian Carlo Sangalli. Poi un Ecodem, una radicale e altri due nomi ancora da sciogliere.
Su Bologna il Pd può contare su sei o sette posti «sicuri» (qualcuno in più in caso di vittoria). Data per scontata la riconferma dei parlamentari uscenti (Antonio La Forgia, Walter Vitali e Donata Lenzi) e considerati ancora in pole i nomi dell'ex coordinatore Dl Gianluca Benamati e di Livia Zaccagnini, tra i nodi più duri da sciogliere durante la riunione di ieri notte c'era quello del presidente onorario Arcigay e consigliere comunale Pd, Sergio Lo Giudice.
L'esclusione di nomi provenienti dalla storica associazione omosessuale è diventata un punto dolente nel rapporto tra la comunità gay e il Pd. E la garanzia di un posto «sicuro» per Lo Giudice, uscito vincente dalle consultazione dei giorni scorsi ma finora collocato in lista in una zona «a rischio», sarebbe un buon viatico per evitare di logorare i rapporti con l'Arcigay e il Cassero, da sempre vicino alla Quercia.
Alle undici di ieri sera il caso Arcigay, nonostante il monito lanciato dal Cassero («la direzione del Pd è sbagliata»), non si era ancora sciolto. E rimanevano in coda, nella cosiddetta «zona grigia» (eletti solo in caso di vittoria del centrosinistra), anche l'ex capogruppo Dl Giovanni Mazzanti e Teresa Marzocchi.
Nonostante le difficoltà, comunque, i vertici del Pd regionale sono certi di riuscire a rispettare i tempi imposti da Roma. Chiudendo la lista da inviare entro oggi, ma riservandosi qualche piccolo margine di manovra nel week-end.
venerdì 29 febbraio 2008
Pdl. Berlusconi mette la Brambilla alla porta? Ai circoli solo 3 seggi.
(La Stampa) A Ferragosto dell’anno scorso pareva destinata a salvare il centrodestra, l’unta del Signore (Berlusconi) che doveva sostituirlo (in prospettiva) alla guida del suo nuovo partito e (forse) persino a Palazzo Chigi. Faceva persino tremare i maggiorenti di Forza Italia.
Ieri mattina la rossa di Calolziocorte, quando ha letto quella cifra sui giornali, ha capito tutto. Tre su 340. Michela Vittoria Brambilla non serve più alla causa, vale pochi seggi, da considerare nel computo dei 182 che Fi conta di avere alla Camera. Naturalmente nel caso che il Pdl vinca le elezioni con 340 deputati.
La vendetta si è consumata in sei mesi. «Chi crede di essere, Mvb?». E così a Lecco sono arrivate le prime telefonate dei suoi: «Ma come? E il posto in Parlamento che mi avevi promesso?». Niente, cancellato. Eppure lei aveva una lista pronta con 36 nomi. Lei reagisce con la solita grinta e cerca di tranquillizzare tutti: «Stanno dando i numeri del lotto? Dobbiamo ancora cominciare la trattativa, noi. La manfrina con Fini e quelli di An è andata avanti fino a notte fonda l’altra sera, c’erano di mezzo anche i finanziamenti elettorali...».
In realtà, ieri Mvb si è data per malata. A Roma non si è fatta vedere, al comitato Pdl che al Plebiscito tratta per le candidature, dove c’è un grande esperto di questi tavoli, il presidente del Copaco ed ex ministro Claudio Scajola. Il quale dice: «Beh, i Circoli della libertà non sono un altro partito, stanno all’interno della quota di Forza Italia. Se ci sono dei candidati validi, li prenderemo in considerazione. Ma soltanto se sono di serie A. Se sono di serie C, preferiremo i nostri». Chiaro? Eppure lei non molla. «Va avanti da un anno, là dentro: Berlusconi sa benissimo che senza di noi il Pdl non può vincere “bene”, come spera di fare lui. Noi siamo determinanti: con quali soldati faranno la campagna elettorale del Pdl? Con i nostri, che sono sempre in piazza. No, non mi fermeranno le beghe con i soliti noti di Forza Italia».
