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venerdì 18 luglio 2008

Ecco il sondaggio segreto sulla disfatta che Veltroni ha tenuto segreto.


(Carlo Puca - Panorama) La caduta di Romano Prodi, le dimissioni da sindaco di Walter Veltroni, il bagno di sangue di Francesco Rutelli. Ancora: i veleni, le risse di questi giorni, i rischi di scissione del Partito democratico. A voler essere colpevolisti, tutto potrebbe dipendere da un dettaglio in grado di spiegare la storia recente del centrosinistra italiano: un documento di 58 cartelle del gennaio 2008. Un sondaggio della Ipsos, per la precisione.

S'intitola «L'analisi di trend del biennio 2006-2007» ed è stato commissionato dal Comune di Roma al tempo della giunta veltroniana. Consegnato in Campidoglio nel gennaio 2007, è rimasto occultato per mesi al Pd, nascosto a Prodi e persino al candidato Rutelli. Panorama è riuscito a scovarlo in un armadio dimenticato da tutti, anche dagli uomini di Veltroni. Era fra vecchie carte invece che sul sito del comune, come da prassi, poiché commissionato dall'assessorato alla Cultura con delega alla comunicazione. Quella di Ipsos, insomma, è una ricerca che poteva essere pubblica ma non lo è stata. Chissà perché.

ROMA MONITORAGGIO COMUNE (2006-2007) (pps)
Unica certezza sono i numeri, che denunciano lo stato del rapporto tra Veltroni e i suoi (ex) elettori romani: a dicembre 2007, rispetto al 2006, la fiducia verso l'amministrazione comunale era crollata di 20 punti secchi. In appena 24 mesi. Una catastrofe.

Nel sondaggio, a bocciare il leader del Pd è la totalità delle categorie, dai disoccupati (meno 36 per cento) agli impiegati (meno 14). Ma pure la totalità dei quartieri, dal centro (meno 28 per cento) a Ostia (meno 15). In generale, il 58 per cento dei cittadini dichiara di avere «poca o per nulla» fiducia nell'amministrazione. Il 51 per cento dei romani aggiunge pure di non sentirsi sicuro. Insomma, tra il sindaco e i romani si era rotto qualcosa. Anzi, si era rotto tutto.

La conferma più netta arriva da una domanda, la seguente: «Pensando al 207, lei ritiene che rispetto al 2006 Roma sia...». Risposte: peggiorata (48 per cento), negativa come nel 2006 (22), positiva come nel 206 (10), migliorata (18). Riassumendo: nel dicembre 2007, il 70 per cento dei romani riteneva la capitale ridotta ai minimi termini. Altro che edonismo veltroniano. Altro che modello Roma.

Si tratta di un giudizio grave se rapportato a un sindaco rieletto a furor di popolo dopo 5 anni di splendida luna di miele con la città. Nella primavera 2006, per riconquistare il Campidoglio all'allora Walterissimo bastò il primo turno. Ottenne il 61,4 per cento dei voti, contro il 37,1 di Gianni Alemanno. Il quale ha dovuto attendere appena 2 anni per la rivincita. Stando al sondaggio, quasi una passeggiata di salute.

Ora per un attimo entriamo nel campo dei sospetti. Secondo la ricostruzione di Panorama, una prima versione, parziale, del documento Ipsos viene consegnata agli uffici del comune a metà gennaio 2008. Quattro, cinque giorni al massimo e arriva il 19 gennaio. E' un giorno «epico» per Veltroni. A Orvieto, all'assemblea dell'associazione LibertàEguale, spara, secondo Rosy Bindi, due bombe sul governo Prodi. Con la prima ribadisce, accalorato, che il dialogo con Berlusconi è indispensabile: «C'è molta gente che mi dice: sta' attento a Silvio! Ma non si può approvare una legge elettorale senza il concorso di Berlusconi».

La seconda bomba è ancor più fragorosa: «Qualunque sarà la legge elettorale, il Pd correrà da solo, senza l'apparentamento con altri partiti». Apriti cielo.
Dal comunista Franco Giordano alla stessa Bindi, decine di esponenti dell'Unione di governo accusano: «Walter si sta preparando alle elezioni». Dopo arriverà la pistola fumante di Clemente Mastella. Ma ancora oggi, a 5 mesi dal lutto, gli orfani di Prodi accusano il «traditore» Veltroni.

Il 13 febbraio il leader del Pd si dimette da sindaco per candidarsi alle politiche. Insieme al suo (W)alter ego Goffredo Bettini offre il Campidoglio a Rutelli, che accetta e perde. Tre settimane fa Bettini lo scarica («A Roma abbiamo sbagliato candidato»), salvo poi «precisare» il suo pensiero. Ma il messaggio è arrivato a tutti, chiaro e forte.
Eppure, secondo il sondaggio Rutelli è arrivato alle elezioni da sconfitto annunciato. L'apparenza mediatica, i bagni di folla veltroniani, il sistema di potere sembravano garantirgli una vittoria ampia e sicura. E invece la città reale, quella dell'Ipsos, era da un'altra parte.

Ma a Rutelli il sondaggio era stato consegnato? «No, non ne sapevamo niente», giurano i suoi fedelissimi che, sospettosi, attendono «la pubblicazione della rilevazione per capire meglio al faccenda». Né conoscevano la ricerca i prodiani. Gente che però non si stupisce. Basta guardare le date, suggeriscono, «per capire che Veltroni è fuggito da Roma per salvarsi da disastro mediatico». Dissesto finanziario compreso.

Il risultato è il tutti contro Veltroni: prodiani, rutelliani, dalemiani, ché intorno a Massimo sono anni che si cristallizzano i nemici di Walter. L'Ultima rissa è andata in onda il 14 luglio, al seminario di Italianieuropei sulla legge elettorale. Un pretesto per contarsi in vista di un congresso sempre più certo. Mas, visto il quadro, a essere incerta è la sopravvivenza del Partito democratico: non serve l'Ipsos per certificarlo.

LE CIFRE DELLA CATASTROFE VELTRONIANA
Da "Panorama"

Uno dei grafici allegati al sondaggio della Ipsos. Composta da 50 cartelle, la ricerca segnala il malcontento dei romani verso Veltroni.

-13% Soddisfazione per i servizi del comune
-5% Viabilità e traffico
-7% Assistenza agli anziani
-8% Operato dei vigili urbani
-8% Mense e refezione scolastica
-9% Parcheggi pubblici
-9% Attività culturali
-9% Cura e manutenzione del verde
-9% Cura monumenti luoghi artistici
-10% Scuole pubbliche comunali
-11% Cura e manutenzione della città
-15% Anagrafe e sportelli di municipio

L’analisi di Veltroni: “L’Italia sta precipitando” e “Il Berlusconismo è finito”.

(Panorama) “L’Italia sta precipitando”. “Il Berlusconismo è finito”. “Il governo ha perso dieci punti”.
Su queste tre affermazioni, il segretario del Pd Walter Veltroni basa la sua analisi politica. E la espone, a Milano a margine di un incontro con i giovani militanti del partito democratico, rispondendo indirettamente a Silvio Berlusconi e citando citato i dati dell’Istat che vedono una produzione industriale in calo del 5% e il rapporto della Svimez secondo il quale vi sarebbe uno spostamento dal Sud verso il nord di almeno 600 mila immigrati.

Da settimane, ha sottolineato Veltroni, “Si sta discutendo di una persona sola mentre tutti gli indici dell’economia sono negativi e preoccupanti. Questo significa recessione” ha proseguito. “il che vuol dire che l’Italia è l’ultima in Europa per il Pil. Cos’altro può succedere che l’Italia sta precipitando?”, si è chiesto Veltroni. E tuttavia, secondo il leader democratico: “Il governo non sta mantenendo le promesse anzi in quattro anni ci sono stati investimenti minori per dieci miliardi di euro. Chiaramente una persona seria non può attribuire queste cifre solo al governo attuale” ha proseguito Veltroni “ma quello che si può rimproverare a questo governo è il fatto che parli continuamente di altro mentre invece occorre aiutare la crescita. In caso contrario” ha concluso “il paese continua a precipitare”.
Dopo aver sancito la fine del berlusconismo, il leader del Pd ha dichiarato anche il crollo dei consensi dell’esecutivo legato alla crisi economica: “Il nostro Paese ancora oggi non è maturo: a tre mesi dal suo insediamento questo governo ha perso 10 punti in poche settimane”.

