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venerdì 18 luglio 2008

The Economist. A Roma e' tornato Nerone. Berlusconi suona, l’Italia brucia.

Illustration by Peter Schrank.

Traduzione da parte di Anonimo italiano dell’articolo dell’Economist sulle prime dieci settimane del governo Berlusconi.
Questa volta l’Economist, per raccontare le prime dieci settimane di governo Berlusconi, lo paragona a Nerone, parafrasando l’espressione inglese “Nero is fiddling while Rome burns”, che significa più o meno “Nerone suona mentre Roma brucia” (per traslato, occuparsi di sciocchezze mentre sta per capitare il peggio) con Berlusconi al posto di Nerone e l’Italia al posto di Roma. Nonostante io sia informato dei fatti, vederli squadernati con così tanta precisione fa impressione anche a me.

The Economist. Berlusconi suona, l’Italia brucia.
Questo governo di Silvio Berlusconi si dimostra tristemente simile al precedente.
tradotto da Berlusconi fiddles, Italy burns | Economist.com.

Questa volta sarebbe dovuto essere differente. Silvio Berlusconi trasudava sobria responsabilità durante il suo tentativo di essere rieletto in Aprile alla carica di primo ministro.

C’erano altre ragioni per le quali sperare che avrebbe governato nell’interesse del paese, pittusto che nel proprio. Si sapeva che aspirasse alla carica di Presidente della Repubblica e perciò che avrebbe dovuto acquisire un aura da statista. Una ragione del fallimento del suo primo mandato è stata la resistenza alle riforme liberali da parte dell’UDC, che non fa più parte della coalizione. E sembrava avesse risolto le sue personali difficoltà con una serie di leggi ad personam che gli avevano messo al sicuro la sua posizione di fronte alla legge e protetto il suo impero finanziario.

Tuttavia, dieci settimane dopo il giuramento del nuovo governo Berlusconi, l’agenda politica è dominata più che mai dai suoi affari personali e aziendali. Nella sua breve vita, il governo ha proposto almeno quattro provvedimenti ad personam.

Uno era stato pensato per eludere la Corte Europea di Giustizia in merito a una sentenza che stabiliva che Rete 4, uno dei tre canali televisivi della rete Mediaset di Berlusconi, stava occupando frequenze televisive che dovono essere assegnate a un altro operatore. Il governo ha proposto un decreto per evitare che Rete 4 venga spostata sul satellite, ma l’opposizione che scatenò fù così violenta che lo costrinse a ritirare il testo per “riformularlo”.

Un secondo decreto mirava a restringere le intercettazioni telefoniche durante le indagini giudiziarie, e anche la pubblicazione delle trascrizioni. Ci sono argomenti per questo cambiamento: uno studio compiuto nel 2005 dall’Istituto Max Planck ha rivelato che le intercettazioni erano più comuni in Italia che in qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Poiché le trascrizioni spesso sono state fatte filtrare ai media, anche prima che le accuse fossero state depositate, persone innocenti possono trovare le loro più private considerazioni spiattellate per i giornali.

Ma ogni volta che Berlusconi propone una riforma giudiziaria, comprensibilmente si sospetta l’esistenza di motivi personali (ha recentemente definito il sistema giudiziario un “cancro”). Prima di tornare alla Presidenza del Consiglio, venne intercettatosu ordine della Procura di Napoli mentre esercitava pressioni su di un dirigente del servizio televisivo pubblico, la RAI, a beneficio di alcune attrici. Dal momento che Berlusconi si impegnò a supportare il dirigente in una sua iniziativa imprenditoriale privata, entrambi si resero passibili di accuse di corruzione. Ora, infatti, un giudice sta valutando se metterli in stato di accusa.

Mentre si stava porando avanti il decreto, iniziarono a spargersi voci in merito a registrazioni più compromettenti che si diceva contenessero esplicite conversazioni di natura sessuale tra il primo ministro e la sua Ministra delle Pari Opportunità trentaduenne, Mara Carfagna, una modella che posava in topless e che faceva la presentatrice presso Mediaset. Dopo che venne riportato che i Pubblici Ministeri avrebbero distrutto il materiale irrilevante per la loro indagine, l’esecutivo fermò il decreto, destando i sospetti che ci fosse dietro la presunta telefonata con la Carfagna. La Carfagna ha dichiarato che querelerà ogni insinuazione fatte su di lei.

I critici dicono che i problemi legali di Berlusconi sono centrali anche ad altre due misure. La prima è stata redatta dal consiglio legale che lo sta difendendo in tribunale dall’accusa di un tangente da 600.000$ a un avvocato inglese. Infilata incoerentemente in un pacchetto di provvedimenti “legge-e-ordine”, questa legge avrebbe congelato per 12 mesi una serie di processi, compreso quello di Berlusconi. A quel punto un secondo disegno di legge stava per avere effetto, garantendo immunità processuale alle prime quattro cariche dello stato, Primo Ministro incluso. La protesta alla prima misura fù tale che venne abrogata per emendamento, ma solo dopo che divenne chiaro che la seconda sarebbe stata fatta proseguire in autunno, quando il processo per corruzione di Berlusconi sarà prossimo alla fine. Il pacchetto sicurezza, approvato falla Camera dei Deputati il 15 Luglio, ora contiene una norma che l’opposizione definisce una quinta misura ad personam, riconoscendo agli imputati la facoltà di patteggiare durante il procedimento.

La fissazione del Governo (e del Parlamento) per le corti e le riforme giudiziarie sarebbe meno allarmante se non ci fosse molto rimasto da fare che sia importante e urgente. Dopo un illusorio aumento nel primo quadrimestre, l’economia è di nuovo per lo più stagnante. Gli analisti della Banca d’Italia dipingono un quadro desolante di consumi deboli e inflazione in aumento. Hanno anche agitato lo spettro dei problemi del credito in un paese al quale, fino a ora, era stato risparmiato il peggio della restrizione globale. Hanno fatto notare che il 70% dei mutui italiani hanno un tasso variabile, più alto della media europea - e questo è un paese dove le disponibilità reali si stanno restringendo.

La banca centrale prevede, per quest’anno e per il prossimo, una crescita irrisoria dello 0,4% del PIL. Le stime per il 2008 sono in linea con quelle del governo (tra lo zero e lo 0,5%), ma più ottimistiche di quelle di Aprile del Fondo Monetario Internazionale, che ammontano allo 0,3%. L’economia italiana è ancora una volta il fanalino di coda nell’eurozona. Forse la notizia peggiore è arrivata il 10 Luglio, quando la produzione industriale è stata riportata essere crollata in Maggio, giù del 4,1% rispetto all’anno precedente. Emma Marcegaglia, leader della lobby degli imprenditori, Confindustria, si è detta essere “davvero preoccupata”. Ha ragione. Il motore della buona barca Italia sta perdendo colpi; il vento la sta dirigendo verso gli scogli; è il capitano è occupato in altre faccende.

Fino a ora l’unica iniziativa di governo in campo economico è stata l’abolizione dell’impopolare tributo sulla casa e la riduzione delle tasse sugli straordinari. Non c’è nemmeno l’ombra di un qualsiasi dibattito sulle misure di liberalizzazione di cui la malridotta economia italiana avrebbe estremo bisogno. Al contrario, il governo sembra incline a pompare ancora più soldi dei contribuenti nella compagnia di bandiera italiana in fallimento, Alitalia, e ora sta discutendo una modifica della legge che permetta di farlo. Pensando al futuro autunno, Berlusconi ha almeno annunciato una “riforma radicale” - ma solo per i tribunali

Udc. Molti voti gay al partito di Volontè... lo dice Pionati.

In futuro, un leader gay e Silvio Berlusconi presidente della repubblica.
(Apcom) Un leader omosessuale per l'Udc, Silvio Berlusconi presidente della Repubblica. Sono due scenari del futuro che incontrerebbero i favori del portavoce Udc Francesco Pionati.