Il tramonto annunciato di Michela la Rossa, che ha fatto scrivere fiumi di commenti e ritratti ammirati da tutti i giornali annunciati, è servito. Eppure lei reagisce. Mvb: «Mica siamo come Rotondi, che non conta niente... Nei Circoli ci sono gli elettori dell’Udc, che con i nostri candidati voteranno Pdl e non Casini. Questo il Presidente (con la P maiuscola, ovviamente) lo sa! Io mi fido, sappiamo che alla fine deciderà Lui: e ha bisogno di noi per fare le “liste pulite” di cui parlano i giornali, per rinnovare l’immagine. Ci sono fior di imprenditori pronti a scendere in politica con noi».
Michela Vittoria Brambilla è furiosa, ridotta sulla difensiva. Non può accettare che i Circoli fossero un’idea usa-e-getta, della quale il Cavaliere si è già stancato. Il suo staff parla di 6500 sedi aperte dopo i pullman in giro per l’Italia a fare già la campagna elettorale. Ma chi li ha visti davvero? Domani a Milano tornerà in piazza, nei gazebo dove si svolgono le primarie sul programma Pdl. Ammette: «Siamo un po’ indietro, dobbiamo darci una mossa». In effetti il progetto dei Circoli poteva portarli ad avere un ruolo più importante in tempi lunghi e magari con un’altra legge elettorale. Adesso sembrano quasi inutili nella battaglia con Veltroni.
Alessandra Ghisleri, di Euromedia Research, ha la sua spiegazione: «Una nuova forza politica non ancora stabilizzata sul territorio, come sono oggi i Circoli della Brambilla o la Destra della Santanchè, non è affatto favorita da questo sistema elettorale: fatica ad affacciarsi sulla scena politica. Risulta persino difficile capire quanto pesano elettoralmente. Altra cosa è per un nome come Michela Vittoria Brambilla, che invece appare ben consolidato».
Tradotto: non conta nulla. Bocciata. E il senatore azzurro Paolo Guzzanti, che nell’agosto 2006 stava scrivendo il programma del nuovo Partito del Popolo, con il vicepresidente dell’Ue Franco Frattini a fare il tifo da Bruxelles insieme con i nemici della diarchia Bondi-Cicchitto, ora è molto freddo: «Se Prodi avesse resistito fino a fine legislatura, con Berlusconi ormai all’età di 75 anni, avrebbe avuto un senso poter presentare un volto nuovo per Palazzo Chigi, come Mvb. Forse il Cavaliere aveva in mente questo, in agosto. Ma la rivoluzione del predellino ha cancellato tutto». Si vedrà al tavolo di Palazzo Grazioli. E qualcuno azzarda la cifra: 10 seggi. Più di Rotondi. Questa pare la linea del Piave di Michela Vittoria.
Veltroni e la sinistra all'inseguimento del voto gay.
Silvio Berlusconi lo aveva detto esattamente un anno fa: «I gay sono tutti dall'altra parte». Non sbagliava. Certo magari non tutti, ma una buona parte sicuro. O almeno è quello che vorrebbero far credere i partiti dell'ormai ex Unione che hanno avviato una vera e propria gara alla conquista del voto omosessuale.
(Nicola Imberti - Il Tempo) Ad aprire la competizione è stato, come era prevedibile, il segretario del Pd Walter Veltroni che, dopo aver conquistato i cuori dei cattolici, al grido di «si può fare», si è lanciato in un'altra grande impresa. Per la verità il candidato premier si è offeso un po' per un articolo del Corriere della Sera che gli rinfacciava l'assenza di candidature «gay-friendly». Così, mentre era intento a spiegare che il Pd è il vero «partito del lavoro», ha tirato fuori dal cilindro Paola Concia, leader storica di Gayleft (la consulta lesbica, gay, bisex e transgender dei Ds) e ora portavoce del Tavolo Lgbt del Pd.
«Una delle personalità più impegnate a favore dei diritti degli omosessuali - spiega - sarà nelle nostre liste. Non ci sarebbe stato neanche bisogno di dirlo se purtroppo non ci fosse mala informazione». Ma per un Veltroni che chiude, c'è un Giordano che rilancia.