Fin qui la lettura della situazione del Paese e le critiche. Quanto alle soluzioni, il leader del Pd ha indicato come unica strada la costruzione di una cultura riformista. “Solo una cultura riformista, infatti”, ha detto Veltroni “può produrre questa innovazione”. “Il giorno in cui vinceremo” ha concluso Veltroni “dovremo essere in grado non di lottizzare ma di cambiare questo Paese con uno schieramento in grado di far smettere a questo Paese di precipitare”.
“Dobbiamo saperci distinguere”, è questo il consiglio lanciato dal leader del Pd Walter Veltroni alla platea di giovani militanti: “Perché capita sempre che c’è chi la spara più di te. Noi dobbiamo ottenere risultati e credibilità”

C’è posto, infine, anche per l’affondo contro il circo mediatico. Per il segretario Pd il diverso trattamento riservato agli omicidi dalla televisione cambia la percezione di insicurezza dei cittadini. “Gli omicidi si sono dimezzati” ha spiegato Veltroni “ma ogni singolo omicidio, quando era al governo il centrosinistra, era l’apertura delle televisioni. Da quando è al governo la destra è la 38/a notizia. Questo cambia la percezione dei cittadini”. Il leader del Pd si è poi chiesto cosa resterà una volta “finito l’alimento della paura” alle nuove generazioni, prospettando un futuro in cui “i figli delle famiglie ricche andranno a studiare all’estero, per i più deboli ci sarà l’abbandono mentre per i giovani del meridione ci sarà l’emigrazione”. Secondo Veltroni qui sta la differenza del Pd, “la nostra sfida”, e cioè quella di “dare risposte di medio-lungo periodo. È la nostra grande missione storica”.

Parla Bersani, candidato (ombra) a sostituire Walter.

Pierluigi Bersani e Walter Veltroni

(Panorama) “Noi non diventeremo mai come Silvio Berlusconi. Per la nostra gente il problema numero uno è organizzare un collettivo. Non credo che oggi ci sia un problema Walter Veltroni, ma c’è il problema di organizzare il partito, metterlo nella sua fisiologia. Bisogna attivare un meccanismo di corresponsabilità. E su questo il segretario per primo deve dare una mano. Anche nel suo interesse. Un leader, chiunque sia, non può farsi carico di tutto e dove non arriva lui può arrivare il collettivo”.

La pensa e la dice così il ministro ombra dell’Economia Pierluigi Bersani in un’intervista sulla situazione del Pd che apparirà sul prossimo numero di Panorama, in edicola da venerdì 18 luglio.

Nell’intervista Bersani si pronuncia contro l’ipotesi di anticipare il congresso del Pd. “È bene che il congresso si faccia nel 2009. Sarò antiquato, ma un congresso vero non si fa senza iscritti. Vorrei che il primo congresso del Pd avvenisse pienamente dentro le regole statutarie. Basta con l’emergenza della fase costituente”.

Quanto al futuro della segreteria di Veltroni, l’esponente del Pd osserva: “Entrati nella fase fisiologica, il leader è il garante di una piattaforma politica. Al congresso del 2009 può darsi che si misurino diverse piattaforme. Vedremo”.

venerdì 25 aprile 2008

Maurizio Belpietro: Perdono perché si sentono i migliori.

Francesco Rutelli e Walter Veltroni, due sindaci di Roma
L’Editoriale

(Panorama) A sinistra si discute delle ragioni dello smottamento elettorale. Nella hit parade delle cause domina l’incapacità di parlare al Nord e qualcuno, per porre fine alla lacuna, si è perfino spinto a immaginare un Partito democratico del Settentrione, che nel futuro sia capace di radicarsi sul territorio così come ha fatto il Carroccio. Idea in sé suggestiva, ma senza possibilità alcuna di successo: credere che bastino dei leghisti in camicia rossa, anziché verde, a risollevare le sorti del Pd, è come pensare che sia sufficiente cambiar nome a un partito per ottenere in cambio dei voti.
La batosta in realtà ha motivazioni più profonde. La sinistra non ha perso per non aver saputo parlare al Nord, semmai per non aver saputo ascoltare. Vittime del loro complesso di superiorità, molti dirigenti del Pd hanno in questi mesi impartito lezioni agli elettori ma non sono riusciti a prenderne da questi nemmeno una. Se avessero ascoltato, molto probabilmente avrebbero capito ciò che gli italiani vogliono. Un esempio? Nei giorni scorsi mi è capitato di partecipare a Porta a porta e in studio vi erano gli ex ministri Rosy Bindi e Livia Turco. Invece di essere ammutolite dalle proporzioni della sconfitta, le due onorevoli spiegavano con granitica certezza che la Lega ha vinto perché ha fatto leva sulle paure della gente. A oltre vent’anni dalla sua nascita, si continua a liquidare il movimento di Umberto Bossi come un partito che fa un uso politico della paura.
In pratica non sarebbero gli italiani a provare inquietudine per l’aumento della criminalità, e in particolare di quella d’importazione, ma sarebbe il Senatùr che li aizza, speculando su delinquenti ed extracomunitari. L’implicita convinzione è che gli elettori che si fanno incantare da Bossi sono dei sempliciotti, gente un po’ rozza, che non sa, che non conosce, come invece sa e conosce chi come Bindi e Turco ha letto e si è documentato. A sorreggere il ragionamento c’è, ovviamente, la certezza dei democratici di essere la parte migliore del Paese.
Il complesso di superiorità spesso acceca. Politici e intellettuali si sono a lungo rifiutati di considerare l’angoscia per l’espandersi della delinquenza come un problema, negando che esistesse o sostenendo che fosse irrazionale, dovuta alle manipolazioni dei mass media e di alcune forze politiche. Ma già nel ‘98 gli studiosi hanno accertato che il timore della criminalità è un fenomeno sociale imponente, che riguarda oltre 14 milioni di italiani. E a distanza di dieci anni è facile immaginare che il senso di smarrimento non sia diminuito.
Gli elettori, dunque, non hanno paura perché glielo dice Bossi, ma perché vedono ciò che quotidianamente accade intorno a loro. Per capire che il collegamento tra criminalità e immigrazione non è frutto di una strumentalizzazione elettorale, basterebbe leggere i rapporti del ministero dell’Interno: il 51 per cento dei denunciati per rapine o furti in abitazione è straniero, come pure il 39 per cento dei denunciati per violenze sessuali, e il tasso di criminalità degli extracomunitari irregolari è 28 volte superiore a quello degli italiani.
Dire che gli immigrati commettono, in percentuale, più reati degli italiani non è dunque un pregiudizio. Semmai il pregiudizio è, alla rovescia, quello di una parte politica che, quando viene bocciata, non dice mai di aver sbagliato, ma spiega che a sbagliare sono gli elettori. È una specie di razzismo, un mito di superiorità: non della razza, ma della sinistra.

mercoledì 23 aprile 2008

Veltroni e i capigruppo del Pd. La soluzione del rebus sta al Campidoglio.

Il sindaco di Roma e candidato segretario del Pd Walter Veltroni (dx) e la presidente del gruppo dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro
(Panorama) La composizione della squadra? Un bel rebus. E non solo per il Cavaliere, prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Anche il “principale esponente dello schieramento avverso”, alias Walter Veltroni, è alle prese con il rebus. A chi affidare la guida dei gruppi parlamentari dei Democratici alla Camera e al Senato?

Molto (quasi tutto) dipende dal ballottaggio in Campidoglio. E tante sono le ipotesi e le opinioni che ruotano intorno alla sfida tra Rutelli e Alemanno. Un punto fermo, tuttavia c’è. Anzi, sono due. Il primo riguarda il rapporto tra Pd e Idv, proprio sulla formazione di una compagine unitaria in Parlamento. Il nodo, secondo quanto sintetizza il capogruppo dell’Idv alla Camera, Massimo Donadi che, insieme a Leoluca Orlando ha incontrato al loft Dario Franceschini e Goffredo Bettini, non è ancora stato sciolto. Però, sostiene Donadi, “c’è totale armonia sull’approdo finale che è quello del partito unico”. C’è solo una differenza (non da poco) sui tempi: “O sono tre mesi o sono due anni” dice Donadi “ma di certo faremo il partito unico entro questa legislatura. Il gruppo unico è solo una conseguenza”. Quindi, se non ci sarà immediatamente il gruppo unico, è probabile che ci sia una federazione e un forte coordinamento tra i due gruppi con uno speaker unico in Parlamento per i provvedimenti più importanti.