"Non ho nulla in contrario ad un leader gay alla guida dell'Udc. Assolutamente da parte mia non c'è nessuna preclusione. Del resto moltissimi omosessuali votano il nostro partito e si sentono tutelati dalle nostre scelte. Quanto a me, ho molti amici gay ma nessun uomo mi ha mai fatto avances di natura sessuale, ha detto Pionati, a Klauscondicio.

Continua su Notizie gay.

L’analisi di Veltroni: “L’Italia sta precipitando” e “Il Berlusconismo è finito”.

(Panorama) “L’Italia sta precipitando”. “Il Berlusconismo è finito”. “Il governo ha perso dieci punti”.
Su queste tre affermazioni, il segretario del Pd Walter Veltroni basa la sua analisi politica. E la espone, a Milano a margine di un incontro con i giovani militanti del partito democratico, rispondendo indirettamente a Silvio Berlusconi e citando citato i dati dell’Istat che vedono una produzione industriale in calo del 5% e il rapporto della Svimez secondo il quale vi sarebbe uno spostamento dal Sud verso il nord di almeno 600 mila immigrati.

Da settimane, ha sottolineato Veltroni, “Si sta discutendo di una persona sola mentre tutti gli indici dell’economia sono negativi e preoccupanti. Questo significa recessione” ha proseguito. “il che vuol dire che l’Italia è l’ultima in Europa per il Pil. Cos’altro può succedere che l’Italia sta precipitando?”, si è chiesto Veltroni. E tuttavia, secondo il leader democratico: “Il governo non sta mantenendo le promesse anzi in quattro anni ci sono stati investimenti minori per dieci miliardi di euro. Chiaramente una persona seria non può attribuire queste cifre solo al governo attuale” ha proseguito Veltroni “ma quello che si può rimproverare a questo governo è il fatto che parli continuamente di altro mentre invece occorre aiutare la crescita. In caso contrario” ha concluso “il paese continua a precipitare”.
Dopo aver sancito la fine del berlusconismo, il leader del Pd ha dichiarato anche il crollo dei consensi dell’esecutivo legato alla crisi economica: “Il nostro Paese ancora oggi non è maturo: a tre mesi dal suo insediamento questo governo ha perso 10 punti in poche settimane”.

Fin qui la lettura della situazione del Paese e le critiche. Quanto alle soluzioni, il leader del Pd ha indicato come unica strada la costruzione di una cultura riformista. “Solo una cultura riformista, infatti”, ha detto Veltroni “può produrre questa innovazione”. “Il giorno in cui vinceremo” ha concluso Veltroni “dovremo essere in grado non di lottizzare ma di cambiare questo Paese con uno schieramento in grado di far smettere a questo Paese di precipitare”.
“Dobbiamo saperci distinguere”, è questo il consiglio lanciato dal leader del Pd Walter Veltroni alla platea di giovani militanti: “Perché capita sempre che c’è chi la spara più di te. Noi dobbiamo ottenere risultati e credibilità”

C’è posto, infine, anche per l’affondo contro il circo mediatico. Per il segretario Pd il diverso trattamento riservato agli omicidi dalla televisione cambia la percezione di insicurezza dei cittadini. “Gli omicidi si sono dimezzati” ha spiegato Veltroni “ma ogni singolo omicidio, quando era al governo il centrosinistra, era l’apertura delle televisioni. Da quando è al governo la destra è la 38/a notizia. Questo cambia la percezione dei cittadini”. Il leader del Pd si è poi chiesto cosa resterà una volta “finito l’alimento della paura” alle nuove generazioni, prospettando un futuro in cui “i figli delle famiglie ricche andranno a studiare all’estero, per i più deboli ci sarà l’abbandono mentre per i giovani del meridione ci sarà l’emigrazione”. Secondo Veltroni qui sta la differenza del Pd, “la nostra sfida”, e cioè quella di “dare risposte di medio-lungo periodo. È la nostra grande missione storica”.

lunedì 28 aprile 2008

Berlusconi: "Roma merita il buon governo del Pdl".

(Il Giornale) "Roma è una città stupenda, una grande capitale, che meritava e merita un buongoverno degno delle più importanti capitali europee. Questo significa che deve essere amministrata meglio di quanto sia stato fatto negli ultimi 15 anni dalla sinistra". Lo afferma il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, nella nota di commento alla vittoria di Gianni Alemanno per Roma. "I romani lo hanno capito - prosegue il premier in pectore - e, con una maggioranza chiara e di grande significato politico, hanno premiato il programma di buongoverno del Popolo della Libertà, volto a coniugare una maggiore sicurezza di Roma con l’ammodernamento delle infrastrutture urbane, indispensabili per migliorare la qualità della vita dei romani e sostenere lo sviluppo economico di una città patrimonio del mondo intero".

"Nella sua prima dichiarazione, dopo la vittoria, Gianni Alemanno si è impegnato ad essere il sindaco di tutti i romani, anche degli elettori che si sono schierati per l’altra parte. È un impegno - sottolinea Berlusconi - che gli fa onore, poiché le sfide che dovrà affrontare per fare di Roma una città più bella, più pulita, più ordinata, più vivibile richiederanno un consenso ampio e unitario della cittadinanza romana".

"Mi auguro che, nonostante la sconfitta, l’opposizione che siederà in Parlamento e in Campidoglio confermi l’impegno a collaborare nella riforma dell’architettura istituzionale, compresa quella di Roma capitale". "Grazie Romà, grazie a tutti i romanì - scrive Berlusconi - e un grande augurio di buon lavoro a Gianni Alemanno, nuovo sindaco di Roma".

venerdì 25 aprile 2008

25 aprile. Napolitano: rifiutare gli autoritarismi. Berlusconi: il 25 aprile sia di pacificazione.

(Il sole 24ore) Non c'è revisione storica che possa cambiare la gratitudine che dobbiamo a quei combattenti che posero le basi per la libertà delle generazioni successive e per il ritorno dell'Italia nel consesso delle democrazie. Silvio Berlusconi, leader del Pdl e premier in pectore,in una nota diffusa in occasione del 25 aprile, sostiene che la gratitudine, però, non può impedire una ricostruzione obiettiva di quegli anni.

«Il 25 aprile – scrive Berlusconi – indica simbolicamente il ritorno dell'Italia alla democrazia e alla libertà». «In quel giorno di 63 anni fa - aggiunge il premier in pectore - si videro le piazze festanti attorno alle truppe alleate e ai combattenti per la libertà. Fu palpabile il sentimento di liberazione di un intero popolo, costretto a combattere una guerra che sperava conclusa, ma che proseguì con l'occupazione del proprio territorio. Già il 25 luglio del '43, quando cadde il regime, quello stesso sentimento di liberazione si era manifestato con una festa nazionale senza vendette e senza morti. Purtroppo seguì la guerra civile, l'occupazione da parte dei tedeschi, che creò un segno di sangue nella memoria italiana. Generò un odio tra vincitori e vinti che segnò la coscienza del Paese».

Tutto questo è storia, scrive il premier in pectore. «Credo fermamente che oggi ci siano le condizioni storiche e politiche perché questo 25 aprile possa rappresentare un salto di qualità verso la definitiva pacificazione nazionale: non per cancellare la memoria, le ragioni e i torti, ma perché chi ha combattuto per la Patria sia considerato figlio di questa Nazione. Oggi, a più di sessant'anni dal 25 aprile, a sedici dalla caduta del Muro di Berlino, il compito della politica è quello di consolidare il tessuto connettivo della Nazione. E lo si deve fare a partire dalla nostra memoria storica».