Il segretario di Rifondazione Comunista, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, risponde indirettamente al segretario del Pd: «Per noi non è un problema ospitare personalità che si sono battute sul tema dei diritti civili. Ricandideremo Vladimir Luxuria e Titti De Simone».
E siccome non c'è due senza tre, ecco spuntare Franco Grillini. Il presidente onorario dell'Arcigay, oggi deputato del Partito Socialista di Enrico Boselli boccia gli ex alleati: «Finora il Partito Socialista è l'unica formazione politica che si rivolge esplicitamente alla comunità lesbica, gay, bisex e trans con una campagna incentrata sui diritti civili delle coppie di fatto».
In tutta questa confusione la domanda sorge spontanea: ma il mondo omosessuale che dice? L'Arcigay ci tiene a sottolineare che, ad oggi, «nessun leader dell'associazione è stato candidato in qualsivoglia lista elettorale». Anzi, domani e domenica, si riuniranno a Bologna gli stati generali per decidere la linea in vista del voto del 13 e del 14 aprile. E sembra abbastanza concreta la possibilità che, alla fine, il presidente nazionale Aurelio Mancuso accetti la proposta di una candidatura nella Sinistra l'Arcobaleno.
Nel frattempo le donne di Arcilesbica si dichiarano «allibite dal gioco delle candidature», mentre gli attivisti del Cassero, probabilmente il circolo omosessuale più importante e influente d'Italia, criticano Veltroni («crediamo abbia un po' sbagliato mira») e sottolineano che «nei vari partiti ci sono delle ambiguità». Insomma, sarà anche vero come dice il Cavaliere che i gay stanno tutti dall'altra parte, ma sarebbe bello capire quale parte.
Sinistra, ogni occasione è buona per polemizzare. Braccio di ferro anche sul voto gay.
(Il Giornale) Non basta la candidatura di Paola Concia per mettere a tacere la delusione del mondo omosessuale nei confronti del Partito democratico e di Walter Veltroni. E su questo sentimento di disinganno conta di far leva la Sinistra Arcobaleno per indirizzare a proprio favore gli elettori omosessuali delusi da Uoltèr.
«La Sinistra Arcobaleno porterà in Parlamento una significativa presenza della comunità gay , lesbica, bisessuale e transessuale - promette il leader Fausto Bertinotti -. Nelle nostre liste avremo significative presenze di questi differenti orientamenti sessuali ed affettivi».
Invece per ora nelle liste del Pd è apparso soltanto il nome di Paola Concia, annunciato da un Veltroni, risentito per l’accusa di aver posto un veto a candidature gay. «Cattiva informazione quella di chi dice che il Pd non avrebbe portato i gay in Parlamento, come se potesse scattare un atteggiamento discriminatorio - attacca amareggiato Veltroni -.E invece una delle personalità più impegnate a favore dei diritti degli omosessuali, Paola Concia, sarà nelle nostre liste». La Concia ringrazia Veltroni «per la sensibilità dimostrata e per il gesto», augurandosi che «ce ne siano altri per portare altri rappresentanti omosessuali in Parlamento e negli enti locali » e promettendo di «impegnarsi in una lotta pro e non contro qualcuno».
Ma evidentemente la presenza della Concia agli occhi del movimento omosessuale non è sufficiente a bilanciare tutto il resto. La presenza della senatrice teodemPaola Binetti, ad esempio, che votò contro il governo pur di non far passare una norma anti omofobia. Ma soprattutto l’assenza nel programma di qualsiasi riferimento ad iniziative per sostenere la lotta all’omofobia o al riconoscimento della famiglia omosessuale.