La differenza la fanno i tempi, anche in casa Pd. In attesa che Di Pietro entri a far parte della pattuglia, ecco l’altro punto fermo a cui è aggrappato il segretario Veltroni: dare una presidenza dei gruppi del Pd di Montecitorio e Palazzo Madama agli ex Ds e una agli ex Dl. Prima di maggio (il 29 aprile si inaugura la XVI Legislatura), il segretario deve mettere a posto gli incastri di quella sorta di “cubo di Rubik” che sono le scelte dei capigruppo, dei loro vice, delle vicepresidenze di Montecitorio e di Palazzo Madama e dei ministri-ombra dell’annunciato “shadow cabinet”. L’ipotesi al momento più accreditata, sempre che Rutelli vinca il ballottaggio a Roma, è che alla Camera resti un popolare e al Senato un diessino. Lo schema potrebbe allora essere Fioroni a Montecitorio e Chiti, Latorre o Morando a Palazzo Madama. Anche se quest’ultimo pare in netto vantaggio rispetto agli altri due.
Sarebbe soprattutto Franco Marini a spingere in questa direzione perché l’attuale seconda carica dello Stato dovrebbe andare a ricoprire il posto di Prodi come presidente del partito e tra i senatori ex-Dl non ci sono le personalità più “rappresentative e forti” di quell’area.

Secondo fonti del loft, il segretario però è tra chi spinge per una “linea di continuità”, ossia riconfermare gli attuali responsabili Antonello Soro (vicino al vice Franceschini) e Anna Finocchiaro (dalemania doc), anche a costo di contravvenire uno dei suoi pallini: il rinnovamento delle poltrone. Cambio che Massimo D’Alema invece vorrebbe. E con queste novità: Pier Luigi Bersani a guidare i 217 deputati a Montecitorio e a Palazzo Madama,a capo dei 118 senatori, l’ex margheritino Luigi Zanda. Con Bersani in campo, anche Piero Fassino potrebbe avanzare una nomina di pari livello, se non in Parlamento almeno nel governo ombra annunciato da Veltroni.

Ecco perché con tutte queste caselle da riempire, con il rischio che spostandone una crolli l’organigramma, a Veltroni, per ora conviene congelare gli incarichi attuali e sperare… Che Rutelli vinca la sfida, che Roma resti del Pd, che lui stesso possa stare saldo in sella alla guida del partito.

giovedì 17 aprile 2008

Buttamo ar tevere er Cicoria? I gay romani non ci stanno e dicono no a Rutelli.

(Psiko) Eh, ma Alemanno è quello delle spranghe, è un fascista, è uno di destra...
Bene. Con le persone che vivono le elezioni quasi fossero una partita di pallone, dove deve vincere il Napoli o la Juve o la Roma, è meglio non perdere troppo tempo. Queste elezioni hanno già mostrato come questi tenutari di bandiere ideologiche saranno cancellati dalla storia di questo paese. Aggiungo: è un bene.

Vediamo, osserviamo i candidati al campidoglio. Francesco Rutelli e Giovanni Alemanno.
Io non ricordo dichiarazioni di Alemanno omofobe, razziste, antieconomiche, illiberali, filoclericali, classiste, violente o fasciste. Non mi pare sia solito cenare, bellamente, con il cardinal Bagnasco. Non è lui ad essere fortemente sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, o dalla Consulta Islamica o dall'Unione delle Comunità Ebraiche. Non è fra i diretti responsabili dell'insabbiamento di qualsivoglia estensione dei diritti sociali in questo paese. Non ricordo sue dichiarazioni apertamente contrastanti con il testamento biologico, ad esempio. Non lo ricordo nell'attacco alla 194. Non ricordo suoi assessori condannati con sentenza definitiva per eccesso di consulenze esterne (sentenza n. 1379, del 25 gennaio 2006, Corte di Cassazione - Sezioni Unite.)
Giovanni Alemanno è stato Ministro per le Politiche Agricole, fra il 2001 e il 2006, nel governo Berlusconi; ed ha lavorato bene. Più che bene. Molto.
È una persona seria, che guarda agli obiettivi senza disdegnare collaborazioni con i (da lui) più lontani segmenti della società italiana. È sveglio, brillante.

Di Francesco Rutelli non credo si possa dire altrettanto. Anzi. Penso tutto il male possibile nei confronti del secondo ex sindaco di Roma. Farlo vincere significherebbe consegnare all'immobilismo, alla decadenza, e al Papa, questa città. Nei prossimi dieci anni il nostro paese subirà forti cambiamenti, sia in un'ottica interna sia nel piano dell'europa. Tagliar fuori la Capitale consegnandola ad un personaggio come Rutelli può segnarne il declino, ancor più che Milano - con l'expo, con la tav, con malpensa, con un nuovo governatore leghista - farà passi da gigante.

Problema. Alemanno è apertamente appoggiato dai (sic!) tassisti, che - notoriamente - sono emanazione propria del male assoluto. Però. Se non farà stronzate in queste due settimane. Qui lo si vota. Ché i numeri per vincere li ha.

La sinistra non è andata a votare, o ha votato altro. Questo è il momento (probabilmente l'unico per molto tempo) in cui si può dare una sonora sberla ad uno dei massimi esponenti dei teodem. (Rutelli, Binetti, Bobba.) Farlo vincere a Roma, se servono altri motivi per non votarlo, significherebbe contrapporre la vittoria, seppur amministrativa, di un candidato clericale alla nazionale sconfitta del "..ma anche laico" Veltronismo.

Due settimane. Ci tocca. Son vent'anni che questa città è governata dal duo Veltroni-Rutelli. Forse è il caso di mandarli un po' a cagare, eh? Forse è il caso di buttare mr. Cicoria nel tevere. Forse.

Ce volemo da provà?
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Quel vizio antico di ritenersi i migliori.

(Marina Corradi - Circolo La Pira) Dopo il vertice del Pd, l’ex ministro Gentiloni sinte­tizza l’analisi del voto: «Non abbiamo intercettato il consenso del Nord perché è prevalso un sentimento diffuso di risentimento soprattutto nei confronti dei provvedimenti del governo, che non sono stati capiti». Dove ciò che colpisce, e che d’altronde ricorre con qual­che variante come un leit motiv nei commenti politici, è che quelli che «non hanno capito» so­no sempre gli elettori. Non hanno capito Prodi, e nemmeno Veltroni; o, lamenta la Sinistra Ar­cobaleno, «ci hanno interpretati come un resi­duato ». Errori di 'interpretazione', equivoci, misunderstanding, per la sinistra sconfitta stan­no tutti dalla parte degli elettori. Che, pare di comprendere, in certe valli e città del Nord – e anche del Sud – devono essere un po’ ottusi.

O peggio. Le lettere su 'Repubblica', trasudano amarezza. «Accorgersi che l’ignoranza è il più letale dei mali, e che in Italia abbonda, e che l’I­talia ha trovato qualcosa di più divertente da fa­re che onorare i valori della Resistenza», geme una lettrice. «Mi aspettavo più coscienza. Credo che tutti abbiano votato chi prometteva più fur­berie, più scappatoie», scrive un’altra. Come a dire che la maggioranza degli italiani si è rivela­ta, il 13 aprile, ignorante, incosciente, fascista e furbetta. La supponenza di essere – cultura e politica della sinistra – superiore, per definizio­ne e per sempre. A fronte di ciò, il pessimo ri­sveglio davanti alla vittoria di Berlusconi, e all’e­splosione addirittura della Lega. Incredibile. Nei giornali giusti, fra le grandi firme, non se ne era avuto sentore. Anzi: Eugenio Scalfari, grande maestro del giornalismo democratico e corretto, aveva annunciato un suo presentimento: «Con avversari di questo livello non si può perdere.
Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci». Intanto, gli elettori andavano convincendosi esattamente del contrario.

Le maggiori testate italiane da molto tempo so­no ispirate da un pensiero pressoché unico. È un fatto anche generazionale: buona parte degli uomini e delle donne che oggi dirigono questi giornali o ne firmano i commenti più autorevoli, si sono formati negli anni Settanta. Magari poi da quella cultura hanno preso le distanze, ma ne mantengono un imprinting indelebile: sini­stra è bello, democratico, giusto. Destra, è fasci­sta e ignorante. Cattolico poi è, ovviamente, o­scurantista – a meno che non sia cattolico 'de­mocratico' e progressista, meglio ancora se in conflitto con le gerarchie della Chiesa.

Questo spiega lo sbalordimento collettivo dopo il referendum sulla legge 40. E anche un po’ quello di oggi, quando si scopre che in certi paesi veneti o lombardi han preso il 20, 30, an­che 40% quegli 'zotici' della Lega. Che sono sempre stati considerati – ammette 'l’Unità' – «commercianti in odore di evasione, valligiani spaesati, capitalisti molecolari terrorizzati dalla globalizzazione». Ma che devono essersi allarga­ti, se han preso il 10% a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia. E che, se pure a guardarli dai salotti corretti sono dei poveri selvaggi, tut­tavia devono avere delle ragioni che non sono state comprese. Un’informazione allineata sulle sue certezze i­deologiche non aiuta a capire la realtà. Serve piuttosto a confortare, in uno specchio autore­ferenziale, la classe politica cui fa riferimento. Che a sua volta vuol credere che gli editoriali di Scalfari siano il pensiero degli italiani. Lunedì sera ci è venuta in mente la Conferenza nazio­nale sulla famiglia promossa dal governo Prodi, a Firenze, un anno fa. «Question time con le do­mande delle famiglie», fu annunciato. Ma non era che uno si alzava, e domandava al premier ciò che voleva. Gli interventi e le domande era­no stati preventivamente preparati. Un garbato dibattito fra amici. Nessuno in aperto dissenso.