Strada giusta, scrive Berlusconi, quella scelta 10 anni fa da autorevoli esponenti della sinistra che invitavano a capire anche le ragioni dei «ragazzi di Salò» e hanno poi, più recentemente invitato a saldare il debito contratto con gli esuli istriano-dalmati e con chi, più sfortunato, finì infoibato. «Togliere quei veli - scrive Berlusconi - capire quelle ragioni non può in qualche modo ledere l'orgoglio di chi combatté per la libertà contro la tirannia. Non c'è revisione storica che possa cambiare la gratitudine che dobbiamo a quei combattenti che posero le basi per la libertà
delle generazioni successive e per il ritorno dell'Italia nel consesso delle democrazie. Ma non c'è gratitudine che possa impedire la ricostruzione obiettiva di quegli anni. L'anniversario della Liberazione è dunque principalmente l'occasione per riflettere sul passato, sul presente e sull'avvenire del Paese. Se oggi riusciremo a farlo insieme, avremo reso un grande servizio non a una parte politica o all'altra, ma al popolo italiano e, soprattutto, ai nostri figli che hanno il diritto di vivere in una democrazia finalmente pacificata».

I lumbàrd e l´orgoglio di parlare rozzo "Meglio così che un po´ fighetti"

Borghezio replica a Berlusconi: il nostro linguaggio spia della vicinanza alla gente
(Paolo Berizzi - La Repubblica) Dice Mario Borghezio che i forzaitalioti sono dei «fighetti», dei «figli di papà», gente che «non ha mai lavorato nella sua vita». Mai stato un fine dicitore, né un cucchiaio di miele, l´europarlamentare leghista: ma un merito gli va riconosciuto. Tutto si può dire tranne che per alzare il tiro abbia bisogno di essere incalzato, o provocato. Per abitudine esterna con ruvidità, anche in assenza di stimoli esterni.

Stavolta però supermariobross, come lo chiamano le camicie verdi, si è sentito toccato dentro, e, unico esponente leghista, non ha resistito a rispondere allo spillo di Silvio Berlusconi («Il linguaggio della Lega è fatto di iperboli e anche un po´ rozzo»). Tesi che a Borghezio fa venire il prurito. Dopo un «chi è senza peccato scagli la prima pietra», l´eurodeputato del Carroccio, il più «crociato» dei leghisti - non solo per le ferree posizioni anti islamiche ma anche per i procedimenti penali a suo carico e le aggressioni fisiche subite in questi anni - ha replicato al Cavaliere: «Sarà molto difficile che la Lega si depuri dalla sua rozzezza e dalla ruvidezza di espressione tipica della gente autentica». Poi la chiosa: «Così come i fighetti forzaitalioti molto difficilmente si libereranno dalle loro caratteristiche di figli di papà e di gente che spesso non ha mai lavorato».
Ecco l´affondo di Paolo Grimoldi, neodeputato e coordinatore dei Giovani padani: «Il nostro linguaggio pubblico è molto meno rozzo di quello di Berlusconi in privato». Il privato del futuro premier è fatto anche di show e di serate danzanti. Ci pensa il consigliere regionale lombardo, Daniele Belotti, a ricordarlo. «Rozzi noi? La Lega sta in mezzo al popolo, Forza Italia forse un po´ troppo nelle discoteche. Ci hanno sempre definiti rozzi e ignoranti - aggiunge - Poi hanno capito che il nostro linguaggio ha spazzato via il vecchio politichese». Tra rozzi «autentici» e fighetti che «hanno sempre trovato la pappa pronta», lo scambio di battute di ieri è stato, in ordine di tempo, l´ultimo botta e risposta a distanza tra Forza Italia e Lega. Nei giorni in cui sta prendendo faticosamente forma la squadra di governo, nonostante la netta vittoria elettorale - trionfale quella del Carroccio - gli esponenti delle due formazioni non si risparmiano frecciate e avvertimenti vestiti da "carezze" o "massaggi". Prima il dribbling di Bossi all´uscita da Arcore: «A noi quattro ministri». Poi lo stop di Berlusconi: «Non c´è niente di deciso, la squadra la faccio io». Poi Bossi che ribadisce: «Sarò ministro delle riforme», e «a noi due ministri più il vicepremier» (Calderoli).
Nel mezzo della «normale dialettica» tra alleati - come l´ha definita Berlusconi - il nodo Formigoni. Con una soluzione (berlusconiana) che gela il governatore lombardo (resterà al suo posto, per ora). Il perché Formigoni deve restare alla guida del Pirellone è ormai abbastanza chiaro, e sta tutto nell´obiezione che gli è stata mossa: il suo trasloco romano significherebbe lasciare alla Lega la Regione Lombardia. E accreditare la tesi di chi vede la coalizione di centrodestra sotto ricatto o comunque sdraiata sul Carroccio. Ieri i "colonnelli" leghisti, Maroni, Calderoli, Castelli, hanno scelto la linea della prudenza ordinata da Bossi. Largo dunque a Borghezio, e alle missive da destinare ai «fighetti».

Berlusconi: "Da premier non lavorerò con Rutelli" Silvio attacca. Veltroni: inaccettabile.

Il Cavaliere con Alemanno: "Scopa nuova scopa bene". "L´ex sindaco è un voltagabbana". Da Storace un appello al voto per l´ex amico di partito.
(Giovanni Vitale - La Repubblica) Sarà difficile per Palazzo Chigi collaborare con Francesco Rutelli al Campidoglio. Parola di Silvio Berlusconi. Che, a tre giorni dal ballottaggio, attacca a brutto muso il candidato del centrosinistra, accendendo le polveri di una campagna elettorale ormai considerata la madre di tutte le battaglie. Tanto da mobilitare non solo gli eserciti locali, ma tutti i leader nazionali: Fini, oltre al Cavaliere, per Gianni Alemanno che intanto incassa il sostegno di Storace; Veltroni e D´Alema per il vicepremier.
Al mattino è Berlusconi a partire all´attacco, bollando Rutelli come «un voltagabbana». Gli rimprovera di essere stato amico di Craxi e di averlo poi abbandonato, «un mangiapreti» che però «adesso va a messa anche due volte la domenica». Ecco perché è «ora di spalancare le finestre e introdurre aria nuova», esorta il premier in pectore, «dopo un po´ bisogna cambiare perché "scopa nuova scopa bene"» scherza. Mentre eleggere l´uomo del Pd significherebbe «nessun cambio e le solite amicizie con gli amici degli amici». Da qui la conclusione: «Sarà molto difficile la collaborazione con un sindaco del genere; poi magari ci sarà. Ma con una giunta diversa, con un sindaco diverso, sarà più facile». Gianni è il suo nome, Alemanno il cognome: «Un cane da polpacci» lo definisce il Cavaliere.
Frasi inaccettabili per il segretario democrat che della capitale è stato sindaco sino a due mesi fa: «Berlusconi minaccia di non collaborare con Rutelli. È un atteggiamento istituzionalmente inaccettabile», tuona. «Le istituzioni non hanno colore, esse devono servire i cittadini. La verità è che la coalizione di Berlusconi vuole un sindaco "dipendente" e non chi, come Rutelli, può tutelare con autonomia e indipendenza una città come Roma». Tesi fatta sua da Massimo D´Alema: «È importante che al Campidoglio vada Rutelli. Un sindaco che garantisce l´autonomia della capitale e che ne difenderà il prestigio e gli interessi, anche nella dialettica con il governo nazionale. Mentre l´altro sarebbe più l´emissario dell´esecutivo di destra che non un sindaco capace di difendere i romani». Ma Alemanno non ci sta a farsi dare del sottoposto: «Veltroni non può dire queste sciocchezze», s´infuria, «Roma mi conosce bene e sa quanto sono indipendente». Subito soccorso da Gianfranco Fini: «Rutelli è una salma politica. Un´azione congiunta governo-Campidoglio potrebbe avviare a soluzione i molti problemi della capitale».
Scintille che per tutto il giorno hanno incendiato la polemica. Soprattutto fra big. Parlando prima di Rutelli nel cortile di un caseggiato nel quartiere Prati, D´Alema cannoneggia il presidente di An: «Non vorrei fare la fine di Fini: era un leader, è diventato un intrattenitore». Allusione chiara al comizio del Pdl al Colosseo, quando Berlusconi arrivò con un´ora di ritardo e ringraziò il "delfino" per avergli scaldato la platea. L´ultimo atto del tour elettorale tra il mercato di Trionfale e l´attiguo centro anziani. «Siamo preoccupati che la marea nera travolga anche la città di Roma», arringa la folla il ministro degli Esteri. A maggior ragione dopo l´indicazione di voto pro-Alemanno arrivata ieri dalla Destra e dalla Fiamma Tricolore. «Non un gran guadagno per il mio avversario» chiosa Rutelli, «visto che Storace, nei cinque anni alla Regione Lazio, non ha lasciato rimpianti ma un po´ di inchieste giudiziarie aperte».

martedì 15 aprile 2008

Elezioni 2008: vince il Pdl di Berlusconi. E per la Lega è un trionfo.