«Paola Concia è un’ottima persona ma è espressione del partito e non rappresenta il mondo omosessuale», dice Emiliano Zaino, presidente del Cassero, storico circolo Arcigay di Bologna. Anche più dura la presidente nazionale di Arcilesbica, Francesca Polo, che si dice «allibita dal gioco delle candidature che si sta svolgendo sulla pelle dei gay». La Polo poi avverte gli omosessuali che hanno deciso di candidarsi e la Concia in particolare. «Il loro potere contrattuale rischia di essere limitato - segnala la Polo -. Temo che la candidatura della Concia venga utilizzata comeuno specchietto per le allodole. È una critica al sistema, non alla persona.Èchiaro che il Pd è in difficoltà su questi temi perché non ha la forza di fare scelte precise manon si può pensare di sanare tutto candidando una lesbica». E il segretario nazionale di Arcigay, Riccardo Gottardi, fa notare che «allo stato attuale non vi è nelle liste di nessun partito una reale rappresentanza del movimento gay-lesbico-italiano». Quelli dichiarati da esponenti del Pd, aggiunge Gottardi, «sono nomi di facciata, rappresentativi soltanto di se stessi». Domani e domenica l’Arcigay riunirà gli stati generali e deciderà la linea politica del movimento rispetto alle prossime elezioni. Un sondaggio di Gay.it reso pubblico un paio di giorni fa attribuiva il 50 per cento dei voti del mondo gay al Pd, il 25 al Pdl, il 15 alla Sinistra Arcobaleno e un 5 per cento ai socialisti di Enrico Boselli e Franco Grillini, presidente onorario Arcigay.
Certamente nuove candidature forti potrebbero spostare voti. Per la Sinistra Arcobaleno quella del presidente nazionale Arcigay, Aurelio Mancuso. «Siamo gli unici a non mostrare alcun imbarazzo o ambiguità nel confermare le candidature omosessuali», dice Titti de Simone, Sinistra Arcobaleno. Nel Pd potrebbe arrivare invece Sergio Lo Giudice, insegnante iscritto al Pd e presidente onorario Arcigay. Tra le candidature già annunciate quelle dei rappresentanti del mondo del lavoro. Tre: l’operaio sopravvissuto all’incidente della Thyssen, Antonio Boccuzzi. La dipendente di una Asl piemontese, Franca Biondelli. Loredana Ilardi, 33 anni, palermitana e lavoratrice in un call center. «Due sono le idee su cui si muove il Pd: portare in Parlamento forze ed energie della società e essere il partito dell’Italia che lavora», sostiene Veltroni.
Aurelio Mancuso smentisce una sua possibile candidatura.
Oggi il parlamentino del Prc vota i nomi dei candidati.
(Il Manifesto) Notte di vigilia dentro Rifondazione sulle liste elettorali. E' certo che quando il puzzle delle candidature approderà nel comitato politico nazionale convocato per oggi a Roma, molti saranno i musi lunghi. A via del Policlinico si compulsano sondaggi, tabelle e richieste dal territorio in cerca dei possibili eletti garantiti dal «porcellum».
Ma trovare un equilibrio soddisfacente è difficilissimo. Come sempre in questi casi, perfino nomi dati per certi saltano dopo poche ore. Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, ha smentito le voci su una sua possibile candidatura con la Sinistra arcobaleno (in quota Sd). E il suo era l'unico nome nuovo dato più o meno per sicuro per la prossima legislatura. Al dunque gli «indipendenti» della sinistra fuori dai partiti saranno mosche bianche. Pdci e Verdi, soprattutto, confermeranno in gran parte i gruppi parlamentari uscenti. Nel Sole che ride in bilico nomi importanti come Marco Boato, Giampaolo Silvestri o il pacifista Mauro Bulgarelli in Sardegna, la cui candidatura è sostenuta da decine di associazioni che si battono contro le servitù militari nell'isola. Mentre per il Pdci si sa già che Armando Cossutta lascerà il parlamento e i Verdi dovrebbero candidare il magistrato Gianfranco Amendola.
Comunque vada, dentro il Prc a far discutere saranno soprattutto le deroghe al limite ferreo dei due mandati votato la settimana scorsa. In partenza sono esentati solo Fausto Bertinotti come candidato premier e Franco Giordano in quanto segretario del partito. Ma da giorni si inseguono le indiscrezioni su altre possibili deroghe.