Poi, le famiglie italiane sono andate a votare.

giovedì 10 aprile 2008

Delanoe a Bologna: "Si può fare".

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(Sergio Lo Giudice) Sono qui con il mio amico Walter per dire che si può fare”. Lo ha scandito in italiano dal palco del comizio di Veltroni a Bologna il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, ricevendo un’ovazione dalla gente che gremiva Piazza Maggiore per la manifestazione del Pd. ”Sono venuto per condividere una speranza con il popolo italiano”, ha detto Delanoë , che ha aggiunto di sperare ”che il Partito Democratico possa unire questo paese per prendere la strada del progresso e della crescita”. Venerdì prossimo, durante il comizio conclusivo della campagna elettorale del Pd a Roma, sarà trasmesso un video di saluto del premier spagnolo Josè Luis Zapatero.

sabato 5 aprile 2008

I gay di sinistra sbaraccano dal Pd. Piomboni presidente dell'Arcigay di Firenze lascia .

(Dire) Il presidente di Arcigay Firenze Francesco Piomboni "Il giglio rosa", eletto capolista alle primarie del Partito Democratico con la lista "A Sinistra per Veltroni" per il colleggio 4 della Toscana, lascia lo schieramento che vuole Veltroni presidente per le prossime elezioni del 13 e 14 aprile.

Il Pd, spiega oggi Piomboni, "e' un partito che mi ha deluso profondamente, cosi' come la lista 'A Sinistra per Veltroni' di Firenze". E' stato usato il nome di Arcigay Firenze- accusa- "finche' poteva far comodo per la campagna elettorale delle primarie, dopodiche', non appena si e' parlato di organizzare iniziative concrete, e non di facciata, in reale favore dei diritti civili e delle coppie omosessuali, in cui venissero prese posizioni chiare e favorevoli in merito al riconoscimento della parita' dei diritti per le persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), tutti hanno cominciato a eclissarsi dietro iniziative-fantasma in cui facevano da padrone, come sempre, solo le parole e mai i fatti". Ora- aggiunge- "non ci sto piu'. Ritengo che speculare su associazioni che si battono per i diritti civili e su persone che sperano in un'Italia migliore sia la cosa peggiore che un partito puo' fare".

Come associazione e come singolo, dice ancora il presidente dell'Arcigay di Firenze che oggi lascia il Partito democratico, "eravamo stati coinvolti dalla lista 'A Sinistra per Veltroni' di Firenze per una serie di iniziative politico-sociali, ma non appena Arcigay Firenze aveva chiarito che 'non firmera' assegni in bianco alla sinistra' (come recitava il titolo di una recente mia intervista sul bollettino 'A sinistra News' (www.goleft.it)), concordando con la 'linea dura' di Arcigay nazionale, per un caso fortuito del destino, come associazione lgbt, siamo stati esclusi da ogni dibattito pubblico".

Aggiunge Piomboni: "Mi ero candidato a titolo personale perche' avevo intravisto un'iniziale volonta' dei rappresentanti fiorentini del Pd di portare sul tavolo di discussione provinciale, regionale e nazionale i temi della lotta contro l'omotransfobia, dell'estensione al matrimonio per le coppie omosessuali, di una regolamentazione equivalente al matrimonio per le coppie conviventi". Sembrava tirasse un'aria "diversa, di vera innovazione. Purtroppo mi sbagliavo". "Sono sempre piu' amareggiato dalle dichiarazioni omofobe, quantomai preoccupanti, di alcuni candidati del Partito Democratico, per ultime quelle del generale Del Vecchio, cosi' come sono stanco dei giri di parole e delle finte promesse, anche da parte di alcuni esponenti della politica locale".

Conclude la nota: "Mi auguro solo che le tante lesbiche e i tanti gay di questo Paese non commettano l'errore di credere nelle finte promesse, da qualunque parte esse arrivino".
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La Concia e Benedino specchietti gay per le allodole. "Consiglio di ritirarsi dal Pd anche altri, come ho fatto io".
(Dire) "Concia e Benedino ultimo specchietto per le 'allodole gay' del Pd", "ho il sospetto che Paola Concia e Andrea Benedino possono fare ormai ben poco per tutelare gli omosessuali persino all'interno del Pd, figuriamoci al governo del paese". Cosi' il presidente dell'Arcigay di Firenze (che oggi ha annunciatola sua separazione dal Pd) Francesco Piomboni, attacca Paola Concia portavoce del tavolo nazionale degli omosessuali del Partito democratico (Pd) e Andrea Benedino, portavoce nazionale Gayleft ai microfoni di Ecotv (Sky906).

"Sono deluso ed amareggiato di come il Partito democratico ha trattato e sta trattando la questione omosessuale- spiega Piomboni- personalmente sono stato usato dal Partito Democratico con finte promesse da parte di alcuni esponenti del partito. I miei sospetti- continua il presidente di Arcigay di Firenze- sono iniziati quando alcuni candidati che avevano precedentemente espresso dichiarazioni omofobiche, sono stati inseriti in posizioni eleggibili". È per questo, conclude Piomboni "che io e la mia associazione ci siamo tirati indietro e consigliamo ad altri di fare altrettanto

Veltroni a Omnibus su La7. Parla di confronti in Tv e dell'opinione della Binetti sui gay.


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VELTRONI: LA BINETTI ESPRIME SUA SINGOLA OPINIONE.

"In un grande partito è normale che ci siano più voci e Paola Binetti esprime la sua opinione ma è l'opinione di un singolo parlamentare mentre la novità è che se vinceremo ci sarà un solo gruppo parlamentare". Il leader del Pd, Walter Veltroni, replica così a Omnibus alle opinioni della senatrice Teodem sulle coppie di fatto e sui temi etici. Veltroni ribadisce che con i Cus "si è fatto un lavoro positivo importante che può essere una base di partenza condivisa" in parlamento e sostiene che sui temi eticamente sensibili "bisogna ispirarsi a livello parlamentare a costruire il punto di sintesi più avanzata". Quanto al fatto che i temi etici siano rimasti ai margini della campagna elettorale il segretario del Pd ritiene "un atto di responsabilità" che i partiti "non abbiano cercato di farne oggetto della sfida politica".

La doppia faccia del Partito democratico.

Binetti si schiera contro le coppie gay - Veltroni si rivela «possibilista» sulle coppie di fatto in un'intervista a "El Mundo" ma in Italia scoppia la bagarre tra i suoi.

(Stefano Bocconetti - Liberazione) L'ex senatrice e prossima parlamentare democratica (è terza nella lista della "Lombardia 2" alla Camera, dove, chissà perché, sono tutti convinti che potrà fare "meno danni"), Binetti, insomma, è ormai un fenomeno che appartiene più al folklore che alla politica. Lo sostengono anche gli uomini dello staff di Veltroni, che così liquidano il problema. «Non conta nulla», spiegano.

Ma il problema c'è, esiste. Anche perché - ammesso che il metro di giudizio sia quello del «peso politico» - se Binetti è marginale, o quasi, nel partito, ben altro ruolo ha una figura come Giorgio Tonini. In gioventù presidente della Fuci, poi nella Presidenza delle Acli, è maturato fra le fila della Cisl. Ora è il «consigliere» politico più ascoltato da Veltroni. Gli scrive i discorsi, lo segue, tratta a suo nome. Una sorta di Bettini per il Nord, dice chi lo conosce. E sui temi eticamente sensibili, sui diritti civili è uno di quelli che più frenano nel partito democratico. Non ha l'effervescenza sanfedista di Binetti, ma, insomma, siamo da quelle parti.

Veltroni l'ha cercato e l'ha scelto. Convinto che la logica del «ma anche» avrebbe funzionato anche su questi argomenti. Ci sarebbe stato lui, disposto a parlare - sui giornali stranieri - di laicità, in Italia ci sarebbe stato Giorgio Tonini, a fare da ponte con le posizioni delle gerarche vaticane.

Non ha funzionato. Non poteva funzionare, dicono in molti, comunque in questo caso la strategia del «taccio per non scegliere» s'è rivelata disastrosa. Perché un giorno c'è il generale Del Vecchio che non vuole gli omosessuali fra i soldati - per i quali, invece, progetta case chiuse per aiutare le missioni all'estero -, il giorno dopo c'è l'apertura veltroniana concessa solo ai lettori spagnoli e subito dopo l'ennesima sortita di Binetti. E via proseguendo.