(Panorama) È netta la vittoria del Pdl di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati sia al Senato sia alla Camera, con uno stacco di quasi 10 punti sul Pd e l’Idv. Ed è anche vittoria del bipolarismo, con l’Udc che si ferma al 5,6 per cento e molti esclusi. La Sinistra arcobaleno supera di poco il 3 per cento, e resta fuori dal Parlamento. A spoglio ultimato, al Senato, la coalizione Pdl-Lega-Mpa è al 47,3 per cento, quella Pd-Idv al 38. Alla Camera, Pdl-Lega-Mpa sono al 46,8 per cento, Pd-Idv al 37,5. La Lega Nord fa un balzo in avanti nei suoi collegi storici. L’affluenza è stata poco sopra l’80 per cento, in lieve calo rispetto al 2006.

Silvio Berlusconi, futuro premier, ha già annunciato che il primo Consiglio dei ministri sarà convocato a Napoli per affrontare l’emergenza rifiuti. Quasi pronta la lista dei ministri, con Frattini agli Esteri, Maroni agli Interni e Gianni Letta vicepresidente. “So dove mettere le mani”, afferma il vincitore alla televisione. Tempestiva la telefonata di rito di Walter Veltroni, e quelle di molti leader e capi di Stato.
Nell’attesa dello spoglio delle amministrative in diverse regioni, si delinea in Sicilia una netta vittoria di Raffaele Lombardo e dell’Mpa su Anna Finocchiaro e il centrosinistra.

domenica 13 aprile 2008

Il ritorno del giullare. Sarà Berlusconi la vittima dell’ultimo scherzo?

Così titola un articolo, pubblicato il 12 aprile dall’ Economist, sulla campagna elettorale di Berlusconi e sui possibili orizzonti politici. Lo chiamano “il giullare”. Mi auguro che nessun rappresentante della destra ci venga a parlare di “prestigio internazionale”. Così la stampa internazionale parla di noi e del nostro attuale candidato premier. Eccovi la traduzione completa.

(Anonimo italiano *) I più grandi rischi, quando l’Italia voterà per le elezioni politiche il 13 e 14 Aprile, Silvio Berlusconi se li è creati da solo. Per dieci settimane dopo la caduta del governo di Romano Prodi il 24 Gennaio, il magnate-politico è riuscito a tenere per sè le sue più eccessive battute. Con gli indicatori economici che peggiorano rapidamente, e l’Italia quest’anno stima ancora una volta di ottenere performances inferiori a quelle europee, pochi Italiani hanno voglia di scherzare.

Berlusconi se l’è giocata con cautela e sembra avere la possibilità di diventare Primo Ministro per la terza volta in 14 anni. Il suo movimento, il Popolo della Libertà, era avanti nelle statistiche, quando l’ultimo sondaggio di opinione venne pubblicato il 28 Marzo (la legge italiana proibisce la pubblicazione di sondaggi nelle ultime due settimane di campagna elettorale).

La maggior parte degli scherzi di Berlusconi sono sciocchi (la rivendicazione di saper parlare latino abastanza bene da poter pranzare con Giulio Cesare) o sessisti in un modo che non è sembrato arrecargli danno (la sua opinione che le donne di destra sono più attraenti di quelle di sinistra). Ma l’8 Aprile, un lato più sinistro è riemerso quando Berlusconi ha detto che i Publici Ministeri, come quelli che lo inseguirono per i tribunali fin dall’inizio degli anni ‘90, dovranno sottoporsi ogni anno a perizie sulla salute mentale. Il suo principale avversario, Walter Veltroni del Partito Democratico di centro-sinistra, gli ha chiesto un’assicurazione sulla lealtà alle istituzioni dello Stato.

Un’interpretazione - non di certo rassicurante - fu che Berlusconi stava tentando di spostare l’attenzione da una molto più allarmante sparata di un suo alleato, Umberto Bossi, il leader della Lega Nord. Bossi ha detto che i suoi elettori potrebbero imbracciare le armi per ciò che egli sosteneva essere un tentativo del centro-sinistra di confondere gli elettori con schede di voto eccessivamente complicate. Gli eccessi retorici di Bossi sono leggendari e non vengono normalmente presi in gran considerazione, ma come quelli di Berlusconi, mandano un messaggio subliminale di indifferenza alle leggi Italiane.

Ironicamente le schede elettorali sono, in realtà, il prodotto di una legge redatta proprio da uno dei vice di Bossi e fatta passare dall’ultimo governo Berlusconi nel 2005. L’autore della legge, Roberto Calderoli, l’ha imperturbabilmente definita una “porcata”(in italiano nel testo inglese, n.d.t.), approssimativamente “un cumulo di immondizia”. Questa legge ha incoraggiato la frammentazione politica e, anche se ha permesso una chiara maggioranza al Parlamento, ha minimizzato le possibilità di una maggioranza al Senato. I critici sostengono che Berlusconi abbia adottato questo sistema perché sapeva che avrebbe perso le elezioni del 2006 e ha voluto indebolire il suo successore.

Se è vero, c’è riuscito. Il governo di centro-sinistra di Prodi si contorse per due anni con una maggioranza minima o inesistente. Ma, avendo respinto un’offerta di Veltroni per riformare la legge elettorale, Berlusconi, se vince, potrà restare fregato dalla sua stessa porcata (in italiano nel testo inglese, n.d.t.)[*] e presiedere un altrettanto instabile governo.


[*] Il testo originale è “hoist by his own porcata” che richiama ironicamente un’espressione idiomatica inglese: “hoist by his own petard”, letteralmente “appeso al suo stesso petardo” che si può tradurre con “fregarsi con le proprie mani”.

sabato 12 aprile 2008

Elezioni: Pannella, "Boselli è il vero socialista di Berlusconi".

(Agenzia radicale) ''I purissimi socialisti di Boselli sono in realtà i socialisti scelti in modo patentissimo da Silvio Berlusconi, a tal punto che Silvio Berlusconi ha totalmente oscurato dalla campagna elettorale i 'suoi socialisti ufficiali'''. È quanto afferma Marco Pannella. ''Mai una volta in un dibattito - sostiene il leader dei radicali - la componente socialista interna al fronte berlusconinao è stata menzionata. Perché? Perché chiarissimamennte il socialismo unificato di Boselli, ha un solo compito, il principale: vedere di far togliere, giocando la carta trasformistica e opportunistica che ininterrottamente Boselli da circa 10 anni assicura, l'uno o il due o il tre o il quattro per cento dei voti a Veltroni''.

''Berlusconi non aveva - ha spiegato Pannella - nessuna possibilità di conquistare voti radicali e socialisti autentici in modo diretto. Ha trovato il modo di farlo con Boselli. Il risultato è che saranno annullati tutti i voti socialisti, ed eventualmente radicali ed anticlericali purissimi, che non saranno rappresentati in alcun modo in Parlamento''.

''Si sono autonominati presidenti del socialismo europeo e del mondo, - sottolinea il leader dei radicali - hanno conquistato spazi ragguardevoli e magnificamente usati nella propaganda controllata dal regime, grazie anche alla cretineria dei nostri compagni del Pd.''