Bocche cucite a via del Policlinico: «Il momento è delicatissimo». Ancora irrisolta, per esempio, la conferma del presidente della commissione antimafia Francesco Forgione. E ha già incendiato lo scorso cpn il nodo della Sinistra europea, che potrebbe candidare Pietro Folena (parlamentare, pur con qualche interruzione, dal 1987).
A forte rischio altri nomi eccellenti della Sinistra europea. E' paradossale che coloro che fino a pochi mesi erano presentati come il fiore all'occhiello dei gruppi «rifondaroli» siano ora in bilico: tra questi Francesco Martone, Ali Rashid e Graziella Mascia. Lo stesso Bertinotti, in un certo senso, ha dato l'addio in diretta da Matrix al «no global» Francesco Caruso, difendendo invece la candidatura di movimento di Daniele Farina del Leoncavallo. Dei senatori uscenti sicuri solo Tommaso Sodano (vicecapogruppo), Rina Gagliardi e Maria Luisa Boccia. Per il movimento «glbt» si va verso la conferma di Vladimir Luxuria e Titti De Simone.
Altrettanto sicura anche l'esclusione dalle liste della minoranza dell'Ernesto (Giannini e Pegolo), mentre per Essere comunisti un seggio certo dovrebbe toccare solo al coordinatore Claudio Grassi.
I sondaggi sono sempre più preoccupanti. Per l'arcobaleno la forchetta è ormai stabile tra il 6 e l'8%. Se così fosse per i parlamentari sarà un ecatombe. E alla vigilia il clima è quasi da resa dei conti. Tanto che più d'uno degli esclusi nei giorni scorsi avrebbe perfino minacciato di lasciare il partito.
Altro capitolo caldo le candidature dal territorio e di dirigenti importanti. Scontata la conferma di Paolo Ferrero e Gennaro Migliore. Mentre della segreteria nazionale dovrebbero candidarsi Francesco Ferrara (responsabile organizzazione) e Maurizio Zipponi (responsabile lavoro). Verso la conferma anche Peppe De Cristofaro (segretario regionale Campania) e verso la prima legislatura giovani come Nicola Fratoianni, segretario regionale Puglia, e il segretario toscano Niccolò Pecorini
Paola Concia e le belle parole. "Se vinco mi batterò per una politica che discrimini".
La candidata: il Pd è pieno di persone convinte dell’esigenza del dialogo e della sintesi.
(Maria Zegarelli - L'Unità) «Quando l’ho saputo? Stamattina, (ieri, ndr) dalle agenzie di stampa». Anna Paola Concia, 44 anni, manager sportiva, presidente dell’Agenzia regionale per lo Sport del Lazio, ha saputo così di essere candidata nelle liste del Pd, il suo partito, come esponente del mondo gayleft. Aveva fatto notizia la sua amicizia con Paola Binetti, teodem integralista. E ha fatto notizia la rottura di quell’amicizia quando la Binetti ha votato contro la norma sull’omofobia in Senato. Stamattina aprirà i lavori, al Ripa Hotel, dell’European Gay and Lesbian Sport federation che porterà a Roma 150 delegati da tutta Europa.
L’ha saputo dalle agenzie?
«Il tavolo Lgb del partito aveva proposto la candidatura di Andrea Benedino e la mia. Oggi ho saputo che sarò candidata».
Gli omosessuali muovono critiche al Pd: troppa timidezza. Secondo lei?
«Nel programma del Pd c’è il riconoscimento dei diritti delle persone che convivono e la lotta all’omofobia: partiamo da qui. Poi vedremo se il parlamento sarà in grado di licenziare una buona legge. Rispetto alle accuse di timidezza, giro la domanda: cosa stanno facendo di più coraggioso gli altri partiti?».
Concia, lei combatte su più fronti: dentro e fuori il partito. Si può vincere?
«La mia è una battaglia sulla laicità della politica prima di tutto. E non mi piace fare battaglie contro, preferisco farle “per”. Quella sui diritti degli omosessuali la voglio vincere e so che per raggiungere questo obiettivo è necessario creare consenso, a cominciare dal Partito democratico».