Loro, i democratici, sono comunque ancora convinti che si possa fare. Che si possa continuare così. Se si chiede a qualcuno nel loft di piazza Sant'Anastasia ti rispondono che su «questi argomenti, sui temi eticamente sensibili, è più che legittimo avere una pluralità di posizioni». Come se la questione fosse il «punto di partenza», le scelte - politiche, culturali, filosofiche - di ciascuno. Come se la questione non fosse, invece, nell'approdo a cui quella discussione dovrebbe portare. Un terreno dove il «ma anche» di Veltroni si sfascia completamente: come se fosse possibile mettere assieme una visione laica - che garantisce tutti - e una visione clericale. Fatta di imposizioni per chi la pensi diversamente.

Qualcuno, anche in casa dei democratici, comincia ad accorgersene. Paola Concia, per esempio, pure lei candidata piddì in Puglia. Che comunque non riesce ad andare oltre alla denuncia sull'intolleranza che anima i teodem. «I candidati democratici devono smettere di spararla grossa a danno di gay e lesbiche solo per farsi pubblicità». Tutto il resto - le «non scelte» del partito, l'ambiguità su alcuni obiettivi che di fatto aprono le porte alla delega da parte della politica, in questo caso al Vaticano - restano sullo sfondo.

E tutto ciò provoca confusione su confusione. Come il commento di Piero Fassino, l'ex segretario dei diesse, poi incaricato di seguire la vicende dei monaci birmani per conto dell'Europa, senza molta fortuna. Ieri, Fassino, mentre montava la polemica nelle fila del suo partito, ha pensato bene di uscirsene con questa frase: «La questione delle coppie di fatto e più in generale i temi eticamente sensibili non vanno usati come una clava per fare crociate o guerre di religione». Di più, di più pericoloso: «Così si alimenta solo un integralismo contro un altro integralismo».

L'ex segretario della Quercia non spiega di più, non definisce nel dettaglio quali siano questi due «integralismi» che da decenni - dice proprio così - si sfidano nell'agone della politica italiana. Li dà per scontati. Mettendo sullo stesso piano Binetti e Giuliano Ferrara, che cita esplicitamente, assieme a chi, in questi tempi oscuri, ha continuato a difendere la laicità dello Sato. Ha continuato a difendere i diritti delle persone, la scuola statale, un insegnamento che eserciti alla critica. Eccetera, eccetera. Per Fassino sono due "integralismi" contrapposti. Uguali.

La replica, per esempio quella di Patrizia Sentinelli, oggi viceministra degli Esteri e candidata a fare il vicesindaco a Roma, è piuttosto semplice. «Dico a Fassino che se teme l'integralismo è nel suo partito che deve cercare».

Integralismo. Al singolare. Integralismo filosofico-culturale, politico che si sposa con l'accettazione dell'esistente su tutto il resto. Integralismo che si sposa con una visione dell'economia che nella lettura di Veltroni sembrerebbe ispirata da «leggi naturali». E per questo immodificabili. Integralismo e neoliberismo, insomma. Non si può fare.

venerdì 4 aprile 2008

L'eroe del giorno. Walter alle prese col punto g. o meglio, col fattore gay.

(Sabrina Bergamini - Imgpress) Il fattore W. ha incassato l’endorsement del fattore E. ma non ha fatto i conti col fattore G. “Insieme si può andare lontano”, recita uno degli inni del Partito democratico, ma forse per andarci Walter Veltroni ha bisogno di richiamare sull’attenti (sic) e all’ordine (sic al quadrato) due candidati del suo partito che si sono inimicati il fronte laico dell’elettorato con le loro ultime uscite sul fattore G, inteso come fattore Gay. Tutto questo proprio mentre arriva dal prestigioso settimanale britannico Economist l’endorsement per la campagna elettorale: “gli italiani – scrive – dovrebbero votare per Walter Veltroni”. Che forse, a sua volta, dovrebbe invitare i suoi candidati a studiare di più per evitare gaffe più o meno volute e sbandierare intenzioni di non-voto destinate a lacerare le piaghe di quel vasto fronte che, a dieci giorni dalla elezioni, ancora non sa che partiti pigliare. Prima se ne esce il generale Mauro Del Vecchio – il dietrofront non conta perché la frittata è fatta – che dichiara di “non essere contrario alla creazione di case di piacere per i soldati all’estero” poi aggiunge che i gay proprio no, nell’esercito non si può. “Rispetto ogni scelta, ma ritengo che i gay nell’esercito siano inadatti”. E ancora: “Nell’ambito di strutture come l’esercito, dove le attività si svolgono sempre insieme, è opportuno non dichiarare ed evidenziare la propria omosessualità”. Riaffiorano antiquati ricordi di antiquati stanchi stereotipati (e per fortuna lontani) dibattiti sulla “idoneità” degli omosessuali all’insegnamento. Ed emerge anche una domanda: le “case di piacere per i soldati all’estero” rientrano nel programma del Pd e fra le priorità delle Forze Armate? I soldati hanno bisogno di andare a puttane in modo legalizzato? E con quali puttane, di grazia? Esportate dalla madrepatria o arruolate direttamente in terra straniera? E se un soldato, mettiamo il caso, volesse un compagno di ugual sesso? O se preferisse un trans? Grande libertà ma anche grande ipocrisia se ci si dichiara per le case chiuse ma senza gay nell’esercito salvo poi ripiegare compattamente in ritirata e costringere all’intervento chiarificatore lo stesso Veltroni. Ma la due giorni di passione intorno al fattore gaylesbo non è finita se, al seguito, arriva la stangata della senatrice teodem Paola Binetti che tiene vivo il fuoco dei piddi-scettici quando afferma: “Non voterò nessuna normativa giuridica a tutela delle coppie gay”. E precisa: “Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio, esiste una dimensione che io considero più legata allo sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell’amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando”. Binetti è certamente libera di non votare ciò che vuole. Ma “statisticamente parlando” ci sono in Italia molte più persone sufficientemente laiche e libere nei gesti e nelle opinioni da accettare unioni civili e unioni di fatto e unioni di legge fra gay, lesbo, bisex e transgender senza provare alcun senso di minaccia. La stessa Binetti dice però un bell’inciso: “a mio giudizio”. Ecco, appunto. Dovrebbe umilmente ricordare che il giudizio è il suo, non quello di Dio.

Alla ricerca del voto gay. Duro attacco di Grillini al Pd sui temi gay.

In quel guazzabuglio mancava solo l’omofobico».
Il fondatore dell’Arcigay Franco Grillini: «Questione superata e smentita. Del Partito democratico non ci si può fidare. E si dicono progressisti...»

(Il Giornale) «La questione degli omosessuali nell’esercito era già superata ai tempi della falange tebana. È un incidente clamoroso: certe dichiarazioni Mauro Del Vecchio se le poteva proprio risparmiare».

Onorevole Franco Grillini, per il generale i gay sono inadatti all’esercito. Si aspettava certe dichiarazioni da parte di un candidato del Partito Democratico?
«Dico la verità: questa presa di posizione non mi meraviglia però, davvero, mi dispiace. Come può Veltroni definire il suo un partito progressista ed innovatore? L’omofobia ed il maschilismo del generale dimostrano che le liste del Pd sono state fatte mettendo insieme tutto ed il contrario di tutto. Non è una sintesi ma un guazzabuglio».

Che cosa dovrebbe fare Veltroni?
«Mi aspettavo dicesse qualcosa di più sulla libertà di espressione della propria identità, anche sessuale. Comunque almeno le affermazioni di Del Vecchio hanno alzato il velo: la comunità lgbt (lesbiche, gay, bisex e trans) non si può fidare del Pd».

La presenza degli omosessuali può costituire un problema nella quotidianità della vita militare?
«Quanto dice Del Vecchio è smentito nei fatti da tutti gli eserciti europei. Pure una sentenza della Corte europea per i diritti umani, che risale a diversi anni fa, ha imposto la cancellazione di qualsiasi discriminazione verso gli omosessuali. Pensi che l’esercito svedese in uno spot mostra un militare che ha la foto del fidanzato, ripeto fidanzato, appesa nell’armadietto. Persino l’esercito israeliano ha messo in piedi una task force composta interamente da gay. Ora la questione viene affrontata anche dagli Usa. Sembra che la stessa Hillary Clinton sia disposta a sostenere il superamento della politica “don’t ask, don’t tell”, non chiedere e non dire, imposta dal marito Bill sugli orientamenti sessuali dei soldati».