''Domani o dopodomani vedremo quanto hanno contribuito alla elezione eventuale di Berlusconi i socialisti unificati purissimi di Boselli, e quanto altri voti non comunisti e non verdi saranno pure stati tolti a Veltroni dal nostro compagno e amico Bertinotti'', ha concluso Pannella.

venerdì 11 aprile 2008

Uno scambio?

mercoledì 2 aprile 2008

“Menomale che Silvio c’è”, la nuova frontiera della personalizzazione.

(Sfera pubblica) Gelatai, panettieri, muratori, operatori di call center: nel video “Menomale che Silvio c’è” vengono riprese varie categorie di lavoratori che annunciano, nel motivetto di sostegno a Berlusconi, la loro appassionata dichiarazione di voto. Lo spot, caricato sul sito votaberlusconi.it, rappresenta una nuova frontiera della personalizzazione della comunicazione politica in Italia. Difatti, i protagonisti del video chiamano il leader del Pdl con il nome di battesimo, instaurando un legame confidenziale, che esula da qualsiasi appartenenza partitica e che si indirizza verso un rapporto diretto tra attore politico ed elettore. Peraltro il simbolo del partito compare solo per pochi secondi, ossia nella scena dei tassisti che intonano la canzone, mostrando con il logo del Pdl sulle loro auto.

Appartenenza. I sostenitori di Berlusconi appaiono come una collettività ben affiatata, ispirando la sensazione di comunità vera, nutrita da passioni e interessi comuni. Il sentimento di appartenenza si inserisce, quindi, nel solco del patriottismo, nel momento in cui all’interno dello spot viene inquadrata dall’alto una folla che innalza una lunga bandiera tricolore.

Sogno. La dimensione del sogno è costantemente presente nel messaggio lanciato dal video: ne consegue che Berlusconi è l’unico protagonista di una nuova speranza per il futuro. Il leader del Pdl, dunque, si pone in continuità con l’immagine proposta sin dalla sua discesa in campo, proponendosi come l’uomo in grado di risollevare le sorti di un Paese in crisi. Il titolo, in tal senso, è molto eloquente: il “Menomale che Silvio c’è” lascia intendere che la sua assenza sarebbe un handicap insopportabile.

Personalizzazione. L’aspetto fondamentale per quanto concerne la comunicazione politica è la definitiva personalizzazione del messaggio politico: l’identificazione tra elettore-sostenitore e leader politico è pressoché totale, tanto da condurre a un rapporto confidenziale che fa chiamare “Silvio” il candidato-premier del centrodestra, come, sul versante opposto, accade nel video i’m Pd, realizzato per Veltroni.

Moratti cerca un Attali milanese. Rimpasto in giunta, poi la nascita di un comitato "illuminato".

Via assessori, spazio alle eccellenze di società civile anche a sinistra. Il "cambio di passo" è possibile e avverrà a fine aprile, comunque solo dopo il voto. Il gelo con Berlusconi è forte ma lei ora ha più peso.

(Rodolfo Sala - La Repubblica) Parole che fanno a pugni - pure nella versione riveduta e corretta di ieri: naturalmente il Cavaliere è stato «male interpretato», e comunque buona parte di quel merito va a lui - con «il gioco di squadra» tra istituzioni d´ogni colore riconosciuto, anzi esaltato da tutta la delegazione italiana in trasferta a Parigi, e risultato determinante in questa gara non certo facile. Davanti allo sfogo dell´ancora premier, Letizia Moratti è visibilmente imbarazzata, tanto che la ministra Bonino cerca di stemperare in po´ la tensione. Del resto lo era anche lunedì sera, nel salone delle feste del Pavillon Dauphine, dove il sindaco rispondeva così, gli occhi levati al cielo e le braccia allargate, a chi le chiedeva un commento alle dichiarazioni di Berlusconi: «Oggi è stata la giornata dell´unità».
Nient´altro. Ma abbastanza per far capire una volta di più che tra Letizia e Silvio non sono tutte rose e fiori. «La collaborazione con il governo - sente il bisogno di sottolineare la Moratti con maggiore forza di quanto abbia fatto il giorno prima a Parigi - è stata continua, e con Prodi in più occasioni ci siamo sentiti in linea diretta anche a notte fonda, quando magari eravamo dall´altra parte del mondo». Parole chiare, del resto lei ora si sente fortissima dopo il verdetto di lunedì. Tanto forte da accarezzare l´idea di trasferire a Milano quel modello di «collaborazione tra diversi» che si è caratterizzato come carta vincente in questi ultimi due anni per portare a casa un risultato importante per la città e per l´intero Paese.
Troppo presto per dire quali esiti possa avere questo nuovo corso. Di sicuro, almeno nella mente del sindaco, non si tratta di proporre pasticciati e indigeribili cambi di maggioranza a Palazzo Marino. Ma di imprimere una svolta. Di farla finita con un andazzo che, dopo il risultato dell´Expo, non può più durare. Di risolvere una contraddizione sempre più insanabile: da una parte una giunta debole e di bassissimo profilo, dall´altra la vocazione internazionale di Milano che finalmente potrebbe concretizzarsi grazie all´occasione da sfruttare in vista del 2015. Non è un caso che gli sponsor eccellenti invitati a Parigi per spingere sulla candidatura di Milano, da Al Gore a Jacques Attali, Letizia non li sia andati a cercare tra i partner internazionali del centrodestra italiano. Da domani (e fino a domenica, quando si festeggerà la vittoria in corso Buenos Aires) il sindaco si prende una vacanza, fuggendo con il marito Gianmarco che le ha già promesso chissà quale regalo, ma soprattutto qualche giorno di tranquillità dopo le ultime tre settimane di fuoco. Avrà modo di riflettere, lontana da tutto e da tutti, su ciò che da lunedì sera le frulla in capo: come ricomporre quella frattura che la porta a volare altissimo nei grandi progetti e a vivacchiare nell´ordinaria amministrazione.
Non farà nulla fino a dopo le elezioni. E forse neppure lo stra-annunciato (per ora solo dai partiti) rimpasto di giunta atteso per fine aprile si rivelerà uno strumento fondamentale per quel cambio di passo che è lei la prima ad auspicare. Molto, inoltre, dipenderà dal risultato del voto, ma in ogni caso davanti a lei si aprono due strade. La prima è più tortuosa: un rimpasto vero, fuori la mediocrità e dentro l´eccellenza, a prescindere da come la pensano i possibili nuovi partner da ricercare nel cuore vivo della società milanese. Professioni, scienza, università, grande management, ammesso e non concesso che ce ne sia qualcuno disposto a "sacrificarsi", e che i partiti della maggioranza lo tollerino. O magari dentro solo un "Attali alla milanese", pescando come ha fatto Sarkozy nell´altro campo. La seconda strada sembra molto meno impervia: ridurre la giunta (quella attuale o la prossima solo un tantino ritoccata) a una condizione di marginalità, e puntare tutto sul nuovo comitato che gestirà la partita Expo. Tutto girerà intorno a questo, di qui al 2015, ed è lì che il sindaco potrebbe sperimentare un nuovo modello di governo. Aprendo la vera stanza dei bottoni a forze, e persone, nuove. A uno o più "Attali" in linea con un progetto di Expo che è difficile considerare compatibile con quei segmenti di maggioranza che, come dice dall´opposizione Marilena Adamo, «hanno una concezione daziaria della città». Dovesse pure esserci Berlusconi a Palazzo Chigi. Con il quale la Moratti, ormai lo si è capito, non intrattiene gli stessi rapporti che aveva il suo predecessore. Basti ricordare l´inutile "no" di Silvio all´Ecopass. Che precede di un anno la vittoria dell´Expo.

venerdì 14 marzo 2008

E' davvero morto il fascismo? La Mussolini accusa: "Nel Parlamento Europeo solo burocrati e omosessuali".