Franco Grillini e Aurelio Mancuso non ci hanno creduto...
«Io ho creduto da sempre nel Pd, so che è faticoso, ma sono convinta che l’incontro tra culture diverse può dare i suoi frutti. Il Pd è pieno di laici, di persone che sono convinte dell’esigenza del dialogo per arrivare ad una sintesi. Penso che la maggioranza del Pd abbia un approccio laico ai temi della politica. Il Pd non è Paola Binetti è molto, molto altro».
Non teme che la polemica tra laici e cattolici provochi passi indietro sul riconoscimento dei diritti civili?
«Non credo. Se il Pd vincerà, se sarò eletta, la battaglia sarà per una politica davvero inclusiva, che non discrimini. L’importante è che finisca questo teatrino dello scontro tra laici e cattolici che non ci ha fatto compiere un solo passo in avanti in tema di diritti civili. Non è un caso che ancora oggi non c’è una legge per il riconoscimento delle coppie di fatto. Spero nelle capacità di Veltroni di fare sintesi avanzate e di continuare nella politica del confronto perché, come dice Zapatero, i diritti degli omosessuali non tolgono nulla ad alcuno, ma aggiungono civiltà a un Paese».
Affari gay. Il Circolo Mieli e la confusione sulle candidature gay.
Il susseguirsi di dichiarazioni sulle candidature gay per le prossime elezioni politiche ci spinge a fare delle considerazioni e a rinfrescare la memoria collettiva.
Nella passata legislatura sono stati eletti tre deputati e un senatore, tutti dall’indiscutibile militanza nel movimento omosessuale e transessuale. Nella ridda di voci di queste ore risulta confermata ufficialmente la candidatura dei deputati uscenti di Rifondazione Comunista Vladimir Luxuria e Titti De Simone. Tale riconferma non può che essere apprezzata e valutata come segno di continuità e di reale spendita da parte della Sinistra Arcobaleno nel volere affermare, anche con la rappresentanza, un programma esplicito in tema di diritti civili in genere e di questioni omosessuali e transessuali in particolare.
Riteniamo invece che l’assenza di indicazioni sul socialista Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay e su Giampaolo Silvestri dei Verdi, possa costituire una perdita di storia ed esperienza percepibile da qualunque esponente del movimento lgbt e da singoli cittadini gay e trans.
Riteniamo necessarie invece delle precisazioni rispetto alla candidatura di Paola Concia nelle liste del PD, annunciata da Veltroni in risposta alle dichiarazioni un po’ di sfida di Aurelio Mancuso, presidente in carica di Arcigay, formulate con il meccanismo dell’autocandidatura nelle file della Sinistra Arcobaleno.
Paola Concia è una donna, lesbica dichiarata, dalla lunga esperienza all’interno del partito dei DS, e che ha speso parte della sua esperienza politica sulle questioni gay e anche all’interno di associazioni gay. Non si può mettere dunque in dubbio un’affinità di area tematica e una certa esperienza militante. Il problema è un altro ed è costituito dalle deboli e ambigue indicazioni di programma del Partito Democratico sui temi dell’orientamento sessuale ed identità di genere, che nessuna candidatura può nascondere, a prescindere da chi sia e da dove provenga la persona prescelta.
La battaglia che il mondo associazionistico lgbt deve fare è sui programmi e contro i proclami o le furberie. La rappresentanza è un bene prezioso e democratico, e va difesa e rivendicata, non badando tanto alle aree di provenienza ma all’autorevolezza delle persone. Ma persone e programmi devono essere coraggiosi entrambi e coerenti fra loro.
Rossana Praitano
Presidente Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
Segreteria politica - Andrea Berardicurti
06/5413985 – 348/7708437
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Vedi anche.
Tra Rutelli e Veltroni è competition (anche sui gay).
E' guerra tra i gay nel centrosinistra. Veltroni: No a Mancuso, si alla Concia.
Pd, è «strappo» con i gay. Nessun nome in lista. Mancuso (Arcigay) si candida con la Sinistra Arcobaleno assieme a Luxuria.