Che cosa la colpisce di più nel discorso del generale?
«Anche le affermazioni sul nonnismo sono coerenti con il resto: una visione maschilista, omofobica, tipica degli ambienti e delle gerarchie militari. Che le strutture militari siano omofobe e sessuofobe è risaputo. Oltretutto questa visione influenza anche gli adolescenti e può dare luogo proprio a quegli atteggiamenti di bullismo che ora si cerca tanto di arginare e combattere nelle scuole. Spesso infatti le vittime dei bulli sono omosessuali».

giovedì 3 aprile 2008

Paola Binetti: «L'eterosessualità è la via maestra». «Non voterò mai leggi sulle coppie gay».

Nuove polemiche all'indomani delle dichiarazioni del generale Del Vecchio sugli omosessuali. Grillini: «Con la vittora del Pd 120 parlamentari clericali».

(Il Corriere della Sera) Sono ancora i gay l'argomento che tiene banco all'interno del Pd, e di riflesso anche all'esterno, all'indomani delle esternazioni del generale Mauro Del Vecchio, candidato con Walter Veltroni, sulla presenza dei gay nell'esercito. Il militare ha definito gli omosessuali «inadatti» come soldati (parole «sbagliate e lontante dal porogramma del Partito democratico» ha detto Veltroni). Inun secondo momento Del Vecchio ha ritrattato ma la polemica era stat comunque innescata e si riaccende a 24 ore di distanza in seguito alle dichiarazioni di Paola Binetti. «Non voterò nessuna normativa giuridica a tutela delle coppie gay» ha detto la senatrice teodem ai microfoni di Ecotv (Sky 906), ribadendo la sua posizione sulle Unioni civili e sottolineando l'importanza della difesa della eterosessualità. «Nel momento in cui dovessero arrivare i famosi Dico io non li voterei», ha spiegato la senatrice teodem. «Il mio punto di vista è semplice. Prima di tutto, a mio giudizio - ha aggiunto - esiste una dimensione che io considero più legata alla sviluppo ordinario di una persona, che è quella dell'amore e della sessualità che è più squisitamente eterosessuale perché la complementarità biologica, la complementarità con cui ognuno di noi raggiunge la pienezza della sua maturità ha questa come strada maestra. Questa è la naturalezza, se si vuole considerarla anche statisticamente parlando».

«COL PD 120 PARLAMENTARI CLERICALI» - Immediata la replica del Franco Grillini, candidato sindaco a Roma per il partito socialista, che giovedì era stato protagonista di un botta e risposta a distanza anche con Del Vecchio. «La senatrice del cilicio Paola Binetti ha detto finalmente la verità sulle politiche del Pd sui diritti delle coppie di fatto e i diritti delle famiglie omosessuali. In caso di vittoria del Pd Pacs, Dico, Cus, non sarebbero mai approvati perché il Pd non solo rielegge la senatrice che ha votato contro la fiducia al Governo di centro sinistra cancellando così le norme anti-omofobia, ma porta in Parlamento centoventi parlamentari clericali che, al pari della Binetti, non voterebbero mai le timidissime proposte presenti nel programma del Pd a proposito di diritti civili e contro le discriminazioni ai gay».

«PROPONGONO I BORDELLI... » - Intanto davanti alla platea della Coldiretti Silvio Berlusconi è tornato sulle dichiarazioni di Del Vecchio. «Finalmente sappiamo qual è il vero programma del Pd, fuori i gay dall'Esercito e bordelli per i soldati. Mi sembra interessante...» ha detto il Cavaliere. «Meno male che dicono sempre che noi ci divertiamo e loro sono cupi - aggiunge Berlusconi - ma noi abbiamo l'arma dell'autoironia mentre loro si prendono sul serio».

LA PRECISAZIONE DELLA BINETTI - Successivamente però la Binetti rettificava quanto emerso nell'intervista e annunciava che avrebbe fatto causa ad Ecotv: «Contattata da Ecotv per un’intervista sul Partito democratico, lo scorso 6 marzo - racconta la Binetti - sono andata negli studi dell’emittente che ho abbandonato perché l’intervista si stava trasformando in un interrogatorio sull’omosessualità e nulla aveva a che fare con il Pd. Ho immediatamente diffidato gli autori della trasmissione dal mandarla in onda e, oggi a un mese quasi di distanza, vedo addirittura le anticipazioni di quell’intervista da me non autorizzata e faziosamente presentate senza rivelare né la data né il contesto in cui essa si è svolta. Difendo con convinzione le mie idee che sono note a tutti - conclude la senatrice -, ma in questa occasione mi riservo di adire le vie legali contro l’emittente per la strumentalizzazione dell’intera vicenda».

«I gay inadatti come soldati». È bufera. Veltroni a Del Vecchio: «Parole sbagliate».

Il socialista Grillini in corsa per il campidoglio: «il militare è omofobo e conservatore». Il generale candidato nel Pd: «Nell'esercito opportuno non evidenziare la propria omosessualità».

(Il Corriere della Sera) «Le parole che il generale Del Vecchio ha pronunciato sono assolutamente sbagliate e lontane anni luce dal programma del Partito Democratico e dai suoi valori». Il leader del Pd Walter Veltroni prova a spegnere così le polemiche suscitate dalle affermazioni del candidato del Partioo democratico sui gay nell'esercito. Gli omosessuali nell’esercito sono «inadatti», secondo quanto affermato da Del vecchio in un’intervista rilasciata a Klaus Davi per "KlausCondicio", su YouTube.

POLEMICHE - Parole che hanno subito innescato dure polemiche da parte del socialista Franco Grillini. «Che le strutture militari siano omofobe, e, più i generale, sessuofobe è risaputo» ha detto il candidato sindaco di Roma, spiegando che «le strutture gerarchiche e maschiliste, soprattutto in condizioni di mono-sessualità, tendono a riprodurre un modello di maschilismo autoritario. Tuttavia il mondo è fortemente cambiato - ha aggiunto Grillini - e Del Vecchio non se ne è accorto». Grillini ricorda inoltre che «in alcuni paesi, come l'Inghilterra, si fa pubblicità sui giornali gay per l'arruolamento nella marina. L'esercito israeliano, poi, arruola senza difficoltà gli omosessuali». Quindi: «Il generale del Vecchio non spacci le sue idee omofobe e conservatrici come oggettive». E soprattutto, conclude Grillini, «le affermazioni di Del Vecchio ci tolgono ogni dubbio: è bene che la comunità gay italiana non si fidi del Pd».

RETROMARCIA - Immediata la controreplica a Grillini del generale candidato nel Pd: «Ho visto che alcune mie dichiarazioni stanno suscitando polemiche. Vorrei precisare - ha detto Del Vecchio - che interpretare come un pensiero compiuto qualche frase detta con un po' di ingenuità sarebbe sbagliato». Anche il leader del Pd ha voluto sottolineare il dietrofront del generale sulle sue affermazioni che riguardano i gay. «Ho visto - ha detto Veltroni - che il generale le ha rapidamente corrette e sostanzialmente smentite, confermando la sua piena adesione al programma del Pd. E questo mi pare chiuda ogni possibile polemica che sarebbe strumentale».

CRITICHE - Ma alla dura reazione di Grillini sulle dichiarazioni di Del Vecchio si sono aggiunte via altre critiche. Per il ministro Paolo Ferrero «il Partito Democratico potrà anche definirsi riformista ma certo non è di sinistra». «Dopo la mafia, che aveva dichiarato che un gay non può appartenere alla "famiglia", ora abbiamo anche la notifica che un gay non può essere militare» ha detto il senatore Gianpaolo Silvestri, candidato della Sinistra l'Arcobaleno in Sicilia per il Senato.
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sabato 1 marzo 2008

Veltroni dichiara a El Pais: "Siamo riformisti non di sinistra".

"I cittadini sono cittadini innanzitutto, non di centrodestra".
(Apcom) - Il Partito democratico è riformista, "non di sinistra", e ha chiuso l'alleanza con la sinistra radicale perché "c'erano differenze abissali": ma in caso di pareggio alle urne con Silvio Berlusconi, non ci saranno accordi di governo, ma solo un'apertura per le "riforme istituzionali". E' quanto afferma oggi Walter Veltroni in un'intervista al quotidiano spagnolo di centrosinistra 'El Pais', che lo ha seguito a Perugia per un reportage.

"Siamo riformisti, non di sinistra", dice Veltroni, e aggiunge: "I cittadini sono innanzitutto cittadini: non si svegliano dicendo sono di centrodestra". Il leader del Pd aggiunge che "abbiamo chiuso l'alleanza" con la sinistra arcobaleno "perché le differenze erano abissali in molti campi. Abbiamo avuto il coraggio di dirlo, e ora le cose sono sempre più chiare".