Mussolini: alla fine ci faranno entrare nel PPE anche con Ciarrapico. Sono burocrati ed omosessuali.
(Il Corriere della Sera) Ha visto, signora Mussolini, Claude Junker dice che «nel Partito popolare europeo non c'è posto per i fascisti». «Chi?». Juncker, signora, premier del Lussemburgo e presidente dei ministri europei dell' Economia. «Ah, sì! Questo qui, con un cognome che pare uno yogurt, non si è accorto che il fascismo non c'è più. C'è ancora, invece, il comunismo. Il signor yogurt, con i suoi fermenti lattici, invece di criticare Ciarrapico, dovrebbe stare attento a tipi come Bassolino...».

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domenica 9 marzo 2008

Musica anni ’80, balli, gadget, vessilli. E contro l’effetto-Prodi il silviodanaio.

(Il Giornale) «Prende i mezzi», per dirla alla milanese, il popolo della libertà. «Mezzi» nel senso di tram, autobus e metropolitana. Autisti? Ma dove sono? Limousine? E chi le ha mai viste? Invece è proprio e soprattutto da lì, dal buio ventre sotterraneo della stazione Mm Romolo Lotto, linea rossa del metrò ambrosiano, tra gli acri odori di sigarette spente in fretta e quelli iper-vanigliati e stucchevoli delle brioche industriali vendute nei bar sotterranei e privi di grazia, che a partire dalle 9 del mattino di ieri a riaffiorare in superficie è un fiume umano in piena. Sempre più gonfio, sempre più vicino a tracimare.
E non sono volti confindustriali, né tantomeno da Federmeccanica, quelli che escono a rivedere il sole pallido e malato di Milano. Sono volti giovani con un mutuo sanguinoso, volti anziani da pensione ingenerosa, volti di ogni età da quarta settimana in apnea, da michetta che costa come l’oro, da pieno di «verde» che non ci puoi rinunciare, perché lavorare si deve, ma che è un salasso ogni giorno di più. Per non dire dell’Ecopass, sciura Moratti, che il diavolo si porti via anche quello...
Vengono in superficie, quelli del Popolo della libertà, e si infilano sotto le volte del Palalido dopo aver acquistato la loro bandiera da sventolare - 2mila pezzi «bruciati» in un attimo - e dato un’occhiata al gadget presentato dal designer e creativo Alberto Barillaro. È il Silviodanaio, un raccogli-risparmi di foggia antica, color del coccio proprio come quelli del passato, ma stampato in plastica riciclata e con tanto di sorriso candido del Cavaliere in coincidenza con la fessura dove devi infilare gli spiccioli.
Ed è per davvero un popolo vario e variopinto, molto più di quello che ti aspetti. Un popolo dove puoi veder scorrere le lacrime commosse e nostalgiche della signora Rachele Santagostino, di Casorate Primo (Pavia), che rimpiange il suo vecchio simbolo, quello di An, sacrificato sull’altare della causa comune. «Sto soffrendo perché mi manca tanto la mia fiammella tricolore. Ma forse è giusto così, è nell’ottica dei giovani, anche se io, adesso, a settant’anni, mi ritrovo con il magone», confessa. È un popolo dove spuntano senza sollevare proteste, al massimo qualche sorriso, anche le bandiere del GayLib, il movimento dei gay liberali di centrodestra, che per bocca del loro presidente Enrico Oliari chiedono il riconoscimento «dell’unione omoaffettiva nel programma del Pdl, perché anche questa è una libertà del popolo, come dimostrano del resto analoghe battaglie delle destre in tutta Europa e perfino tra i repubblicani negli States».

Comunque sono lì tutti per vedere «il Silvio», magari sognando di stringergli la mano, di certo per gridargli che sono ancora una volta con lui. E una volta dentro, sotto quelle vetrate ad arco oggi impolverate, ma che un tempo sono state anche moderne, è la torcida azzurra, il Maracanà della fede politica, ’o Vesuvio dei sentimenti repressi che finalmente eruttano lapilli, un mix rovente dove si mescolano rabbia antiprodiana e amore totale. «Silvio, Bergamo è con te», promette uno striscione sull’anello più alto; «Missaglia c’è e non vota comunista», garantisce quello accanto; «Noi non siamo bamboccioni», affermano a caratteri cubitali quelli di Azione giovani; «Clonate Silvio», sintetizza a pennarello blu, su un lenzuolo bianco, un anonimo con il raro dono della concisione.
Da una piattaforma in alto, en attendant il Cavaliere, è il complesso degli Oxxxa, quattro grilli canterini carichi di gommina, a riempire l’attesa. Per la gioia dei GayLab attaccano con le note di Ymca dei Village People; passano dai Ricchi e Poveri - «Che confusione...», accennano; «sarà perché ti amo...», risponde il pubblico - e proseguono con Balla balla, parole e musica di Umberto Balsamo, correva l’anno 1979. Musica da non star fermi. Ancheggia sugli spalti, sventolando il suo mega-tricolore, un’ex ragazza bionda. Corre sudato e felice, senza sosta, un ragazzone cinquantenne che di bandiere ne ha addirittura due. Posano in favore delle telecamere i giovani (veri, loro) giunti da Mantova indossando magliette stampate per l’occasione. Due le versioni, a seconda del sesso: «Siam felici, siam contente per Silvio Presidente», dicono in rima le femmine; «Tutti pazzi per Silvio», ribattono in prosa asciutta i maschietti.
Ma sono loro, Luisa Tonarelli e Ada Lama, miss di mezz’età dalla bresciana Leno, le più scatenate. Esibiscono un calendario autoprodotto dove appaiono avvolte nella bandiera di Forza Italia da cui spuntano due spalle nude e galeotte. E tengono ben alto un cartello: «Silvio, sei il nostro santo. Vai che noi ti seguiamo». Tutta roba che la sinistra se la sogna.

Berlusconi e Fini al Palalido di Milano. GayLib: "Ci siamo anche noi perchè bisogna continuare a insistere per cambiare la mentalita'".

PDL: OLIARI (GAYLIB), DEVE APRIRE A DIRITTI OMOSESSUALI RICONOSCERE COPPIA OMOAFFETTIVA SENZA DIRITTO ADOZIONE.
(AdnKronos) Nel centrodestra c'e' "ancora una certa chiusura nei confronti dei diritti degli omosessuali. E' indispensabile" cambiare atteggiamento. Enrico Oliari, presidente di Gaylib, l'associazione degli omosessuali di centrodestra, e' venuto al Palalido di Milano per ascoltare Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

In alto sulla gradinata inalbera un piccolo stendardo dell'associazione fondata nel 1997, che spunta tra grandi striscioni ("Silvio, Bergamo e' con te", "Missaglia c'e' e non vota comunista", "Busto Arsizio per la liberta'"). Gaylib, spiega Oliari, lancia l'idea del "riconoscimento dell'unione omoaffettiva, cioe' della sola coppia gay. E' esclusa la possibilita' di adottare minori, perche' va considerato il diritto del bambino di essere adottato e non quello della coppia da adottare".

Segnali di apertura dai vertici non ce ne sono stati, dice Oliari, ma "devo dire che ci sono stati cambiamenti sensibili nella base, e pian piano saliranno". Secondo Oliari, che milita a destra dai tempi dell'Msi, "bisogna continuare a insistere per cambiare la mentalita' del centrodestra. In tutta Europa la coppia gay e' riconosciuta, tranne che in Irlanda e in Austria. L'Italia e' stata superata dal Venezuela e dal Sudafrica". Non e' una tematica che interessa poche persone: "Secondo l'Oms in Italia ci sono 3-4 mln di omosessuali", spiega. "Noi - conclude - non attacchiamo la famiglia tradizionale: il vero attacco alla famiglia non viene dai gay, ma dall'alto costo della vita".
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venerdì 29 febbraio 2008

Pdl. Berlusconi mette la Brambilla alla porta? Ai circoli solo 3 seggi.