"Se pareggiate o vincete di poco, farete un patto con Berlusconi?", chiede l'intervistatore: "No - risponde Veltroni - riforme istituzionali sì; accordi di governo no". E ricorda la proposta del sistema a doppio turno e per una maggior potere del premier", per "attuare più veloci, ci serve velocità, siamo stati fermi per troppo tempo, sottomessi al potere immenso di partiti che avevano lo 0,6%, come se avessero il 40%".

Il leader del Pd attacca Berlusconi, senza nominarlo: "Il nostro avversario ha governato sette anni e non ha né modernizzato né trasformato il paese. Gli italiani lo sanno. Tutto quello che dice già lo abbiamo sentito". E si dice convinto che " gli italiani sono stufi del passato". Quanto agli omosessuali, Veltroni dice: "Abbiamo proposto una legge che tuteli le sue garanzie e diritti", e "dobbiamo trovare un punto di sintesi, come si fece con la legge sull'aborto che è buona per tutti. Ma non voglio introdurre in campagna temi che dividano gli italiani, faremo una cosa con più sfumature". E sull'incompatibilità, dice di voler fare "una normativa", ma che "non sarà una legge anti-nessuno".

Nell'intervista Veltroni auspica anche la vittoria di José Luis Zapatero nelle elezioni spagnole del prossimo 9 marzo ("ho parlato con José Luis, siamo vecchi amici...l'ho trovato fiducioso e determinato, ha fatto molto bene, l'ho detto in tutt'Italia". E si dice ammirato di come il premier spagnolo abbia difeso il suo predecessore conservatore José Maria Aznar dagli attacchi di Hugo Chavez nel vertice iberoamericano lo scorso novembre.

venerdì 29 febbraio 2008

Veltroni e la sinistra all'inseguimento del voto gay.

Silvio Berlusconi lo aveva detto esattamente un anno fa: «I gay sono tutti dall'altra parte». Non sbagliava. Certo magari non tutti, ma una buona parte sicuro. O almeno è quello che vorrebbero far credere i partiti dell'ormai ex Unione che hanno avviato una vera e propria gara alla conquista del voto omosessuale.
(Nicola Imberti - Il Tempo) Ad aprire la competizione è stato, come era prevedibile, il segretario del Pd Walter Veltroni che, dopo aver conquistato i cuori dei cattolici, al grido di «si può fare», si è lanciato in un'altra grande impresa. Per la verità il candidato premier si è offeso un po' per un articolo del Corriere della Sera che gli rinfacciava l'assenza di candidature «gay-friendly». Così, mentre era intento a spiegare che il Pd è il vero «partito del lavoro», ha tirato fuori dal cilindro Paola Concia, leader storica di Gayleft (la consulta lesbica, gay, bisex e transgender dei Ds) e ora portavoce del Tavolo Lgbt del Pd.
«Una delle personalità più impegnate a favore dei diritti degli omosessuali - spiega - sarà nelle nostre liste. Non ci sarebbe stato neanche bisogno di dirlo se purtroppo non ci fosse mala informazione». Ma per un Veltroni che chiude, c'è un Giordano che rilancia.
Il segretario di Rifondazione Comunista, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, risponde indirettamente al segretario del Pd: «Per noi non è un problema ospitare personalità che si sono battute sul tema dei diritti civili. Ricandideremo Vladimir Luxuria e Titti De Simone».
E siccome non c'è due senza tre, ecco spuntare Franco Grillini. Il presidente onorario dell'Arcigay, oggi deputato del Partito Socialista di Enrico Boselli boccia gli ex alleati: «Finora il Partito Socialista è l'unica formazione politica che si rivolge esplicitamente alla comunità lesbica, gay, bisex e trans con una campagna incentrata sui diritti civili delle coppie di fatto».
In tutta questa confusione la domanda sorge spontanea: ma il mondo omosessuale che dice? L'Arcigay ci tiene a sottolineare che, ad oggi, «nessun leader dell'associazione è stato candidato in qualsivoglia lista elettorale». Anzi, domani e domenica, si riuniranno a Bologna gli stati generali per decidere la linea in vista del voto del 13 e del 14 aprile. E sembra abbastanza concreta la possibilità che, alla fine, il presidente nazionale Aurelio Mancuso accetti la proposta di una candidatura nella Sinistra l'Arcobaleno.
Nel frattempo le donne di Arcilesbica si dichiarano «allibite dal gioco delle candidature», mentre gli attivisti del Cassero, probabilmente il circolo omosessuale più importante e influente d'Italia, criticano Veltroni («crediamo abbia un po' sbagliato mira») e sottolineano che «nei vari partiti ci sono delle ambiguità». Insomma, sarà anche vero come dice il Cavaliere che i gay stanno tutti dall'altra parte, ma sarebbe bello capire quale parte.

Affari gay. Imma Battaglia folgorata sulla via di Veltroni.

(Village) Grande confusione sotto il sole del movimento lgbt italiano in vista delle elezioni politiche; e non è detto che sia un male. L'Arcigay - rotto il cordone ombelicale con i Ds che non esistono più - va in ordine sparso: Aurelio Mancuso si candida con la Sinistra Arcobaleno, Grillini sta con il Partito socialista, Sergio Lo Giudice è nel Pd e forse sarà candidato.

La Sinistra Arcobaleno riporterà in Parlamento - se avrà abbastanza voti - Titti De Simone e Vladimir Luxuria, mentre Veltroni, che era stato accusato di un taglio netto con il mondo gay, si rifà con un colpo di teatro: in lista ci sarà Anna Paola Concia, da anni impegnata nelle lotte per i diritti, già portavoce di Gayleft, ma ciononostante buona amica di Paola Binetti. Una domanda, però: in che posizione sarà la Concia? Tra i primi 5 in Lazio o 18esima in Lombardia? No, perché fa una bella differenza e annunciare una candidatura senza particolari dà adito a qualche dubbio.

Se il Circolo Mario Mieli sembra aprire con cautela alla Sinistra Arcobaleno, ma non risparmia critiche alla candidatura Rutelli per il Campidoglio, è eclatante - ma per certi versi non sorprendente - il risposizionamente di Imma Battaglia(nella foto) su posizione moderate e filo-Pd. Il legame della ex pasionaria di Muccassassina con Walter Veltroni è di antica data - e le ha consentito da avere grande visibilità a Roma anche con un movimento neonato e di certo con pochi iscritti, almeno all'inizio - ma adesso Immacolata dispensa miele sul Partito democratico.

Prima loda la candidatura di Paola Concia; poi si lancia in proclami di dialogo con le forze cattoliche, auspicando non si sa bene quali mediazioni

"su questo terreno una soluzione positiva per tutto il movimento glbt debba passare da una politica concreta che trovi un punto di sintesi anche con il mondo cattolico".
Infine tesse le lodi del candidato Rutelli e del suo fantomatico progetto di un Centro Internazionale della Cultura Omosessuale. Tralasciando di dire che Rutelli ha opposto un netto no a qualsiasi idea di un registro delle coppie di fatto nella Capitale.
Il salto mortale carpiato è eseguito alla perfezione.

sabato 23 febbraio 2008

Si prospetta già una litigiosità ai livelli massimi. Scintille nel Pd...

(Veltronopoli) Sono già scintille nel Pd, tra cattolici e radicali appena imbarcati. [... Pannella] sa bene che «quella con il Pd sarà una convivenza faticosa, laboriosa, difficile ma importante». Pannella coglie pure l’occasione per attaccare direttamente e duramente l’ex segretario dei popolari, Pierluigi Castagnetti «che ebbe l’ignobile comportamento di porre la condizione della rinuncia al nome di Luca Coscioni all’accordo elettorale tra noi e l’Ulivo». Vecchie ruggini che tornano a galla. Pannella nell’impostare il rapporto con i cattolici transfughi dalla Margherita non sembra voler concedere molta disponibilità. A chi gli ricorda il fatto che i cattolici chiedono la sottoscrizione del codice etico e del manifesto dei valori del Pd Pannella risponde: «Hanno il codice etico, hanno tutto etico loro, anche il sesso etico». [...]