(La Stampa) A Ferragosto dell’anno scorso pareva destinata a salvare il centrodestra, l’unta del Signore (Berlusconi) che doveva sostituirlo (in prospettiva) alla guida del suo nuovo partito e (forse) persino a Palazzo Chigi. Faceva persino tremare i maggiorenti di Forza Italia.

Ieri mattina la rossa di Calolziocorte, quando ha letto quella cifra sui giornali, ha capito tutto. Tre su 340. Michela Vittoria Brambilla non serve più alla causa, vale pochi seggi, da considerare nel computo dei 182 che Fi conta di avere alla Camera. Naturalmente nel caso che il Pdl vinca le elezioni con 340 deputati.
La vendetta si è consumata in sei mesi. «Chi crede di essere, Mvb?». E così a Lecco sono arrivate le prime telefonate dei suoi: «Ma come? E il posto in Parlamento che mi avevi promesso?». Niente, cancellato. Eppure lei aveva una lista pronta con 36 nomi. Lei reagisce con la solita grinta e cerca di tranquillizzare tutti: «Stanno dando i numeri del lotto? Dobbiamo ancora cominciare la trattativa, noi. La manfrina con Fini e quelli di An è andata avanti fino a notte fonda l’altra sera, c’erano di mezzo anche i finanziamenti elettorali...».

In realtà, ieri Mvb si è data per malata. A Roma non si è fatta vedere, al comitato Pdl che al Plebiscito tratta per le candidature, dove c’è un grande esperto di questi tavoli, il presidente del Copaco ed ex ministro Claudio Scajola. Il quale dice: «Beh, i Circoli della libertà non sono un altro partito, stanno all’interno della quota di Forza Italia. Se ci sono dei candidati validi, li prenderemo in considerazione. Ma soltanto se sono di serie A. Se sono di serie C, preferiremo i nostri». Chiaro? Eppure lei non molla. «Va avanti da un anno, là dentro: Berlusconi sa benissimo che senza di noi il Pdl non può vincere “bene”, come spera di fare lui. Noi siamo determinanti: con quali soldati faranno la campagna elettorale del Pdl? Con i nostri, che sono sempre in piazza. No, non mi fermeranno le beghe con i soliti noti di Forza Italia».

Il tramonto annunciato di Michela la Rossa, che ha fatto scrivere fiumi di commenti e ritratti ammirati da tutti i giornali annunciati, è servito. Eppure lei reagisce. Mvb: «Mica siamo come Rotondi, che non conta niente... Nei Circoli ci sono gli elettori dell’Udc, che con i nostri candidati voteranno Pdl e non Casini. Questo il Presidente (con la P maiuscola, ovviamente) lo sa! Io mi fido, sappiamo che alla fine deciderà Lui: e ha bisogno di noi per fare le “liste pulite” di cui parlano i giornali, per rinnovare l’immagine. Ci sono fior di imprenditori pronti a scendere in politica con noi».

Michela Vittoria Brambilla è furiosa, ridotta sulla difensiva. Non può accettare che i Circoli fossero un’idea usa-e-getta, della quale il Cavaliere si è già stancato. Il suo staff parla di 6500 sedi aperte dopo i pullman in giro per l’Italia a fare già la campagna elettorale. Ma chi li ha visti davvero? Domani a Milano tornerà in piazza, nei gazebo dove si svolgono le primarie sul programma Pdl. Ammette: «Siamo un po’ indietro, dobbiamo darci una mossa». In effetti il progetto dei Circoli poteva portarli ad avere un ruolo più importante in tempi lunghi e magari con un’altra legge elettorale. Adesso sembrano quasi inutili nella battaglia con Veltroni.

Alessandra Ghisleri, di Euromedia Research, ha la sua spiegazione: «Una nuova forza politica non ancora stabilizzata sul territorio, come sono oggi i Circoli della Brambilla o la Destra della Santanchè, non è affatto favorita da questo sistema elettorale: fatica ad affacciarsi sulla scena politica. Risulta persino difficile capire quanto pesano elettoralmente. Altra cosa è per un nome come Michela Vittoria Brambilla, che invece appare ben consolidato».

Tradotto: non conta nulla. Bocciata. E il senatore azzurro Paolo Guzzanti, che nell’agosto 2006 stava scrivendo il programma del nuovo Partito del Popolo, con il vicepresidente dell’Ue Franco Frattini a fare il tifo da Bruxelles insieme con i nemici della diarchia Bondi-Cicchitto, ora è molto freddo: «Se Prodi avesse resistito fino a fine legislatura, con Berlusconi ormai all’età di 75 anni, avrebbe avuto un senso poter presentare un volto nuovo per Palazzo Chigi, come Mvb. Forse il Cavaliere aveva in mente questo, in agosto. Ma la rivoluzione del predellino ha cancellato tutto». Si vedrà al tavolo di Palazzo Grazioli. E qualcuno azzarda la cifra: 10 seggi. Più di Rotondi. Questa pare la linea del Piave di Michela Vittoria.

Veltroni e la sinistra all'inseguimento del voto gay.

Silvio Berlusconi lo aveva detto esattamente un anno fa: «I gay sono tutti dall'altra parte». Non sbagliava. Certo magari non tutti, ma una buona parte sicuro. O almeno è quello che vorrebbero far credere i partiti dell'ormai ex Unione che hanno avviato una vera e propria gara alla conquista del voto omosessuale.
(Nicola Imberti - Il Tempo) Ad aprire la competizione è stato, come era prevedibile, il segretario del Pd Walter Veltroni che, dopo aver conquistato i cuori dei cattolici, al grido di «si può fare», si è lanciato in un'altra grande impresa. Per la verità il candidato premier si è offeso un po' per un articolo del Corriere della Sera che gli rinfacciava l'assenza di candidature «gay-friendly». Così, mentre era intento a spiegare che il Pd è il vero «partito del lavoro», ha tirato fuori dal cilindro Paola Concia, leader storica di Gayleft (la consulta lesbica, gay, bisex e transgender dei Ds) e ora portavoce del Tavolo Lgbt del Pd.
«Una delle personalità più impegnate a favore dei diritti degli omosessuali - spiega - sarà nelle nostre liste. Non ci sarebbe stato neanche bisogno di dirlo se purtroppo non ci fosse mala informazione». Ma per un Veltroni che chiude, c'è un Giordano che rilancia.
Il segretario di Rifondazione Comunista, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, risponde indirettamente al segretario del Pd: «Per noi non è un problema ospitare personalità che si sono battute sul tema dei diritti civili. Ricandideremo Vladimir Luxuria e Titti De Simone».
E siccome non c'è due senza tre, ecco spuntare Franco Grillini. Il presidente onorario dell'Arcigay, oggi deputato del Partito Socialista di Enrico Boselli boccia gli ex alleati: «Finora il Partito Socialista è l'unica formazione politica che si rivolge esplicitamente alla comunità lesbica, gay, bisex e trans con una campagna incentrata sui diritti civili delle coppie di fatto».
In tutta questa confusione la domanda sorge spontanea: ma il mondo omosessuale che dice? L'Arcigay ci tiene a sottolineare che, ad oggi, «nessun leader dell'associazione è stato candidato in qualsivoglia lista elettorale». Anzi, domani e domenica, si riuniranno a Bologna gli stati generali per decidere la linea in vista del voto del 13 e del 14 aprile. E sembra abbastanza concreta la possibilità che, alla fine, il presidente nazionale Aurelio Mancuso accetti la proposta di una candidatura nella Sinistra l'Arcobaleno.
Nel frattempo le donne di Arcilesbica si dichiarano «allibite dal gioco delle candidature», mentre gli attivisti del Cassero, probabilmente il circolo omosessuale più importante e influente d'Italia, criticano Veltroni («crediamo abbia un po' sbagliato mira») e sottolineano che «nei vari partiti ci sono delle ambiguità». Insomma, sarà anche vero come dice il Cavaliere che i gay stanno tutti dall'altra parte, ma sarebbe bello capire quale parte.

giovedì 28 febbraio 2008

Berlusconi non riceve i gay di destra. Oliari, GayLib: "Nel centrodestra c'e' una falsa dialettica sul tema della famiglia".

OLIARI (GAYLIB), IN PDL OSTRUZIONISMO VERSO I GAY "Nel centrodestra c'e' una falsa dialettica sul tema della famiglia".

(Ansa) Nel Pdl non ci sono candidati omosessuali alle prossime elezioni politiche, perche' c'e' un vero e proprio ostruzionismo nei confronti dei gay: lo denuncia Enrico Oliari(nella foto), presidente nazionale di Gaylib, l'associazione che raccoglie gay e lesbiche di centrodestra.
E aggiunge che questo, per un partito che si richiama alla liberta', e' una contraddizione forte.
''Speravamo di essere chiamati - dice Oliari all'ANSA - ma non e' avvenuto. Avevamo anche chiesto un incontro a Berlusconi poco tempo fa, ma senza esito''.
Il problema di fondo, secondo il presidente di Gaylib, e' che nel centrodestra ''c'e' una falsa dialettica sul tema della famiglia: vogliono essere identificati come i paladini di questa istituzione e temono che sostenere i diritti degli omosessuali possa essere interpretato come una messa in discussione della famiglia''.
''Ma non e' cosi' - assicura - non sono certo i gay a creare problemi alle famiglie italiane, ma i salari, i prezzi, i mutui e cosi' via''.
Proprio per ''bypassare'' il problema, Gaylib chiede il ''riconoscimento dei diritti delle sole coppie gay, non di tutte le coppie di fatto, cosi' e' chiaro che non vogliamo attentare alla famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio''.
La questione candidature ''purtroppo e' ormai chiusa'', ma i gay di centrodestra, avverte Oliari, saranno l'8 marzo a Milano, all'inaugurazione della campagna elettorale del Popolo delle liberta', ''con le nostre bandiere e i nostri volantini''. Perche' ''gli omosessuali non sono solo nel centrosinistra''.

Perchè un gay dovrebbe votare centrodestra? Ce lo spiega GayLib.

Negli ultimi dieci giorni, dopo l’imbandierato blitz di GayLib lo scorso 9 febbraio al Teatro Nuovo di Milano di fronte al presidente Silvio Berlusconi, con annessa la diffusione ai giornalisti della proposta di legge per il riconoscimento delle Unioni Omoaffettive, alternativa a tutte quelle presentate sinora dai partiti e dalle associazioni di sinistra e dopo il clamore mediatico, sui siti gay e sulla stampa nazionale, che la nostra presenza ha suscitato, le notizie più sorprendenti, in realtà deprimenti, continuano a venire dagli esponenti di sinistra del movimento gay italiano.

Una schiera di attivisti, quasi tutti dell’Arcigay, dalle colonne de L’Unità hanno pensato bene di firmare un manifesto in cui, novità delle novità, per il prossimo 13 aprile invitano la comunità gay a votare per il Partito Democratico di Veltroni.
Li ha convinti il nuovo verbo “obamiano” di Veltroni. Yes we can. Si può fare. Li hanno convinti le solite parole confuse, da campagna elettorale, che l’ex sindaco di Roma ha usato per dare il contentino ai gay (molto meno di quell’aglietto con cui i romani si riconsolano, nell’adagio popolare, dopo una cocente delusione). Fatto sta che a questi gay italiani è andata bene così. Si fidano del fatto che nella prossima legislatura il PD ridiscuterà di omofobia, perché discriminare i gay è brutto e cattivo. Se lo dice Uolter, perché non fidarsi?
Alcuni di loro, poi, esattamente quelli di ala radicale, si dicono rassicurati dal fatto che, dopo giorni di elemosina, sua maestà Veltroni ha fatto la grazia e, commosso, non ha messo il dito tra Pannella e la Bonino. Così, pur di non avere una lista radicale tra i piedi, il buonissimo Walter fa spazio, nel PD, a Emma e ad altri nove radicali col lasciapassare del vecchio Marco, pronto a farsi da parte in nome del sacro rimborso elettorale.
I firmatari del manifesto gay per il PD, in larga parte giovani anche stimati e molti di loro, per chi scrive, veri e personali amici, sottoscrivono, insomma, la regressione della sinistra italiana in un partito che di sinistra non ha più nulla, nemmeno la tradizione, rimasta in mano ai socialisti e alla Sinistra Arcobaleno. Oltre ad aver perso anche la natura, almeno sulla carta, pro-rights che la vecchia Unione prodiana aveva garantito nel programma.
Di froci, insomma, non si deve parlare se non come presunte vittime di una violenza che finalmente, dal 17 maggio 2005, ha trovato il suo vero nome: omofobia. Per questo questi vari componenti del Consiglio nazionale di Arcigay (tra i quali l’ex presidente Sergio Lo Giudice) ci dicono di votare PD. Complimenti per il grande passo in avanti. Fermo restando che dovranno sempre vedersela con la Binetti.
Unica nota positiva e di coerenza in tutta la contorta storiella finto-kennedyana è la firma che manca nel novello gayo appello pro Uolter. Tra i poco accorti consiglieri della comunità gay, infatti, non compare Aurelio Mancuso che di Arcigay è il presidente nazionale. Autore, con uno stile e dei verbi talora discutibili, di alcune prese di posizione forti. Strappò la tessera dei Ds, lo scorso anno, senza a quanto pare prendere quella del PD. C’era chi aveva detto, a suo tempo, che volesse fare un suo partitino tematico (se l’ha fatto Ferrara sull’aborto perché non potrebbe farlo Mancuso sui gay o il marito della scimmia Cita sulla curvatura delle banane?). In linea di principio, sebbene scarsamente condivisibile ai fini pratici, avrebbe più senso di una ennesima adesione a scatola chiusa al manifesto di un partito che sembra fatto più che altro delle belle parole e degli slogan del suo leader, oltre che della prepotenza cattolica che vi insiste dentro non meno che nel “nostro” Popolo della Libertà.
Ed eccoci alle dolenti note. Il nuovo listone che forse diventerà partito di Berlusconi e Fini. Niente di nuovo sotto il sole. I verbi del 1994 (che in sé sarebbero un bene), gli atteggiamenti del 2001 da sfigati e incolti (ma troppo sicuri di sé…Occhio alle sorprese!) prossimi marciatori su Roma ma con un Udc in meno (e non è poco in prospettiva), un Capezzone in più che rappresenta il futuro del movimento radicale in Italia, a fianco ai bravi, coerenti e coraggiosi Benedetto Della Vedova, Marco Taradash e Peppino Galderisi, sempre a fianco a GayLib negli ultimi Pride.
Non ci basta, tuttavia, e ci mancherebbe, a trovare la forza per fare appelli a chi e per cosa. Qui rimaniamo, però, in coerenza con la nostra battaglia culturale interna al movimento gay e al tempo stesso organica al centrodestra. In attesa che anche Berlusconi voglia fare davvero, nei fatti, l’americano. Organizzando delle Primarie vere su liste, idee e programmi. Così da capire una volta per tutte il vero pensiero del Popolo della Libertà.
Saremo, dunque, nel partitone a fare la minoranza. Come nelle vere assemblee democratiche. Da rompiscatole professionisti quali ci vantiamo di essere e senza il bisogno di sbandierare entusiasmi elettoralistici che, al momento, proprio non abbiamo. I nostri amici gay del PD avrebbero fatto molta più notizia se, come siamo pronti a fare noi nel PdL, anche loro nel PD al Veltroni-Obama fossero andati a dire a chiare note il loro sonoro No we can’t.

GayLib
Enrico Oliari e Daniele Priori.