Ma anche la Chiesa cattolica non ha digerito bene la mossa di Veltroni (il quale pare sia "rassegnato"): [...] La scelta di Veltroni viene considerata nei piani alti della Conferenza episcopale e in Vaticano come una «débâcle» per i cattolici che militano nel Pd. In queste ore, nei sacri palazzi, circola una battuta riferita al segretario del Partito democratico, che due giorni fa, all’assemblea del partito, di fronte alle lamentele dei teodem, avrebbe dichiarato: «Vi lamentate per i radicali? Ma i vescovi hanno già il loro cuore altrove...». Un modo per affermare che le gerarchie – ufficialmente non schierate dopo la fine dell’unità politica dei cattolici sotto lo scudocrociato della Dc – avrebbero però già in qualche modo scelto per il frammentato centro o per il Popolo della libertà guidato dal Cavaliere, e non per il nuovo partito di centrosinistra guidato dall’ex sindaco di Roma. Inutile ripetere che la Chiesa non farà pronunciamenti di voto e che i cattolici militano in tutti gli schieramenti. Ciò non significa, però, che un partito valga l’altro. Di certo la scelta del leader del Pd, che ha iniziato la sua corsa dichiarando di voler andare da solo, ma si è già apparentato con Di Pietro e ora imbarca i radicali, semplifica in un certo senso il panorama politico accentuando in maniera molto più vistosa quei «problemi di compatibilità» per i cattolici dei quali parlava un editoriale di Avvenire domenica scorsa. C’è chi ricorda di quanto fosse furente Rosy Bindi, qualche anno fa, di fronte alla ventilata ipotesi di accordo tra Berlusconi e i radicali (poi non andato in porto): l’attuale ministro della Famiglia riteneva indecente per un elettore cattolico quella fusione che ora invece si ripropone nel Partito democratico. Una scelta non facile da far digerire anche ai gruppi e alle associazioni cattoliche storicamente più vicine al centrosinistra. [...]

Se poi i radicali insistono per mettere in lista Sergio D'Elia, ex terrorista condannato per banda armata e concorso in omicidio, le cose si complicano ulteriormente.
Da segnalare anche le conclusioni di Stefano Folli:
[...] Quello a cui assistiamo, in ogni caso, è l'oggettiva difficoltà per Veltroni di gestire un'alleanza che va al di là del partito «coeso e omogeneo», in apparenza privo di contraddizioni, descritto all'origine. Il Partito democratico tende ad assomigliare a una mini- coalizione, come osserva Bertinotti: e come, del resto, si presenta anche il Popolo della libertà affiancato dalla Lega. Non ci sono solo i radicali e la Binetti. Ieri Pietro Ichino, noto studioso dei problemi del lavoro, candidato con il Pd, ha proposto di rivedere l'articolo 18, uno dei tabù della sinistra politica e sindacale. Un atto di coraggio, soprattutto un gesto destinato a dare credibilità al riformismo di Veltroni. Ma subito sono esplose le polemiche, tanto che Tiziano Treu è dovuto intervenire per ricordare che lo studioso ha parlato a titolo personale, in quanto la revisione dell'art.18 non è nel programma del Pd. Questo richiamo al programma per lenire i contrasti ricorda un po' il rituale propiziatorio cui ricorreva Prodi nei momenti di crisi: anche lui guardava sempre al programma. Ma ciò non gli ha evitato infinite lacerazioni.
E sappiamo come sono andate le cose...

domenica 17 febbraio 2008

Veltroni presenta i suoi dodici punti. Le solite e stantie promesse all'elettorato gay e nessun accenno alla laicità dello stato.

Voce ai bloggers:

Già, perché mai un gay dovrebbe votare per il PD?
[Vecchi froci]

L’ambiente, le tasse, la spesa pubblica, la legalità (quella di Di Pietro o quella dello stato di diritto?), tante belle cose molto “economiciste”. Noi, nei 12 punti del PD non ci siamo. E infatti una quindicina di gay del PD, da Scalfarotto a Benedino, scrivono un pezzo sull’Unità che difende il loro lavoro nelle commissioni, chiede visibilità per i contenuti e spazio per senatori e deputati dichiaratamente omosessuali. Cioè testimoniano il loro impegno e ammettono la difficoltà della situazione attuale. Cercando di rispondere in positivo alla domanda “Perché un gay dovrebbe votare per il PD?”.Da Ivan si accende un dibattito.
Riassumerei così la questione: un gruppo di gente seria e onesta ci chiede di sostenerli in una battaglia disperata, senza riuscire a rispondere alla domanda che essi stessi ci pongono. Il voto cioè dovrebbe essere per loro, non per ciò che sono riusciti ad imporre. Ma, Ivan, non avevi tu stesso fatto ragionamenti interessanti sulla lobby gay estranea ai partiti ma capace di far pressione su tutti?
Per me, al momento, la risposta alla domanda resta: “per nessuna ragione”. Ci fosse la preferenza sulla scheda, l’idea sarebbe perfino considerabile, ma allo stato attuale si tratta di votare il pacco che comprende la Binetti, in migliore posizione, e poi voi. Non ho alternative pronte in tasca, ma scusate, perché, a meno di una sconfitta devastante, dovrebbero darvi domani lo spazio che vi negano oggi?
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Laicità: Veltroni non ne parla.
[Uaar]

Nel suo discorso all’assemblea costituente del PD, Walter Veltroni ha illustrato i dodici punti del suo programma (riassunto su Repubblica.it). Nessun accenno ai temi laici, salvo un breve accenno alla legge 194: “E se parliamo di dignità femminile, di libertà e responsabilità delle donne italiane, fatemi dire ancora una volta con estrema chiarezza: la legge 194 è una buona legge, è una legge contro il dramma dell’aborto, tanto che ha sottratto le donne dall’incubo della clandestinità e in trent’anni ha quasi dimezzato il numero degli aborti. Discutiamo di come applicarla integralmente, di come valorizzarne gli aspetti di prevenzione. Ma è una legge che va difesa ed è un tema che va tenuto fuori dalla campagna elettorale”.
Assolutamente ambigua, a mio giudizio, l’idea di fare del Mediterraneo “un hub per il dialogo religioso”.
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Veltroni il Pinocchietto rinuncia a fare il capolista: ma non c'è il voto di lista?
[Temis]

Lo abbiamo sempre criticato come sindaco di Roma per l'inefficenza e la demagogia della sua amministrazione. Ma da segretario del PD ci era piaciuto. E tanto. Speriamo di non doverci ricredere. Non abbiamo per nulla apprezzato l'enfasi con la quale Veltroni ha annunciato che riuncia a candidarsi come capolista per lasciare il posto a un operaio della Thyssen e ad alcuni giovani. Il suo vuol essere, forse, un gesto simbolico, ma a noi appare altamente demagogico in quanto il sistema elettorale prevede il voto di lista e Veltroni segna con il suo nome la lista del PD. Veltroni il Pinocchietto colpisce ancora...
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Il Governo che verrà aiuterà i Gay?
[Omoeros]

Di politica vorrei spesso non parlare. Non è un argomento che mi emoziona più di tanto visto che mi ha sempre regalato sentimenti che vanno dalla rabbia alla tristezza all'indifferenza alla vergogna e poche, pochissime volte ho gioito per qualcosa che è stato fatto in ambito politico in Italia. L'appena terminato governo Prodi era ricco di speranze per il popolo glbt, ma a conti fatti non è stato fatto assolutamente nulla di tutto quello che avevano promesso. Niente legge che punisca i reati di omofobia, niente che faciliti la vita alle transessuali come voleva Vladimir Luxuria nè tanto meno è stata approvata nonostante i cambi di nome e di modello la cosiddetta legge che tuteli le coppie di fatto. Adesso si ritorna alle urne.. la speranza resta ancora in piedi o dobbiamo solo sperare che arrivi il male minore al governo? Il Partito Democratico, diciamocelo, è fin troppo puntato verso il Vaticano per testimoniare la laicità del nostro stato, e la Sinistra Arcobaleno appena nata potrebbe essere interessante sulla carta, ma in quanti la voteranno? Ma cosa ci resta fare allora? Chi votare per tutelare finalmente noi gay e non farci apparire sempre come persone contro natura? Berlusconi? Mi faccio una sana risata, considerando soprattutto le vane speranze che custodivano quelli di Gaylib, movimento omosessuale di destra che davvero pensava che il cavaliere osasse difenderli a spada tratta.. Già non riesco a capire come faccia un gay ad essere di destra, ma questo aprirebbe un altro infinito capitolo. In attesa che la campagna elettorale diventi più accesa e si facciano promesse da marinaio io resto in stand by...
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E alla fine, chi si contenta gode... La "Noticina" della Gayband del Pd.

Pd/Tavolo Glbt: Bene Veltroni sui diritti gay.
Importante l'impegno per la lotta all'omofobia.
(Apcom) "Walter Veltroni ha affermato chiaramente che tra gli impegni che ci assumiamo come Partito democratico ci sara' il riconoscimento dei diritti delle persone che si amano e convivono e la lotta all'omofobia". Lo si legge in una nota del Tavolo Lgbt del Partito democratico

"La costruzione di un Italia moderna passa anche da qui. L'impegno di Veltroni ci fa pensare che il cammino verso la piena cittadinanza delle lesbiche e dei gay italiani anche nel nostro paese e' un cammino che si puo' fare"", prosegue la nota.